Barry Seal, la recensione

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BARRY SEAL, LA RECENSIONE – Il successo di Narcos ha riportato in augé la figura di Pablo Escobar, costruendo un personaggio filmico molto interessante e dal continuo sviluppo psicologico in costante mutamento. In questo senso si inserisce Barry Seal, biopic anomalo per il suo genere che racconta la vera storia del pilota d’aerei che fece fortuna collaborando con il cartello di Medellin. Alla regia troviamo Doug Liman, già direttore del primo film della fortunata saga di Jason Bourne. Qui però non c’è finzione e non c’è la spericolata azione che caratterizzano le vicissitudini di Matt Damon. Qui si racconta il vero, la realtà di un uomo che agiva nell’ombra e che si è trovato coinvolto in un intricato meccanismo molto più grande di lui. Ascesa e declino di un piccolo impero. Piccolo se rapportato a quello del più grande narcotrafficante della storia, Pablo Escobar.

BARRY SEAL, LA RECENSIONE – Barry Seal era un promettente e giovane pilota di una compagnia americana che arrotondava lo stipendio contrabbandando sigari cubani. Intercettato dalla CIA, viene obbligato (seppur ben ricompensato) a collaborare per il paese durante la guerra fredda, spiando i focolai di ribelli del centroamerica. Da lì in poi, sarà catapultato nel mondo del narcotraffico con la tipica proposta che non può rifiutare, scatenando indagini su indagini da parte di ogni singolo gruppo investigativo del governo Regan. Ma come insegna Narcos, non ci si può mettere contro lo Zio Sam, la guerra è impari.

BARRY SEAL, LA RECENSIONE – Attraverso un’estetica profondamente anni ’70, Liman dirige uno sfacciato Tom Cruise nei panni dell’omonimo protagonista, costruendo un film biografico decisamente atipico. Un grandissimo flashback nato da una raccolta di memorie che Barry aveva lasciato prima di essere giustiziato proprio dal cartello di Escobar. Ritmi frenetici ben scanditi da continue contestualizzazioni storiche che raccontano i fatti accaduti durante quegli anni, avvalendosi anche di filmati di repertorio come il famigerato discorso della First Lady accanto al Presidente Regan, quello del “choose life“, “scegliete la vita”, tanto disprezzato da Mark Renton. L’adattamento filmico è molto fedele alla storia originale del vero Barry Seal, pur avvalendosi di espedienti narrativi che esaltano la veridicità della storia e che riescono a coniugare azione a momenti di commedia.

La patina presente in tutto il film, insieme ai racconti di Barry Seal/Tom Cruise, guardano in faccia lo spettatore, trascinandolo con sapienza nel mondo dei sogni che il pilota d’aerei si era riuscito a costruire mano a mano. Ed è proprio quando iniziava a sentirsi intoccabile, il suo castello di dollari crolla miseramente. Due piedi in una scarpa iniziano a far male, tanto da trascinare dalle stelle alle stalle l’intera famiglia ed a costringere Barry a condurre una vita da fuggiasco, fino all’ultimo video testamento. L’ultima scena è indubbiamente tanto toccante quanto brutale, quella della sua esecuzione. Un montaggio dialettico che (mi si perdoni il paragone sicuramente eccessivo ma funzionale per far capire la potenza della scena) strizza l’occhio a “Sciopero!” del maestro russo Ejzenstejn.

“Barry Seal” funziona, ed anche molto bene. In un contesto filmico che vede la riproposizione romanzata di personaggi storici contemporanei, il film di Liman fa a spallate con la concorrenza prendendosi prepotentemente il primo posto anche e soprattutto grazie allo stile ed alla recitazione ineccepibile di Tom Cruise.

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