Twin Peaks 3: Recensione 3×17/3×18

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Vivevamo dentro un sogno chiamato Twin Peaks. Svegliatici alla fine di questa meravigliosa e strana esperienza rimaniamo spiazzati, perché 18 ore di questo Revival rendono superflue tutte le millemila serie che ad oggi ci vengono propinate a iosa. Probabilmente il più grande capolavoro di David Lynch, che assieme a Mark Frost portano su schermo un grande finale di stagione diviso in due distinti episodi.

Nella penultima parte vediamo concludersi con il lieto fine la trama originale, tutti i tasselli tornano al loro posto con la definitiva sconfitta di BOB ospite nel corpo di Bad Cooper (che verrà riportato in Loggia dall’anello) ed il conseguente risveglio di Diane intrappolata nel corpo di Naido. Ma subito dopo assieme all’agente Dale Cooper superiamo la stanza 315 nel seminterrato del Great Northern Hotel, scivolando verso pura aria, su e giù, in una collisione tra due mondi finendo nel convenience store. Qui Cooper chiede a Phillip Jeffries di riportarlo nuovamente a Fire Walk With Me, alle origini della serie e alla notte dell’omicidio di Laura Palmer, precisamente il 23 febbraio del 1989. Stavolta però quest’ultima viene salvata dall’agente Cooper, che tornato indietro nel tempo tenta di condurla fuori dal flashback della sua ultima notte impedendone la morte e “riscrivendo” la storia, alterandola. Almeno apparentemente. Sarah Palmer/la Madre dalla sua realtà lo percepisce, e si scaglia con violenza sulla fotografia di sua figlia, ma il ritratto è inscalfibile. Durante il tragitto verso casa Palmer udiamo lo stesso suono del grammofono visto nel primo episodio (dove il FireMan avverte Cooper) ed improvvisamente Laura non c’è più, la sentiamo urlare mentre viene trascinata via scomparendo nei boschi. Cooper si materializza nella Loggia tornando alla scena del primo episodio, ma qualcosa è cambiato. “Is it future or is it past?”.

È il futuro o è il passato? È Twin Peaks 3

Arrivati al termine di un sogno durato 25 anni, assistiamo all’ultima parte di un viaggio spaventoso nel labirinto della mente, attraverso una realtà a specchio che mette in discussione l’intera mitologia della serie rendendola quasi irrilevante. Il giorno diventa notte. Il mondo e i personaggi al suo interno “non esistono più, o almeno non in senso normale” parafrasando Gordon. Si perché i loro nomi sono cambiati, la loro esistenza viene scombinata e le circostanze nelle quali si trovano sembrano alterate. Laura Palmer che rivediamo in vita, esiste nel corpo di Carrie Page, una cameriera che lavora in un bar nella città di Odessa. Lo stesso Cooper/Richard si risveglia “diverso”(pur mantenendo la stessa coscienza), in un anno non precisato, abbandonato con una lettera dalla sua Diane/Linda dopo una notte passata insieme che sembra aver sconvolto e modificato le loro esistenze. In un universo in continuo cambiamento l’unica certezza che però sembra inamovibile è il male, presente in quella che pensavamo un tempo essere casa Palmer, ora abitata da persone apparentemente “sconosciute” (sappiamo bene l’importanza dei cognomi TremondChalfont). “Is this the story of the little girl who lived down the lane? Is it?”. Noi eravamo convinti fosse questa la storia, ma ora è stata abbandonata e modificata dalle azioni di Cooper. Laura è dunque viva, ma non è nella giusta dimensione, non è lei stessa. Jeffries avverte Cooper mostrandogli l’iconico simbolo del gufo nella serie, quest’ultimo scomposto diventa il numero 8, il segno dell’infinito, un concetto che corrompe e altera tutti gli altri, compreso il bene e il male. Nel salvare Laura, il buon Dale è entrato in un ciclo senza fine che ha generato un’altra realtà. Ed infine rimangono solamente loro, fermi lungo la strada, i due personaggi più reali dell’intera serie. Laura sente la voce della madre che la chiama in lontananza. Chi è il sognatore?. Cala il sipario. L’incubo si trasforma in realtà.

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