Perché Freaks Out è uno dei film italiani più importanti del decennio

Freaks Out
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Era inevitabile che il primato incontrastato del box office italiano spettasse ai blockbuster. Nel bene e nel male, a prescindere dalla loro effettiva riuscita, i film del Marvel Cinematic Universe e affini richiamano un pubblico di affezionati e cultori che non perde nemmeno un appuntamento. Men che meno ora che il progetto dell’universo Marvel si avvia verso la fase quattro. Subito al secondo posto, però, quanto a incassi assoluti troviamo un’altra squadra di supereroi: quella di Freaks Out.

Dopo l’anteprima in un’edizione della kermesse veneziana in cui molto spazio è stato dato al cinema italiano contemporaneo, il nuovo film di Gabriele Mainetti è arrivato nelle sale il 28 ottobre 2021. È una stagione come mai ricca, dove tutti i rinvii degli ultimi due anni trovano finalmente una certezza. E dove ogni nuova uscita sembra spodestare il blockbuster di turno. Negli ultimi giorni infatti l’arrivo in sala di Ghostbusters Legacy ha cambiato di nuovo gli equilibri del box office, come ci auguravamo. L’istantanea ci mostra dei dati di affluenza che in proiezione spodestano di fatto Eternals dal primo posto.

Non è solo la grande distribuzione però a riportare gli italiani al cinema, anzi. Freaks Out registra cifre importantissime, con sale piene in ogni angolo del paese e ormai quasi un mese di cartellone che non accenna ad esaurirsi nemmeno di fronte allo sgomitare dei prossimi arrivi. È quindi innegabile che Freaks Out rappresenti già praticamente un fenomeno di costume. D’altro canto la sua importanza per il futuro del nostro cinema di certo non si esaurisce nei numeri che macina, anzi.

Freaks Out: Quando nasce un autore

Il valore di Freaks Out è innanzitutto da cercare nel percorso artistico di Gabriele Mainetti. Dopo l’esordio al lungometraggio con Lo chiamavano Jeeg Robot, la sua seconda prova era decisamente attesa come conferma delle sue già manifeste qualità. Ancora di più, però, Freaks Out è la dimostrazione di una fibra autoriale in via di definizione.

Gabriele Mainetti inizia ad imbastire la sua politica autoriale, che tanto in fase di scrittura quanto in quella di regia inizia ad assumere dei connotati piuttosto definiti. Mainetti elegge quindi la romanità a registro del suo stile, secondo una traiettoria che gli permette di raccogliere a piene mani da una tradizione pluridecennale.

Non può quindi che essere Roma il setting eletto da Mainetti per il suo cinema. Una Roma suburbana e licenziosa come quella che Enzo osserva dalla cima dal Colosseo, promettendo a quella maschera da Jeeg Robot di proteggerla ad ogni costo. Da Jeeg Robot a Freaks Out viviamo sì il passaggio dall’assolo dell’anti-eroe ad una struttura decisamente più corale, ma senza dubbio permane una costante. Ed è nella scrittura dell’antagonista che Gabriele Mainetti trova la sua dimensione più naturale.

Scende come un bagliore

I villain di Mainetti sono personaggi a tutto tondo, profondi e sfaccettati. Brutali ed efferati, ma allo stesso tempo intrisi di un’umanità che, nel contrasto, amplifica a dismisura la loro follia. Così era lo Zingaro, boss della malavita di borgata dal fascino debordante, e così è Franz, abile orchestratore del Zirkus Berlin.

Entrambi deliranti assassini, ma allo stesso tempo sognatori dei bagliori della ribalta. E mentre ancora è leggenda la performance di Luca Marinelli sulle note di Un’emozione da poco, il pianista con dodici dita ai tempi del nazismo ruba al futuro la musica dei Radiohead e dei Guns ‘n Roses, trasformandole in virtuose parafrasi per tastiera.

Freaks Out

Elementi, questi, che confermano per altro l’attenzione di Mainetti alla dimensione musicale delle sue opere. Come pochi altri registi nella storia del cinema si sono permessi di fare, è Mainetti infatti a firmare la colonna sonora di Freaks Out e di Lo chiamavano Jeeg Robot, insieme a Michele Braga. Un passo ulteriore verso quell’autorialità che è quindi soprattutto un controllo estremamente personale di tutti i parametri di un’opera d’arte praticamente totale.

Freaks Out: una grande produzione per un film intimo e personale

Forse è questo il dato che più sorprende del film. Constatare come Gabriele Mainetti resti profondamente legato alle radici della sua poetica, versandola in un cinema puro e genuino che non si lascia corrompere da budget sempre più levati. In un certo senso è un fraintendimento che accompagna il giovane regista sin dal suo esordio, ossia quello d’essere in bilico sul cinema più smaccatamente commerciale.

In realtà basta uno sguardo che va oltre gli splendidi effetti speciali e la magniloquente messa in scena per cogliere le urgenze espressive di un regista a cui interessa fare cinema nella maniera più autentica possibile. Non è stata insomma un tiro a vuoto la grande macchina produttiva messa in piedi per il film. Al contrario è stata capace di evocare la magia di certi Spielberg o Burton, che di certo non esauriscono la loro bellezza in comparti tecnici strabilianti.

In questo senso Freaks Out è il film meno italiano degli ultimi anni. Estremamente più affine ai paradigmi dei blockbuster internazionali, con questo film Gabriele Mainetti ha trovato una sua personalissima risposta alle domande che attanagliano la nostra industria ormai da decenni. E l’ha trovata nel riallacciarsi ad un mercato più fruibile rispetto a certi pallidi e pavidi intellettualismi che abitano il nostro cinema. Anche questa è autorialità, nonostante sia facilmente travisabile con linguaggi più commerciali.

Siamo tutti Freaks

Così Mainetti si relaziona alla storia del cinema internazionale, tracciando un arco ampissimo che parte dal maledetto Freaks di Tod Browning. Passa certamente dal Fellini de La Strada, ma arriva fino a Bastardi senza gloria. A più d’uno sarà venuto in mente un paragone con quel film che, per la prima volta nella filmografia di Tarantino, tentò di riscrivere la Storia attraverso il cinema.

Grattando la superficie di qualche affinità narrativa, più o meno ricercata, si trovano però motivi più profondi. Motivi che rimarcano il modo in cui Mainetti si pone al di là di certe stagnanti questioni del cinema italiano. E una di queste riguarda una parziale sospensione del giudizio, che rende Freaks Out un film che, per una volta, non tenta di fare politica.

Mainetti decide di sciogliere l’eterna dicotomia di bene e male trasformando tutti i suoi personaggi in singolari fenomeni da baraccone. Certamente lo vediamo nella trama che intreccia il destino di Franz e le gesta del Circo Mezza Piotta, dove sono tutti, ugualmente, freaks. Allo stesso modo Mainetti non scivola sul film politico, rappresentando i partigiani come eroi, ma passando anche loro sotto la lente della deformazione grottesca. Così gli eroi della resistenza diventano orripilanti bestie senza scrupoli, che alla lotta per liberare il paese sembrano preferire la gratificazione personale per l’uccisione di qualche nazista. Un film di uomini senza gloria, di bastardi difformi; un coro che urla all’unisono la propria mostruosa essenza.

Freaks Out, un film che è un Freak nel cinema italiano

Una creatura stramba, anch’essa a suo modo deforme. Un film certamente imperfetto, che inciampa in più di un’occasione in quel deus ex machina che rappresenta la sua unica, vera debolezza. Freaks Out era forse troppo articolato per risolversi senza forzare le logiche narrative.

Al netto di ciò però è evidente che Mainetti abbia lanciato il cuore oltre l’ostacolo con questo film, sacrificando la perfezione per condurre in porto la sua visione di cinema. Il risultato, da un punto di vista pratico, parla chiaro: Freaks Out è un grandissimo successo. Per quello che resta al nostro cinema, evidentemente è una vittoria ancora più grande.

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Non dico mai "squisitamente", ma forse troppo spesso "smaccatamente". Amo il cinema di due Ander(s)son: Paul Thomas e Roy. Considero i romanzi di Guillermo Arriaga imprescindibili, e vorrei che tutti capissero perché i tempi lenti di Celibidache non sono lenti, ma giusti.