Monografia Refn: Trilogia Pusher – Recensione

Il primo passo verso la conoscenza di uno dei più grandi registi del nuovo millennio. Realismo, inseguimenti, luci al neon e... autobiografie

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INTRO

It’s a long way to the top
If you wanna rock ‘n’ roll

Se non ci avessero pensato gli AC/DC più di quarant’anni fa, sarebbe stato Nicolas Winding Refn a pronunciare e rendere iconica la frase di cui sopra. Magari proprio alla premiere di uno dei suoi Pusher. Difatti, è in particolare nel periodo quasi decennale che va dal 1996 al 2005 che il regista danese ha visto concretizzarsi gioie, dolori, cadute e rinascite. Non è un caso che la sua trilogia “criminale” trovi nelle esperienze dei personaggi un punto di incontro con quelle del proprio autore. Lontani dai più famosi Bronson, Drive, Solo Dio perdona e The Neon Demon, i Pusher sono perciò materia dal valore inestimabile, perché parte di un percorso cinematografico, ma soprattutto di vita, ancora poco conosciuto.

PUSHER (1996)

Il primo capitolo, apparentemente un film minore, si potrebbe definire un esordio inconsapevole: è casuale la nascita del progetto (il produttore Henrik Danstrup nota in tv un cortometraggio da Refn diretto e lo contatta per trasformare il corto in un film per il cinema), così come il buon successo di pubblico e critica (il regista non disponeva di una preparazione adeguata avendo abbandonato anzitempo la Danish Film School di Copenaghen). Eppure, Pusher sembra essere legato a ben altro che alla semplice fortuna; il protagonista Frank (Kim Bodnia) è uno spacciatore di droga alla ricerca di una svolta. La svolta sembra arrivare quando gli viene offerto di vendere un grosso carico di eroina a un ex compagno di cella. Lo scambio finisce male e Frank si trova senza soldi né droga. Nel frattempo il boss Milo, che al protagonista ha fornito l’eroina, attende nervosamente di avere il denaro indietro. La storia è quella di un disperato, diviso tra droghe, incapacità di amare (a farne le spese è l’amica Vic) e perenne insoddisfazione. Se eliminiamo la dipendenza dagli stupefacenti, abbiamo un quadro perfetto dei primi anni di vita di Nicolas Winding Refn: classe ‘70, gravemente dislessico, cresciuto tra la Danimarca e New York, impara a leggere a tredici anni, e le difficoltà a relazionarsi con gli altri, in particolare il sesso femminile, non mancano, così come la depressione e l’autodistruzione. Analogamente alla corsa disperata e a perdifiato di Frank prima di essere acciuffato dalla polizia, la gioventù del futuro regista è dunque un continuo scappare dai propri demoni, in attesa che sia il cinema a mandarli via.

PUSHER II (2004) [SPOILER]

Nicolas Winding Refn entra negli studi di Danmarks Radio estremamente imbarazzato, goffo e a passo lento, mentre la sigla del programma Den 11. time lo accompagna. L’atmosfera è surreale, come in Mulholland Drive di David Lynch (un altro a essere invitato alla trasmissione). La puntata è la seconda, per uno show di approfondimento che ne conta otto. La prima per NWR era andata bene, nonostante il giornalista che lo intervistava fosse ben poco morbido con le domande. Stavolta invece, verso metà puntata, Refn scoppia in lacrime; parlare dell’infanzia fa ancora male, lo turba particolarmente. A un certo punto poi, pronuncia la seguente frase: “In un certo senso, quando in Pusher II Mads Mikkelsen uccide suo padre io mi vendico”.
Facciamo un passo indietro: prima del finale l’opus n.4 del danese è in assoluto il più triste e disperato dell’intera filmografia. Tonny (Mikkelsen) è un uomo senza passioni sane, senza madre, perso tra le continue tirate di cocaina, una leggera malattia mentale, le mancate erezioni nei bordelli e le ire di un padre che non lo ama. Per il genitore, Tonny prova a fare di tutto, eppure Smeden, il più potente boss di Copenaghen, non sembra accettare il figlio in nessun modo: durante il film gli lancerà oggetti, lo deriderà davanti a tutti e arriverà persino a preferirgli il fratello minore Valdemar, avuto da un rapporto sessuale con una prostituta. Anche Tonny, a inizio film scoprirà di aver avuto un figlio allo stesso modo, ma ci arriveremo più avanti.
Dicevamo, il finale apre a una realtà diversa, per il protagonista e per gli spettatori. Dopo aver preso un numero imprecisato di schiaffi per non aver eseguito un ordine commissionatogli dal padre, Tonny in lacrime si vendica e uccide il genitore; poi, con un po’ di esitazione, prende in braccio il figlio di pochi mesi e scappa via. Per dove non si sa; arrivano i titoli di coda. A differenza del primo film in Pusher II si reagisce, anche goffamente e primitivamente, ai problemi. Lo scatto di Tonny è liberatorio, potente, vivo, forse vicino a una battaglia contro i mulini a vento – ci si chiede come possa cavarsela ora che ha ucciso una persona e “rubato” un bambino – ma comunque di grande impatto. Il protagonista è chiaramente Nicolas Winding Refn, che uccide metaforicamente i propri familiari che durante l’infanzia lo hanno fatto sentire solo e spaventato. In particolare la matrigna, che secondo il regista ha reso i suoi primi anni un inferno perché troppo manipolativa; un giorno Nicolas, per rabbia, è arrivato a puntarle addosso una pistola ad aria compressa mentre dormiva. Ma Tonny si avvicina a NWR anche nell’aspetto più genuino della reazione finale: durante la lavorazione del film nacque infatti Lola, la prima figlia, che Refn ha voluto chiaramente omaggiare inserendo un bambino come ancora di salvezza per il protagonista, che decide di prendere in braccio l’unica figura non ancora annacquata della pellicola, a differenza di tutte le altre perse nei loro drammi e dipendenze.

Ho capito che Dio o San Pietro, quando andrai in paradiso, ti chiederanno se sei stato buono con i tuoi figli, prima di chiederti se sei stato un grande artista.
E io ho conosciuto un sacco di persone che appaiono come grandi artisti, che sarebbero rifiutati ai cancelli di San Pietro.
(Nicolas Winding Refn)

PUSHER 3 (2005)

Uscito pochi mesi dopo, Pusher 3 è un seguito spirituale, più sperimentale e visivamente aggressivo, del secondo capitolo. Ciò che per Tonny aveva rappresentato la salvezza, per Milo (Zlatko Buric) è una piacevole abitudine, prima che un problema. Il boss di Copenaghen, oltre a non farsi fregare dal collaboratore Mohammed e fermare una volta per tutte la dipendenza dalle droghe, deve regalare il compleanno perfetto all’assillante figlia venticinquenne (Marilena Malisic). L’essenza del film sta nei continui conflitti tra i due, che andranno a sfociare anche in affari di droga, ma sia Milo che Milena sono consapevoli che, come svela la parte conclusiva, saranno sempre pronti a ritrovarsi nonostante tutto. Un film sulle nuove responsabilità del Refn padre, dunque. E un film che conclude (o prosegue?) nel migliore dei modi un percorso di confessioni al pubblico, con cui il regista danese si mette totalmente a nudo. Alla fine del paragrafo sul Pusher del ‘96 abbiamo scritto: “la gioventù del futuro regista è (…) un continuo scappare dai propri demoni, in attesa che sia il cinema a mandarli via”; ora che Nicolas Winding Refn è diventato un regista a tutti gli effetti, si può dire che i demoni se ne stanno andando e che “adesso la luce sta vincendo”.

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