Unlimited Love | Recensione del nuovo disco dei Red Hot Chili Peppers

Unlimited Love
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Il cerchio pareva essersi chiuso, per qualche goliarda navigante del web. Lo schiaffo di Will Smith a Chris Rock, notava qualcuno, potrebbe essere il lontano controappello a quel manrovescio del Papa che più di due anni fa sembrava essere stato la prima nota ad una sinfonia di sventure. In realtà però lo sappiamo tutti: solo John Frusciante può arrivare davvero in nostro soccorso.

Quel martian che salutò i Red Hot Chili Peppers ormai 16 anni fa, e il cui ritorno fu annunciato nell’ormai lontanissimo dicembre 2019. Un avvento salutato dai fan dei peperoncini con una gioia incontenibile, che con mano lesta al portafoglio hanno cercato di assicurarsi un posto in prima fila per l’evento che avrebbe segnato questo storico ritorno. La data è il 13 giugno 2020, ed è la tappa italiana del tour in cui i Red Hot Chili Peppers avrebbero presentato il loro nuovo disco.

Come sia andata realmente è storia tristemente nota. Il Firenze Rocks è stato rimandato per ben due volte, e John Frusciante (ri(ri))torna nel gruppo sembrava solo il titolo di un nuovo libro che nessuno avrebbe mai letto. Allora l’uscita di Unlimited Love è già Storia, per gli affezionati e non. La Visarno Arena è sempre più vicina, e il funk dei Red Hot torna a risuonarci nelle cuffie. Come se quel Marziano non fosse mai morto, e come se 16 anni non fossero mai passati, finalmente sembra davvero che possiamo salutare una rinnovata normalità. E non potevamo scegliere migliore colonna sonora per farlo (?).

Unlimited Love, una macchina del tempo

In effetti questo disco funziona come una sorta di macchina del tempo. Di quello Stadium Arcadium che appartiene a due decenni fa potrebbe rappresentare un ideale terzo volume. Dopo l’epoca Klinghoffer, che ci ha regalato un disco dimenticabile e un altro decisamente divisivo, al primo ascolto ci rendiamo subito conto che il treno rosso e piccante sembra essere rientrato nei suoi binari dopo il deragliamento commerciale.

A questo punto però si aprono due vie. Per coloro che considerano The Getaway un’anomalia all’interno della discografia i Red Hot Chili Peppers, Unlimited Love sarà un’iniezione di ricordi, che rievocherà sonorità che appartengono alla parabola ascendente della band. Per quei pochi che invece consideravano l’ultimo album dei peperoncini un approdo necessario ad una nuova maturità, questo disco potrebbe suonare quasi reazionario.

Non si vuole qui discutere dell’apporto che Josh Klinghoffer ha dato alla band, né esprimere giudizi sull’esperienza personale che ciascuno avrà con l’ascolto del disco. Una cosa è certa però, a prescindere dalla posizione nei confronti della storia artistica di questa band. Che lo si consideri un ben misurato passo indietro o una strana involuzione, Unlimited Love suona come una necessaria riscoperta della propria identità.

Stadium Arcadium resta ancora come un’opera enciclopedica, in cui funk, sperimentazione, rock e melense ballad si miscelano continuamente. Ed è in questo senso che diventa un crocevia di questo pellegrinaggio in reverse. Black Summer, primo singolo dell’album e traccia d’apertura è intrisa infatti di un melodismo che è accostabile ai momenti più pop di Stadium Arcadium.

L’amore, il pop, il funk

Ma subito c’è la transizione, verso Acquatic Mouth Dance, che ancora più indietro getta lo sguardo fino alle origini della band, ricordandoci quanto Freaky Styley sia un disco indebitamente dimenticato. Flea ovviamente gioca un ruolo da protagonista, ritrovando con Frusciante quella chimica che è da sempre la pietra angolare del gruppo. Ma più di Frusciante, che da solo avrebbe giustificato l’esistenza di Unlimited Love, è davvero Flea l’anima del disco. L’amico fraterno resta nei bordi del già sentito; certamente altrettanto fa Flea, ribadendo l’ardore di un infaticabile artigiano. Senza dubbio però è lui a guidare il sound della band nelle maggior parte del disco, a fronte anche di un Chad Smith eccessivamente di contorno e forse poco esplosivo.

Sono poche le occasioni in cui Frusciante buca la tessitura del gruppo con i suoi soli memorabili. E anche se sembrano pallide eco di quel solo su cui salutò i compagni in coda a Wet Sand, ci ricorda che sotto le sue mani la chitarra si trasforma in una voce, che sa essere gutturale e primitiva, e un istante dopo l’afflato lirico e vibrante di un soprano. Brilla in Let ‘Em Cry, salva la dimenticabile The Heavy Wing, ma per il resto si limita a contrappuntare, sempre con la maestria del genio, la voce di Anthony Kiedis.

E così il disco procede senza troppe sorprese una traccia dietro l’altra, scivolando tra quegli estremi stilistici che da Californication in poi hanno segnato i confini del linguaggio della band. In questi quindici anni però Frusciante non è rimasto con le mani in mano, e ha anzi condotto una ricerca sul suono estremamente personale. Lui sì che ha valicato i confini di ciò che lo definiva, e un po’ spiace che il raccolto di tanta ricerca sia restato fuori dal tracciato di Unlimited Love. Se i momenti più entusiasmanti del disco sono certe evocazioni acid da BSSM, forse qualcosa in più si poteva osare.

But the form of life is long never-ending

O forse è tutto perfetto così com’è, come quel fiume che scorre eterno per restare sempre immutabilmente uguale a se stesso. Così Tangelo, come Road Trippin’ con Californication o Death of a Martian con Stadium Arcadium, chiude in dissolvenza Unlimited Love raccogliendone i significati. Un brano lieve che parla di tutto questo, del continuo riconoscersi nel corso di una vita lunga e infinita. Quindi ben tornato John, ben tornati Red Hot: sempre felici di (ri)conoscervi. Ma forse la gioia del reincontrarsi è rimandata agli imminenti live, che siamo certi saranno delle vere e proprie gigantografie alla carriera di questa band straordinaria.

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RECENSIONE
VOTO:
Non dico mai "squisitamente", ma forse troppo spesso "smaccatamente". Amo il cinema di due Ander(s)son: Paul Thomas e Roy. Considero i romanzi di Guillermo Arriaga imprescindibili, e vorrei che tutti capissero perché i tempi lenti di Celibidache non sono lenti, ma giusti.
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