Little sister – recensione

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Little sister è un film giapponese uscito in Italia l’1 gennaio 2016 e diretto da Hirozaku Kore’eda.

Tre sorelle, economicamente indipendenti ed ognuna col proprio lavoro, vivono insieme. Emancipate da una madre che le ha abbandonate a seguito del tradimento del marito, loro padre, anch’egli a suo tempo fuggito di casa con l’amante, trovano, in occasione del funerale di quest’ultimo, l’occasione per conoscerne la figlia di secondo letto, la little sister del titolo; anch’essa abbandonata ed orfana in senso ancor più stretto (sua madre era venuta a mancare anni prima),  ha l’opportunità – nell’offerta delle sorelle di trasferirsi a vivere da loro – di ritrovare quei legami affettivi e familiari che aveva perduto.

Partendo da questo assunto, Kore’eda, autore del notevole Father and son, traccia con una macchina da presa perennemente in lieve movimento, la linea del cerchio affettivo che arriverà ad avvolgere la nuova arrivata in famiglia in un abbraccio caldo e affettuoso. In una progressione dai toni ambivalenti (dramma familiare costantemente intriso del senso di morte e commedia candida come i ciliegi in fiore di una delle sequenze più emotivamente coinvolgenti del film) il regista giapponese riesce a definire perfettamente la psicologia e la natura di ogni personaggio e le relazioni tra gli stessi, mantenendo sempre salda quella leggerezza così importante nella cultura orientale. I conflitti che si creano, che si logorano e che si risolvono non appaiono mai forzati, ma autentici, come le emozioni, che vengono sempre trasmesse dai piccoli gesti (un sorriso, una carezza) ed accompagnate armonicamente dalla colonna sonora.

E’ un film che ci parla della vita, della bellezza dellla sua quotidianità e di ciò che ci può offrire (in primis l’amore “che ci fa sopportare anche i lavori più duri”, frase messa in bocca a uno dei personaggi), e che ci parla dunque, inevitabilmente, anche della morte; lo fa però tenendo queste due entità così estreme, unite in un filo continuo, che non si spezza, come non si spezzano i legami tra i vivi e i morti (esemplare in questo senso la commemorazione della morte della nonna, che si tiene ogni anno presso la sua tomba e che coinvolge tutti i parenti, dai più stretti ai più lontani) e il legame che tiene unito chi è prossimo alla morte con la vita stessa: il commiato ad essa è permeato da una  profonda accettazione, proprio perchè chi muore sa fare tesoro della bellezza di un’ultima immagine che la vita gli può regalare, come bagaglio emozionale per il suo ultimo viaggio.

Esemplare il piano sequenza finale sulla spiaggia, dove, come in un film di Kitano, il tempo pare fermarsi sul confine tra la terra e il mare, dando la possibilità alle quattro sorelle di trovare la massima spensieratezza; un momento dunque di felicità autentica che richiama anche (nonostante le dinamiche affettive costruite nel corso del film tra le sorelle bergmaniane siano profondamente differenti rispetto a quelle delle protagoniste del film di Kore’eda) il finale di Sussurri e grida, nella sua capacità di cogliere all’interno di un insieme complesso di relazioni, autentiche o fasulle che siano, quell’attimo di armonia per cui vale la pena vivere e superare le sofferenze. Un piccolo grande film.

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Studente del DAMS di Bologna, appassionato di cinema da sempre ed onnivoro fruitore in ogni sua forma: dall'horror commerciale di James Wan ai contemplativi piani sequenza di Lav Diaz, dai gialli all'italiana di Sergio Martino agli yakuza movie di Takeshi Kitano, dalle commedie romane di Luigi Magni a quelle hollywoodiane di Billy Wilder, dalla premeditata suspance dei film di Alfred Hitchcock all'apertura all'improvisazione di quelli di John Cassavetes. Il suo regista preferito, però, rimane sempre Scorsese.

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