Ricomincio da capo – Recensione

Tutto come al solito: vita quotidiana e ripetizione nel giorno della marmotta

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Spesso si ha la sensazione che ogni giorno della propria vita sia uguale al precedente, dettato dagli stessi ritmi, percorsi, incontri, faccende. Nel film ‘Groundhog day’ (‘Ricomincio da capo’ in italiano) questa sensazione diventa la tragica realtà del protagonista (Phil, interpretato da Bill Murray).

Questo il parere del Morandini: “Egocentrico, borioso e odioso giornalista specialista in metereologia, a Punxsutaweny (Pennsylvania) per l’annuale festa della marmotta, è costretto a rivivere, senza sosta, all’infinito, la stessa giornata. L’incubo gli cambia la vita. Commedia filosofica e sentimentale che parte da una buona idea, sceneggiata con intelligenza senza cadere nel ripetitivo e sostenuta da una sapiente regia: attori ben diretti, buona ambientazione della provincia americana, montaggio funzionale, capacità di mescolare i toni umoristici con quelli grotteschi.”

Ricomincio da capo
Il reportage sul Giorno della marmotta

Piuttosto che soffermarci sui diversi meriti tecnici già evidenziati dal dizionario del cinema, proviamo ad approfondire la “buona idea sceneggiata con intelligenza” di un film che, giocando sull’ambiguità del tempo e sull’angoscia della ripetizione, offre spunti molto interessanti per una lettura della nostra quotidianità senza annoiare.

‘Ricomincio da capo’ si basa su un espediente narrativo che estremizzando il rapporto tra individuo, realtà e le loro temporalità ne mette in luce diversi aspetti.

Quello di più immediata lettura riguarda il tempo del lavoro. Phil è infatti un giornalista che viene inviato (controvoglia) per svolgere il suo lavoro in uno sperduto villaggio americano e, da quel giorno, la sua vita sarà sempre la stessa: una metafora, nemmeno troppo celata, della condizione in cui si trova ognuno di noi, o quantomeno la stragrande maggioranza della popolazione la cui vita rientra nei ritmi e nei percorsi scanditi dalle condizioni moderne di produzione.

Basterebbe questo a rendere il film degno di nota, ma il dramma quotidiano di Phil viene declinato anche sotto altri aspetti: la reiterazione quotidiana di una festa annuale – il Giorno della marmotta, che coglie nel segno il disgusto causato dal ripetersi ineludibile delle stesse celebrazioni, religiose o pagane che siano, dal Natale alla finale di Champions; la routine di incontri “reificati” (il barbone che chiede l’elemosina, il vecchio amico che prova a vendergli un’assicurazione sulla vita); i piccoli incidenti di ogni giorno (il piede nella pozzanghera).

groundhog day
Phil, l’amico e la pozzanghera

Tuttavia, la ripetizione assoluta di ogni aspetto della giornata di Phil non solo avrebbe appiattito e reso noioso il film, ma lo avrebbe anche sbilanciato verso un determinismo che avrebbe impedito ogni forma di arbitrio e spontaneità nel protagonista. Qui sta dunque il merito della sceneggiatura, come segnalato dal Morandini, che concede al protagonista un certo margine di azione: per Phil, infatti, dopo lo spavento e la confusione iniziali, subentra una fase euforica, dettata dalle possibilità che il conoscere a memoria una giornata può offrire. Il regista, quindi, ammorbidisce l’espediente narrativo iniziale che voleva giornate sempre identiche in favore di giornate molto simili tra loro, proprio come nella nostra realtà quotidiana, mai uguale a se stessa ma sempre molto simile.

Con questo gioco, inoltre, il film mette in luce tutti quei piccoli trucchetti che l’abitudine ci permette di sviluppare per ammortizzare tempi morti ed inconvenienti. Una capacità adattiva ben illustrata, per esempio, anche da Paolo Villaggio, quando nel Primo tragico Fantozzi ci rivela che il ragionier Ugo, dopo 16 anni di ufficio, è riuscito a limare la sua sveglia sulla soglia dei 39 minuti ottimizzando l’intera routine mattutina.

Tuttavia l’entusiasmo di Phil – che occupa una buona parte del film, la più spassosa – lascia il passo alla consapevolezza che la libertà di cui egli gode non può andare oltre l’arco di 24 ore, dopo le quali il mondo si azzera e, con esso, i suoi sforzi di fare qualcosa di diverso o di cambiare il suo destino. Nuovamente, il film ci parla del mondo in cui viviamo, quel mondo formalmente libero in cui si può fare praticamente di tutto (soprattutto nel weekend) fintantoché il lunedì si è al posto di lavoro in orario. Degna di menzione anche la scena dedicata alla psicanalisi, in cui si evidenziano le difficoltà di un percorso in cui “dobbiamo incontrarci ancora”.

Phil dallo psicanalista

Nemmeno il suicidio, che il nostro protagonista tenta in ogni modo a causa della disperazione, gli fornisce una soluzione. Di nuovo, il film stimola una riflessione sulla parzialità di un gesto che, per quanto estremo, afferisce al quotidiano: quanti sono i Phil che, in mezzo a noi, pensano al suicidio senza poterlo o volerlo attuare, a causa della sofferenza che procurerebbero alle persone care?

Solo l’amore permetterà a Phil di tornare alla normalità. Amore per la sua vita – di cui, nonostante tutto, inizia ad apprezzare la possibilità di prendersi cura delle persone vicine e di coltivare le proprie passioni – ed amore per la donna sempre desiderata: nella sua apparente banalità, anche il finale del film esprime una verità – e cioè che la dedizione, la cura, la passione e l’amore, se non sono in grado di cambiare le cose, possono quantomeno renderle accettabili.

In conclusione, si tratta di un film che, per quanto datato, ha ancora molto da dire sulla vita di tutti i giorni. Consigliatissimo. Attenzione, però, a non guardarlo ogni giorno.

 

(articolo a cura di Stefano Oricchio)

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