L’America violenta di Quentin Tarantino: sangue, chiacchiere e politica

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L’America è nata nelle strade recitava il tag-line di Gangs of New York (2002) di Martin Scorsese. La frase è di quindici anni fa, ma si potrebbe affermare che è sempre stata valida. L’America è nata nelle strade, fra sanguinose risse di quartiere fra bande rivali. In fondo l’America è sempre stata forgiata dal sangue di piccole e grandi risse: dalle lotte dei ghetti, alle varie guerre, da quella Messicana a quella Civile, a quelle Mondiali. Dai sassi, alle mazze, alle mani nude, ai coltelli, asce, pugnali, pistole e cannoni. La stessa bandiera con le sue tredici strisce rosse sono come colate di sangue sul bianco, che non è solo purezza d’ideali o innocenza, ma anche neve, o cotone. E questo Quentin Tarantino lo sa molto bene.

Quel rosso è il sangue del sogno americano. In Django Unchained (2013) spara direttamente al cuore di quel sud degli Stati Uniti violento e schiavista mentre la Guerra Civile è una nube oscura (siamo nel 1858) che cala da entrambe le direzioni, pronta a deflagrare. Nel film successivo, The Hateful Eight (2015) la tempesta della guerra si è da poco affievolita, ma pronta ad esplodere, in millesimi, nell’ostello di Minnie.

Un microcosmo sperduto fra le montagne del Whyoming nel quale confluisce quanto possa esserci di americano o anti-americano-medio. Un messicano, un boia inglese, un mandriano che va a trovare la mamma (yankee quanto la torta di mele fumante sul davanzale), un ex confederato che non vuole dimenticare; un cacciatore di taglie nero e nordista che durante il conflitto non ha disdegnato di sparare alle spalle di nemici e amici; un suo collega che preferisce godersi lo spettacolo dell’impiccagione; la prigioniera di quest’ultimo, carne da forca buona come chiunque altro; l’ex- soldato del sud sceriffo, ma senza stella. Tutti diretti a Red Rock, tutti bloccati nell’ostello da una bufera. Un affresco a stelle e strisce, contrastante e contrastato.

Al suo secondo western (una regola non scritta dice che sei regista del genere quando ne hai messi in piedi almeno tre) crea il suo film più maturo, più cinico e violento, a monte di una filmografia dei “pochi ma buoni” che Sky Cinema ci ha permesso di goderci appieno dal 4 al 12 febbraio. E il 6 ha trasmesso, un film che (per ora) è sunto della carriera di Tarantino e riflessione sul suo cinema. Non è violento: non solo nei fatti. Chi si ferma a liquidar la sua come una filmografia delle “secchiate di sangue in faccia” commette errore di superficialità.

Tarantino è, prima di tutto, un grande scrittore di dialoghi che in Hateful Eight, lungi dai virtuosismi di Bastardi senza gloria, sono nuovamente la recherche malata di un “American Dream” come ne Le iene. Allora erano delle puerili chiacchiere davanti al caffè di cultura pop. Oggi sulla bocca di tutti ci sono la guerra e le sue eredità. E non manca neppure la causa scatenante di tanto sangue: l’odio indiscutibile che ogni “razza” prova per l’altra. Il Marquis Warren di Samuel L. Jackson si porta con sé una lettera di Abe Lincoln per guadagnarsi il rispetto dei bianchi. Minnie, una tenutaria di colore che tiene un cartello con su scritto “Vietato l’accesso ai cani e ai Messicani”.

Non si è troppo lontani da macchine inzuppate di sangue, vendette fai-da-te in stile ninja, maniaci dei motori, genocidi vari, guerriglieri e schiavitù. Non si è troppo lontani da poliziotti che uccidono a sangue freddo quanto una gang, nascondendosi però dietro nobili tradizioni e idee vacue. Le stesse che farciscono le bocche (in maniera dissacratoria) dei personaggi del multiverso tarantiniano: Vincent e Jules, Beatrix e Candie sono dei vuoti a rendere. Universali.

Si tratta di una catena di odio qui innevato che riporta al western italico de Il grande silenzio (Sergio Corbucci, 1968) ma che rimanda, per questo suo respiro politico, a La cosa carpenteriana, dalla quale eredita il protagonista, Kurt Russel, e stralci di colonna sonora, vecchi e nuovi, di Ennio Morricone. Una amalgama sonora che sà dei deserti dell’Almeria, ma anche di montagne dello Utah e Monument Valley.

Come Le iene era un film di rapine senza rapina, così Hateful Eight è un film western con diligenza, ma con pochi cavalli e paesaggi rinchiusi dentro la porta. È un gioco di maschere su maschere, antenati su antenati che citano attori che citano loro stessi (Tim Roth qui è un lontano antenato di Michael Fassbender in Bastardi senza gloria). Un western pieno zeppo di pistole e pallottole. Anche se qui è scontatissimo, è la parola che fa più danni e con maggior precisione. Un patchwork mai così omogeneo, nel quale la violenza è giustificata da una miccia che è sempre stata corta. Ma, d’altro canto, l’America, su tutto, ha sempre avuto la miccia corta.

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