Mono – Pilgrimage Of The Soul [RECENSIONE]

Pilgrimage of The Soul Mono
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Direttamente dalla terra degli alberi di ciliegio arriva sul mercato discografico un nuovo capolavoro della discografia post rock, ancora una volta targato da quei Mono che, giunti al loro dodicesimo album, hanno ancora la forza e la “scienza” per portare alta la bandiera di un genere tanto amato quanto di nicchia.

Con Pilgrimage of The Soul (17/09/2021) infatti i Mono tornano a farsi interpreti di un album dalle sonorità più dirette e toccanti, ricco di impatto e di un’effettistica “cinematica” che non fa altro che esaltare toni e colori, emozioni e sensazioni.

Elementi, questi, che rispetto al suo ben più cupo predecessore Nowhere, Now Here si rendono protagonisti trovando una certa esaltazione capace di trascinare l’operato musicale della band nipponica in panorami acustici meno “oscuri” senza giungere allo snaturare del proprio stile.

E’ così che con Pilgrimage of The Soul i Mono proiettano l’ascoltatore di fronte ad un panorama di tele dotate delle più diverse tinture, passando dal rosso scarlatto della furia al grigio della malinconia per non rinunciare a più dolci tonalità crepuscolari.

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Pilgrimage of the soul – tra delicatezza ed esplosività

Il delicatissimo inizio in sordina di Riptide, seguito poi da un’apertura furastica di acidissimi riff distorti rappresenta in tutto e per tutto quell’associazione tra “quiete e tempesta” capace di rendere il progetto nipponico tra i mastodonti del genere.

Ci ritroviamo allo stesso tempo di fronte a quello che è in tutto e per tutto l’episodio più duro di un album che nel suo scorrere baserà la sua personalità su di un armonico equilibrio tra dolcezza ed incisività, tra momenti di carismatiche accelerazioni e dolcissime e sussurranti frenate.

Ne è un esempio l’ipnotica e pachidermica Imperfect Things che, dolce nel nascere va poi a schiudersi gradualmente trascinata da un groove costante e coinvolgente ove l’ingresso graduale di distorsioni ed archi riesce a dare vita ad un climax sapiente e riuscito.

A riconfermare il lato più dolce dei Mono di Pilgrimage of The Soul ci pensano poi le delicatezze di un movimento come Heaven in a Wild Flower, pezzo minimale e dai toni solenni e simil cinema soundtrack, ideale per spezzare la tensione prima di giungere alle corpose esplosioni dell’agrodolce To See a World.

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Le docili melodie di Innocence, sporcate dalle acidule distorsioni dei Mono, rappresentano probabilmente uno dei momenti più raffinati di un album che troverà poi il suo climax finale nei toccanti dodici minuti di  Hold Infinity in the Palm of your Hand.

Con Pilgrimage of The Soul ci ritroviamo di fronte ad un lavoro dove la dolcezza di melodie dalle tinte quasi eteree vanno a mescolarsi con la durezza di muri strumentali imponenti ed acidi, in una mescolanza tra distorsione e “limpidezza” capace di stordire e spiazzare.

Un album dotato di sensibilità e freschezza, capace di esporre a pieno regime l’innata capacità comunicativa di un genere come il Post Rock che, tramite i Mono, si conferma ancora una volta come un infinito serbatoio di colori e sensazioni.

Un lavoro magistrale, ennesima conferma di un progetto musicale come quello dei Mono che, nel suo genere, non ha assolutamente nient’altro da dimostrare ma, anzi, ha ancora tanto da dare anche dopo venti anni di lunga carriera.