Dunkirk – Nolan supera i propri limiti e fa un grande film

Recensione in anteprima

È assodato il fatto che Nolan abbia il potere di dividere il pubblico in due fazioni ben distinte. C’è chi lo acclama e chi invece si erige come detrattore non appena ne ha occasione. E nell’era dei social, tutto appare molto amplificato, senza né filtri né giudizi equilibrati. È altrettanto assodato che gran parte dei film di Nolan abbiano problemi di scrittura evidenti che vanno di pari passo con espedienti visivi più che degni di nota. Al regista inglese, autore della trilogia del Cavaliere Oscuro, piace giocare con il montaggio e con sceneggiature intricate e quasi al limite della naturale comprensione. Insomma, un film preciso e lineare, non è un film di Christopher Nolan. Ebbene, sotto quest’ottica “Dunkirk” non sembra essere un suo lavoro, se non per pochi elementi che lo contraddistinguono e che lo esaltano incredibilmente. L’azione in sostituzione della parola, l’azione che nobilita l’uomo, pronto a sacrificarsi per un bene superiore e collettivo. In poche parole, questo è “Dunkirk“. Realismo è la parola d’ordine: via i supereroi, via la fantascienza e via anche trucchi magici, ricordi offuscati e palazzi onirici che si incrinano. Qui si racconta la storia.

Fino all’anno scorso, l’estate era caratterizzata da un cospicuo numero di film horror, più o meno tutti di bassa lega. Questa estate, invece, sembra essere ottima per gli amanti dei war movie, quasi tutti a cavallo tra il biopic ed il film storico, ben lontani dal soldato Ryan di spilberghiana memoria. “Dunkirk” racconta un momento fondamentale nella Seconda Guerra Mondiale, ossia la ritirata strategica inglese dalla spiaggia di Dunkerque, completamente circondata dai nazisti. Nolan ci racconta questa storia sfruttando tre elementi, quali terra, aria ed acqua, legati tutte dall’onnipresente fuoco della guerra. Il soldato Tommy, il pilota Farrier ed il patriottico civile Mr. Dawson sono i tre protagonisti, il cui punto di vista fa da filtro rispetto agli orrori della guerra, messi in scena in tutta la loro crudezza e disperazione, grazie anche all’ottima e convincente interpretazione dell’esordiente Fionn Whitehead , grazie alla sua prova caratterizzata da pochi dialoghi e tantissima espressività, ed al solito Tom Hardy, ormai una garanzia che si conferma in un ruolo dove ogni emozione traspare esclusivamente dai suoi occhi.

La volontà di Nolan non è quella di raccontare la storia, intesa come disciplina. Il regista vuole raccontare la solidarietà ed il sacrificio ma soprattutto la disperata ricerca della sopravvivenza. Storie corali che si intrecciano tra loro attraverso un costante montaggio alternato che culmina con la conclusione dell’operazione Dynamo, fortemente voluta da Churchill. Lo stile hollywoodiano classico, stereotipato per ciò che concerne i film bellici, viene stravolto quasi completamente: non viene mostrata alcuna vittoria, non ci sono le truppe americane a sbrogliare la situazione. L’unica vittoria è la ritirata ed i veri salvatori sono i cittadini inglesi che hanno concesso le loro barche per andare a salvare i militari da morte certa. Elementi che di fatto rendono “Dunkirkun film atipico nella sua costruzione.

La bandiera a stelle e strisce americana viene momentaneamente ammainata, in favore della Union Jack inglese. Ciò che viene esaltato ed esasperato è proprio la grandezza dell’Inghilterra, capace di arrendersi ma non di chinare la testa, forte del sostegno del suo popolo, attraverso la messa in scena dell’umanità che caratterizza tutti i protagonisti presenti nel film, pronti al sacrificio per salvare il prossimo. Parallelamente, le vicende belliche sono raccontate con una crudezza senza eguali, in un luogo dominato dalla desolazione e dal terrore dell’horror vacui che caratterizza l’al di là della spiaggia, forte di un nemico che si percepisce e mai si vede, a differenza della paura che traspare nei 400.000 soldati costretti nella disperata attesa di una nave che li porti in salvo.

Cambia dunque la forma ma non il contenuto, cambiano le bandiere ma non le azioni. Tanto basta a Nolan per creare un film che riesce a coniare una storia precisa, lineare e ben scritta (finalmente) con immagini visivamente potenti e cariche di adrenalina, pur concedendosi quegli espedienti di montaggio alternato tanto cari al regista di “Memento” che giocano con la temporalità del film. Una sola storia, tre punti di vista basati su tre linee temporali differenti che culminano nel sacrificio e nella salvezza finale.
A differenza di tutta la filmografia precedente, risulta molto difficile trovare grossi difetti, se non per qualche personaggio secondario scritto e gestito non propriamente bene ma in tal caso di tratta di andare a cercare il pelo nell’uovo. Con questo film, Nolan si è dimostrato capace di saper fare un film privo di continue contraddizioni. Speriamo non sia l’eccezione che conferma la regola.