Iron Fist – Recensione (No spoiler)

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Netflix ha lanciato la nuova serie Marvel dedicata ad Iron Fist. Il personaggio rappresentava l’ultimo tassello mancante per andare a completare la serie The Defenders, in uscita questa estate. È proprio l’ultimo tassello a rappresentare, purtroppo, il primo vero e proprio passo falso della Marvel su Netflix. Forse dovuto ad una produzione sbrigativa, in vista dell’imminente team up di tutti i supereroi targati Netflix, o ad un budget meno sostanzioso rispetto a quello investito nelle produzioni precedenti, la serie presenta diversi punti che la rendono sicuramente discutibile. Dai dialoghi alle scene d’azione fino ad arrivare al protagonista, molte scelte potrebbero far storcere il naso ai fan de “l’eroe in vendita” e anche a chi non lo conosce proprio. La serie per quanto presenti diversi difetti non è da considerarsi un disastro totale, soprattutto con la consapevolezza di quale sia il livello medio delle serie TV supereroistiche. Ciononostante fa sicuramente un passo indietro rispetto al più che riuscito Daredevil e all’apprezzabile Luke Cage; ma procediamo con ordine.

Iron Fist, e il suo alter ego Danny Rand, è un personaggio dei fumetti creato negli anni ’70 da Roy Thomas e Gil Kane, che puntava a cavalcare l’onda del successo dei film di arti marziali di quegli anni. La storia di Danny inizia a New York come figlio dell’imprenditore Wendell Rand e della moglie Heather. All’età di 9 anni Danny partecipa ad una spedizione in Tibet, ideata dal padre insieme al socio in affari Harold Meachum, per trovare la mistica città di K’un-L’un. Un imprevisto porta la spedizione a trasformarsi in tragedia; si vede così il padre di Danny precipitare nel vuoto e la madre sacrificarsi gettandosi su un branco di lupi affamati per dargli la possibilità di fuggire. Danny viene miracolosamente soccorso dagli arcieri di K’un-L’un che lo portano nella mitica città. Da qui in poi verrà addestrato dal Tonante nell’apprendimento delle arti marziali con lo scopo di raggiungere il mitico titolo di Iron Fist. Oltre al titolo, chi si dimostrerà degno, riceverà i poteri del pugno d’acciaio entrando così a far parte di una stirpe di guerrieri millenaria.

Da questo presupposto si intravedono le prime differenze tra la serie creata da Scott Buck e il fumetto, in quanto le origini e la tragedia che caratterizzano il personaggio di Danny sono leggermente modificate. Nulla di importante si potrebbe dire, se non fosse che proprio uno di questi aspetti risulta fondamentale nella caratterizzazione del personaggio (ovvero il sacrificio della madre). Forse per questa ragione, ma non solo, proprio l’Iron Fist stesso risulta essere uno dei punti deboli della serie. Il Danny interpretato discretamente da Finn Jones riesce a dare credibilità ai suoi comportamenti inusuali e alla sua inesperienza sociale, avendo vissuto tutta la vita in un monastero, ma presenta una grossa mancanza nell’approfondire la sua indole e gli avvenimenti che lo hanno modellato psicologicamente. Il risultato è un protagonista che si fatica ad inquadrare, proprio perché la serie cerca di capire che tipo di personaggio sia con il passare degli episodi rendendolo spesso troppo ingenuo e infantile.

Il vuoto lasciato dal protagonista viene però ben riempito, quasi troppo, da personaggi secondari. Partendo da Jessica Henwick che interpreta una Colleen Wing proprietaria di un Dojo, fino ad arrivare alla solita Rosario Dawson sempre nei panni di Claire Temple e a Carrie-Ann Moss nelle vesti dell’avvocatessa Jeri Hogarth. La vera sorpresa è però data dal dramma della famiglia Meachum che finisce per rubare la scena, meritatamente, a Danny. Tom Pelphrey e Jessica Stroup interpretano i fratelli Meachum, figli del socio in affari dei Rand e amici d’infanzia di Danny. I due si troveranno a doversi confrontare con il ritorno di Danny e con il conflitto famigliare che ne deriverà, in cui si farà sentire anche la presenza dello scomparso Harold Meachum, interpretato ottimamente da David Wenham. Proprio Harold ed il figlio Ward emergono come i personaggi più interessanti e ben contraddistinti della serie.

La vera domanda che viene da porsi è se in una serie, che dovrebbe essere basata sul misticismo orientale di città leggendarie e su tecniche di arti marziali spettacolari, un dramma famigliare possa prendere così prepotentemente il ruolo di protagonista. Un quesito che non vuole sminuire una parte ben riuscita e interpretata della serie ma bensì mettere al banco degli imputati l’incapacità di darle un’identità. Nella serie dedicata a Daredevil è molto forte il senso di giustizia e protezione del quartiere e in Luke Cage è impossibile ignorare l’atmosfera soul e lo spirito di una Harlem che cerca di resistere all’influenza della malavita con la forza dei simboli della cultura afroamericana come Malcom X; mentre Jessica Jones presenta delle caratteristiche classiche del noir. Elementi distinguibili non solo negli episodi ma persino negli opening delle tre serie. In questo aspetto Iron Fist fallisce tristemente nel consegnare agli spettatori una vera impressione del mondo mistico e mitologico a cui appartiene. Forse questo aspetto potrà infastidire chi conosce già il personaggio dai suoi albi e ha imparato ad apprezzare quel misterioso misticismo orientale (come nel caso di chi sta scrivendo) e potrà apparire meno marcato per gli spettatori che devono ancora conoscerlo; ma si può dire senza timore che qualche scena più approfondita dedicata al magico mondo di K’un L’un avrebbe fatto contenti sia i vecchi fan che i nuovi adepti.

Una lacuna che si rispecchia anche nell’azione del telefilm. Questa carenza d’identità sarebbe potuta essere compensata da combattimenti in grado di esaltare le caratteristiche del personaggio e del suo mondo, ma purtroppo Iron Fist fallisce nello sferrare questo colpo. Pensando alle bellissime scene di combattimento proposte in Daredevil le aspettative in questo caso erano molto alte, visto il tema trattato, e si pensava potessero addirittura superare l’asticella. Purtroppo diverse di queste scene presentano una carenza di intensità e pericolosità non indifferente, anche se nella seconda parte della stagione queste scene diventano più coinvolgenti e discretamente strutturate; ma la sensazione di un grande potenziale non sfruttato rimane. Ci si aspettava una dose massiccia di combattimenti spettacolari in grado di innalzare il livello che purtroppo non è arrivata.

In questo caso non sembra esserci una scelta stilistica dietro alla mancata esaltazione dei combattimenti, ma più probabilmente un budget inferiore, che influisce anche in parte sugli effetti speciali, e un’accelerazione nei tempi di produzione, visto che The Defenders dovrà già uscire questa estate. Questa apparente fretta si riflette particolarmente nelle scene d’azione dove a volte si intravedono delle ottime idee che mancano però di convinzione e persistenza, venendo usate soltanto per pochi attimi. Se un uso intelligente di riprese aeree o split screen aiutava a donare dinamismo alle scene di combattimento, una mancanza di tempo o di budget sembra essere l’unica motivazione plausibile per cui queste vengano usate con il contagocce. Spiegazione plausibile poiché motiverebbe anche alcuni dialoghi non propriamente brillanti e troppo spesso ripetitivi. Un lavoro affrettato da parte degli scrittori che sembra penalizzare particolarmente proprio il personaggio di Danny Rand e il nostro coinvolgimento nel suo essere l’Iron Fist.

Arrivati a questo punto Iron Fist sembra essere un disastro ma non è del tutto vero. La serie ha sicuramente dei difetti non trascurabili, ma sono maggiormente percepibili da chi è più appassionato delle avventure stampate su carta di questi personaggi. Nel complesso sembra essere un telefilm che può piacere maggiormente a chi il personaggio lo conosce meno e che può rivelare più aspetti ai fan del pugno d’acciaio, nel bene e nel male. I fan delle serie in questione lo guarderanno fino alla fine per prepararsi all’imminente The Defenders, ma molti potrebbero stufarsi più in fretta. È comprensibile che la trama venga leggermente trascinata in alcuni momenti, ma purtroppo non tutti hanno il tempo di guardare una stagione che impiega 5 ore ad entrare nel vivo dell’azione (soprattutto se in totale gli episodi sono 13). Per dirla in breve, il livello è decisamente inferiore rispetto ad un Daredevil, a un Luke Cage come ad un Jessica Jones, ma queste non sono le uniche serie supereroistiche in circolazione, sono le migliori. È importante ricordarlo per non rischiare di criticare eccessivamente un prodotto che portava il peso di enormi aspettative, forse più grandi di quanto fosse capace di sostenere. Il giudizio finale è un bilanciarsi tra elementi ben riusciti ed elementi dimenticati che ci regalano una serie che lascia l’amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere e che ci lascia in parte insoddisfatti per quello che è.

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