Arca Russa – Immersione nel piano sequenza di Sokurov

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“Apro gli occhi e non vedo niente. Niente finestre, niente porte. Ricordo, ricordo che è accaduta una disgrazia e che tutti fuggivano per mettersi in salvo, ognuno come poteva. Quanto a me, non ricordo.”

Comincia così “Arca russa” (“Russiy Kovcheg“), lungometraggio di Aleksandr Sokurov, presentato il 22 Maggio 2002 al 55° Festival di Cannes.

Fotogrammi in nero accompagnano la voce narrante. Appena dopo seguono le immagini di una folla in preda al panico che si dimena per entrare nell’Ermitage.

Al riparo all’Ermitage. Al riparo, nell’Arca russa

Vediamo attraverso gli occhi di un personaggio di cui non verrà mai rivelata l’identità – una presenza invisibile (coincidente con l’occhio della macchina da presa) e percorriamo le sale incantevoli dell’Ermitage accompagnati da un diplomatico francese dell’ottocento, il marchese Astolphe de Custine, che funziona da guida virgiliana e che sembra l’unico a vedere il misterioso visitatore.

Si muovono/ci muoviamo all’interno dell’Arca, attraversando le epoche della storia russa: da Pietro il Grande, a Caterina II, fino ai turisti dei giorni nostri.

Uno dei livelli di analisi è la configurazione dello spazio che racchiude – un qualcosa/un qualcuno:

L’Ermitage si configura come un’Arca che al tempo stesso è figura iconica – involucro che protegge, che isola i personaggi dallo spazio esterno e figura mitica ed immutabile – palesemente associata al libro della “Genealogia di Adamo”, colei che è destinata a navigare in eterno, ancorata alla testimonianza – e alla storia stessa – delle immagini e delle opere d’arte.

Sokurov modella un vero e proprio revival della memoria (storica) ed attua un’esperienza allucinatoria tra la realtà e il sogno (ricordo) adoperando un illimitato piano sequenza in soggettiva.

Sfrutta in questo senso la tecnologia digitale, per merito del sistema Sony HDV, cercando di dare alla sua opera una parvenza illusoria del reale, ovvero l’inesorabile continuità tipica del sogno con un unico piano sequenza costante. Rinuncia agli espedienti cinematografici come il taglio e il Découpage ed attua una rappresentazione molto più vicina al teatro: in Arca Russa il set è la scena stessa. Non vi è un montaggio post riprese ma un allenamento ed una minuziosa pianificazione atti a intavolare un’impeccabile sincronia da parte degli attori (del teatro Mariinsky) ed operatori per ottenere in un unicoCiak una perfetta narrazione (diegetica e non).

Per riuscire nell’impresa sono serviti quattro tentativi: i primi 3 sospesi per errori tecnici (il primo durato solo cinque minuti).

Non solo, anche la visione senza stacchi del long take mai fuori fuoco si risolve, di conseguenza, in uno sguardo mai disattento e quindi irreale se si pensa alle pause che anche il nostro occhio deve prendersi – l’occhio, nonchè simbolo indiscusso del Cinema (il famoso “Cineocchio” di Vertov), necessita anch’esso di “stacchi” e del passaggio della messa a fuoco da un oggetto all’altro.

D’altro canto, però, l’autocrazia dell’unico piano sequenza implica l’impossibilità di ripetere una scena: non vi è quindi margine di errore perchè niente viene RI-preso e ció, paradossalmente al sogno, non è che l’allusione al percorso inclemente ed inflessibile della vita e del tempo che passa.

Credo, infine, che l’Arca di Sokurov, con la sua rappresentazione ininterrotta, tra il movimento perpetuo della Steadycam e la sua “innaturale” messa a fuoco statica in un tempo dove tutto si ripete fino ad una definitiva ed inevitabile conclusione (che sia la storia o il film stesso), sia un’opera in cui non vi è un contesto temporale preciso (le epoche, gli avvenimenti o i periodi storici si mescolano in soli 90 minuti) e dimostra, pertanto, che solo tramite l’arte – per estensione il Cinema, vi è la possibilità di rendere eterno un istante/periodo irripetibile nel tempo.

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