Venezia 2021: È stata la mano di Dio, Recensione del film di Sorrentino

Vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia, È stata la mano di Dio è il film più intimo di Paolo Sorrentino e, forse, proprio grazie a questo, è il migliore

È stata la mano di Dio
Filippo Scotti nel nuovo film di Paolo Sorrentino
Condividi l'articolo

È stata la mano di Dio è il film che segna il ritorno dietro la macchina da presa di Paolo Sorrentino, che torna al cinema dopo la parentesi televisiva di The New Pope.

Con questa nuova produzione cinematografica, che sbarcherà tra qualche mese su Netflix, Paolo Sorrentino si è presentato all’ultimo Festival di Venezia, dove è riuscito a vincere il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, ottenendo anche un “congratulazioni” dal presidente di giuria Bong Joon-Ho.

Racconto autobiografico e profonda lettera d’amore per la città di Napoli e per Diego Armando Maradona, È stata la mano di Dio è una pellicola delicata e al tempo stesso ridanciana, che offre alcuni dei punti di riferimento del cinema di Sorrentino, ma anche lati più intimi e personali, in cui è il dolore a creare l’arte.

È stata la mano di Dio, trama

Fabietto (Filippo Scotti) è un adolescente partenopeo che, come tutti gli altri napoletani, è preso dalla febbre di veder realizzare il più grande sogno calcistico che si possa immaginare: vedere Maradona giocare con la maglia del Napoli.

Un sogno che il ragazzo vive con suo padre Saverio (Toni Servillo), impiegato in banca che ha una tenera e bellissima storia d’amore con sua moglie Maria (Teresa Saponangelo). Fabietto è circondato da una famiglia rumorosa, a tratti scorretta, ma piena di fascino che scandisce l’estate del ragazzino.

Tra i sogni proibiti verso la zia Patrizia (Luisa Ranieri) e le partite del Napoli in tv e allo stadio, Fabietto cercherà di trovare il proprio posto nel mondo, in una città che lo accoglie e insieme lo divora. Ma proprio quando meno se lo aspetta, nella vita dell’adolescente arriva una tragedia terribile che richiederà un cambiamento repentino.

Ti hanno inventato il mare

È stata la mano di Dio si apre con una ripresa aerea del golfo di Napoli, una distesa di un azzurro selvaggio, libero, senza costrizioni.

E il mare è uno dei simboli che torna maggiormente nel film: è al mare che Fabietto vive alcuni dei suoi momenti più sereni, insieme alla famiglia che si immerge e ride insieme. È al mare che Fabio chiede un po’ di ristoro quando la tragedia si è ormai insinuata nella sua quotidianità.

Ed è ancora contro il ruggito del mare, in un’alba che sembra in realtà un tramonto, che il ragazzino è chiamato a diventare adulto, tutto in un solo colpo. Perché il mare chiede attenzione, divora le tue aspirazioni e ti costringe a lottare per rimanere a galla.

LEGGI ANCHE:  The New Pope è la miglior serie tv italiana di sempre

E allo stesso tempo il mare diventa una tavolozza su cui costruire il sogno: da quello di chi vuole diventare pilota di off-shore e immergersi in un tuff tuff onomatopeico che sa di pace interiore, a quello dello stesso Fabio, che vuole la stessa libertà, ma anche la stessa forza.

Paolo Sorrentino colleziona in apertura una manciata di riprese su questo mare sempre in attesa e sempre presente e tanto gli basta per dettare alcuni dei temi principali del film: dall’amore intatto per Napoli e la sua gente all’azzurro che migliaia di tifosi di calcio hanno sognato di vedere sulle spalle di Maradona, diventato lui stesso simbolo della città.

È stata la mano di Dio è senza dubbio alcuno l’opera più intima, personale e coraggiosa di Sorrentino: in esso il regista pone al centro della narrazione il suo alter-ego, un’ombra del se stesso più giovane, rimasto nascosto in un angolo ad aspettare che i sogni – come nella miglior tradizione favolistica – diventassero realtà.

Ma È stata la mano di Dio non è propriamente una favola: se l’inizio può far pensare al racconto colorato (e divertentissimo) di una famiglia unita e piena d’amore, man mano che la storia avanza ci si rende sempre più conto di come l’oscurità abbia cominciato a insinuarsi, a gettare un senso di predestinazione sul destino di personaggi principali.

Ed è proprio in questa doppia anima, così piena di colori e risate ma anche così malinconica e disperata, che si deve cercare l’elemento più riuscito dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, che è riuscito a restituire allo spettatore la sensazione di star guardando la vita stessa.

È stata la mano di Dio, tra Fellini e Sorrentino

Subito dopo aver fatto spaziare lo sguardo sul golfo di Napoli, Sorrentino chiude lo spazio della sua ripresa e si blocca su un ingorgo che appare speculare e contrario alla scena d’apertura di 8 e mezzo di Federico Fellini.

E proprio al regista di Rimini Sorrentino si accosta molto nel realizzare quello che è forse il suo capolavoro: l’inizio surreale, che gioca tra il sogno e la religione, sembra un omaggio apertissimo al regista de La dolce vita, che d’altra parte Sorrentino aveva già omaggiato anche in La Grande Bellezza.

Ma non è tanto nelle immagini che Sorrentino si avvicina a Fellini: lo fa più che altro negli intenti, nel rincorrere quel senso onirico e suggestivo, dove il tempo smette di essere un comandante ferreo e dove ciò che è doloroso e spaventoso viene celato dietro maschere ridanciane, che appaiano a tratti inquietanti, come quelle di pierrot dal trucco sbiadito.

LEGGI ANCHE:  Joker, la data dell'anteprima mondiale!

Tutto il film è percorso da un sentimento di nostalgia struggente, di solitaria timidezza che circonda il protagonista Fabio e lo rende altro rispetto ai personaggi che gli si muovono vicino e che lo guardano con un misto di compassione e invidia.

E di Fellini Sorrentino recupera anche un tipo di pensiero, un mood esistenziale: quello che fa dire al suo Federico Fellini mai apertamente mostrato, ma presentato come una presenza fisica e autorevole. La vita è realtà e la realtà è scadente, dice il Fellini di Sorrentino e su questa frase viene costruito il destino di Fabio.

Il cinismo, il tradimento, la tragedia, la solitudine: sono tutti sentimenti che Sorrentino fa scoprire pian piano al suo protagonista, nel quale proietta se stesso e il suo periodo più buio, quello che lo ha portato a scavalcare il divario tra adolescenza ed età adulta in modo brusco, violento, spaventoso.

E proprio perché la realtà è scadente, proprio perché nemmeno Maradona può salvare un ragazzo dalla rabbia e dalla tristezza, Fabio decide di inventarsi un proprio modo di raccontare ciò che vede. Proprio perché la realtà non funziona, il ragazzo decide di rifugiarsi in un sogno fatto di celluloide, che ha il nome di cinema. E a distanza di anni diventa un regista applaudito in tutto il mondo, un uomo vincitore del premio Oscar che si commuove quando riceve un premio al Festival di Venezia.

Sebbene l’ultima parte del film pecchi di un (forse) eccessivo ricorso alla stravaganza e all’eccentrico, È stata la mano di Dio è un film che sembra distruggere la divisione tra schermo e pleata, che mostra un personaggio che il pubblico può cercare nella realtà, in quel Paolo Sorrentino che ha trovato in Toni Servillo un interprete da non lasciar scappare e in Filippo Scotti un perfetto alter-ego