Barriere – Recensione in anteprima

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Fences (in italiano tradotto nel corretto ma limitato Barriere) è un film tratto dall’omonima pièce teatrale degli anni ’80, grazie alla quale il suo autore August Wilson – qui accreditato anche come soggettista e sceneggiatore del film – ha vinto all’epoca un Tony Award e un Premio Pulitzer. La pellicola s’introduce allo spettatore con queste premesse e non solo: tra le svariate candidature ottenute spiccano quattro nomination agli Oscar (miglior film, attore protagonista, attrice non protagonista e sceneggiatura non originale), a cui si aggiungono vittorie ai Golden Globe, ai BAFTA e agli Screen Actors Guild Awards.
Roba da poco, insomma. La redazione della Scimmia è riuscita ad ottenere una visione in anteprima del film: cercheremo quindi di darvi una nostra opinione evitando qualsivoglia spoiler, in attesa che anche voi possiate vederlo alla sua uscita il 23 febbraio.

Il primo, grande problema di Fences si riscontra nella prima premessa qui fatta e in gran misura nella prima mezz’ora di proiezione: Denzel Washington (oltre che protagonista anche regista, n.d.r.) decide di improntare tutta la pellicola mantenendo ben vivida l’origine e la struttura della pièce teatrale. Non aspettatevi quindi di vedere l’azione distendersi in un campo lunghissimo con svariati personaggi di sottofondo e drammi che si svolgono nei diversi luoghi della Pittsburgh anni ’50. In Fences la parola regna sovrana: tutto, il passato e il presente non immediatamente disponibili alla visione, tutto ciò che non si svolge attorno alla casa della famiglia Maxson, tutto viene semplicemente raccontato.
Così, sin dal primo minuto, lo spettatore si ritrova ubriacato da una valanga di parole atte a introdurre i personaggi, non più di sette, e a presentare nel modo più chiaro possibile la situazione e il contesto in cui essi vivono. Fallendo però miseramente. Innanzitutto questo lavoro d’introduzione rallenta pesantemente il ritmo del film, facendo iniziare il dramma, e con esso i primi passi della trama, dopo quasi quaranta sfiancanti minuti. E quel che in secondo luogo dovrebbe essere lo scopo principale dell’incipit svanisce dunque immediatamente: gli iniziali scambi di battute risultano superflui all’identificazione dei personaggi e ancor più superflui alla chiarificazione della trama, mostrandosi anzi caotici e senza un preciso fine. L’impatto iniziale non è dunque dei migliori, ma fortunatamente tutto questo si appiana sempre più con lo scorrere dei minuti, un po’ per abitudine alla desueta impostazione, un po’ per la delineazione della trama, e un po’ per il coinvolgimento, mentale ed emotivo, che alcune scene riescono a creare.

Dopo tutto ciò, Fences si mostra come un film incentrato sui suoi protagonisti, e, soprattutto, sulle stesse fences che essi hanno attorno. E queste, come nella traduzione originale, possono assumere diversi significati a seconda del contesto.

Le prime fences a mostrarsi sono quelle di Rose Maxson, moglie del protagonista Troy e interpretata da una formidabile Viola Davis con già l’Oscar in mano. Il suo unico desiderio è come una sorta di McGuffin che trascina tutto il film verso l’improvvisa fase finale: semplicemente, avere a contorno della casa una nuova staccionata. In questo caso le recinzioni simboleggiano in realtà il sogno di mantenere unita una famiglia nata di per sé già divisa, con un grande figlio illegittimo alle spalle ed uno giovane e impaurito ancora in maturazione. E proprio da quest’ultimo nascono nuove fences, trasformatesi ora in ostacoli: quelli da voler superare per poter diventare un professionista del football, e quelli da dover affrontare per diventare finalmente un uomo – a cui si aggiungono gli ostacoli fisici che ha Gabel, fratello di Troy e zio di famiglia, vittima di una sorte infelice e di scelte altrettanto spiacevoli, incapace di intendere e comunicare.

Ultime, infine, sono le fences del protagonista: è infatti proprio Troy Maxson che costruisce attorno a sé e agli altri quelle vere barriere che sono il titolo, il motore e le fondamenta prime dell’intera opera. La sua rigida e contraddittoria visione del mondo è pregna in ogni elemento della pellicola, dall’ambientazione quasi claustrofobica in cui si svolge l’azione ai dialoghi serrati che ne determinano i ritmi, dal suo rapporto con la famiglia alla sua ossessione per la responsabilità, raggiungendo la costruzione della staccionata e, infine, l’elemento conclusivo della vicenda. Proprio per questo i Maxson, e allo stesso modo gli spettatori, vedranno tutte le barriere da superare o gli ostacoli da affrontare risiedere completamente nel loro capofamiglia e protagonista della pellicola.
In quest’ottica Fences diventa una metafora sulla vita che cerca di insegnare come scavalcare quelle difficoltà che inevitabilmente, prima o poi, ognuno di noi è chiamato a fronteggiare: il risultato non sempre può essere un successo ma, qualunque esso sia, è comunque un modo per andare avanti. Il film è sicuramente d’impatto, forte delle magistrali interpretazioni dei suoi due protagonisti, ma allo stesso tempo risulta sicuramente impegnativo e non sempre riuscito, facendo emergere alcune scelte discutibili sia nelle tempistiche che nel loro eccessivo approfondimento. Ciò che ne esce fuori è un’altalena in contrasto fra grande noia ed intense emozioni, fra ripetizioni superflue e interessanti ragionamenti. Non certamente un capolavoro, ma sicuramente un gran buon film.
Purtroppo però, il brutto della pellicola tende a prevalere nel confronto per un giudizio finale.

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