Gli album musicali più sottovalutati di sempre | Parte 3 [ASCOLTA]

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Il terzo appuntamento con la nostra rubrica alla scoperta degli album ingiustamente ignorati e dimenticati. Come al solito: uno per decennio

Tanti sono gli album, nella storia della musica, che hanno catturato l’attenzione di cultori ed appassionati proprio perché nascosti ma validissimi. Ossia: per qualche ragione non riconosciuti dal grande pubblico, ma apprezzati dalla critica (e spesso, però, forse nemmeno da questa).

Vale la pena di girare le pagine della storia della musica, tornando indietro a riscoprire quei gioielli nascosti che, tra i capitoli, in molti non hanno notato. Non si tratta per forza di dischi incredibili e sperimentali: spesso sono “solo” lavori validi di artisti validi ma che non hanno ottenuto il successo meritato. Ecco quelli che vi proponiamo oggi.

Donovan – Sunshine Superman, 1966

A metà anni ’60 improvvisamente Donovan Leitch si trasforma, da cantautore folk in stile Bob Dylan, in una sorta di menestrello hippie. Attento (e anche parecchio in anticipo) al nascente verbo del rock psichedelico, è tra i primi a muovere un passo significativo in questo genere con questo album: Sunshine Superman.

Già la title track dice tutto, ma il resto delle canzoni non sono da meno. Uno stile che sopra un substrato di folk distribuisce toni acid e cliché del genere come sitar e tabla. L’atmosfera è spesso quella delicata e trasognante della psichedelia puramente da “figli dei fiori”. Un disco “to get high to”, insomma.

Non mancano momenti particolarmente interessanti come quello di Season of the Witch, in cui la chitarra è (pare) affidata a Jimmy Page; oppure la lunga visione Dylaniana di The Trip. Anche The Fat Angel, poi ripresa dal vivo dai Jefferson Airplane (e che li cita) è tra le tracce migliori. Insomma: un gioiello dell’era psichedelica, assolutamente da riscoprire.

Donovan – Sunshine Superman, 1966

The B-52’s – The B-52’s, 1979

Quando sul finire degli anni ’70 il post-punk inizia a fare presa negli Stati Uniti, quasi tutte le band lo trasformano immediatamente in un genere, l’hardcore, che preme su aggressività e cinismo del genere. Non così invece i B-52’s, bizzarra band di Athens (concittadini degli R.E.M., quindi), in Georgia.

Il loro disco d’esordio è un esperimento da molti definito kitsch ma sicuramente originale. I ritmi, i riff e le melodie riprendono il post-punk inglese dell’epoca, ma virando più verso una sorta di narrativa assurdo-ironica, rispetto alle derive goth e introspettive dei gruppi britannici.

Risultato: un disco… strano. Ma enormemente interessante. I due perni dell’album sono la cantante e strumentista Kate Pierson, che sembra trasporta in quest’era dagli anni ’60; e il vocalist atonale Fred Schneider, famoso per il suo cantato “parlato” che funge come da voce di commento di un documentario. Un ascolto sicuramente differente e coinvolgente.

The B-52’s – The B-52’s, 1979

The Cult – Love, 1985

Dagli esordi new wave i Cult di Ian Astbury e Billy Duffy si spostano presto, a metà anni ’80, verso quello che non si può non definire rock and roll. Hard rock, per la precisione, che guarda molto agli anni ’70 e all’era classica appena trascorsa, ma lontano dai fasti e dalle auto-celebrazioni del glam metal.

Astbury si erge come voce unica e originale del periodo e Duffy è uno dei pochi veri virtuosi della chitarra di provenienza new wave. In ogni caso, non è tanto il genere adottato a rendere Love un disco eccezionale, quanto la bravura nel songwriting. Nirvana, Rain, Phoenix, Revolution e She Sells Sanctuary sono tutti pezzi riuscitissimi.

Phoenix, in particolare, è una delle migliori canzoni hard rock degli anni ’80, ancora oggi straordinariamente ignorata persino dai cultori del genere. Il resto dell’album mescola gli afflati rock dell’arrangiamento con una “cupezza” di derivazione appunto new wave e in parte gothic. Ma la formula funziona comunque e ne risulta un disco assolutamente da riscoprire.

The Cult – Love, 1985

Neutral Milk Hotel – In the Aeroplane Over the Sea, 1998

Questo è uno degli album più frequentemente citati quando si parla di “underrated”. Quello che si potrebbe definire un “cult classic”, amato da generazioni di musicofili in cerca di musica diversa, fuori dagli schemi, intimista, introspettiva e particolarmente sensibile, nella fattispecie, all’espressione della fragilità umana.

In the Aeroplane Over the Sea è proprio questo: fragile. Un folk rock lo-fi e volutamente insicuro che va a toccare i più profondi abissi della psiche umana; o meglio, è quello che vorrebbe fare. Spesso l’album conta molti detrattori, che lo giudicano pretenzioso e ridicolo. Altri, invece, lo considerano uno dei punti più delicati mai toccati dalla musica (rock).

Sia come sia, per il cantante e leader della band Jeff Mangum l’effetto del successo è deleterio. Dopo il tour la band si scioglie, e anche se nel frattempo si è riformata per diversi spettacoli dal vivo, questo album rimane di fatto l’unico e ultimo exploit (se non si considera On Avery Island, 1996) del ricercato songwriting di Mangum.

Neutral Milk Hotel – In the Aeroplane Over the Sea, 1998

The Ting Tings – We Started Nothing, 2007

Probabilmente, di questo album, molti di voi ricorderanno canzoni come That’s Not My Name e Shut Up and Let Me Go, quest’ultima famosa anche per qualche pubblicità. Ma per qualche motivo la buona riuscita di questo disco d’esordio dei Ting Tings (Katie White e Jules De Martino) non è mai emersa.

Eppure, qui abbiamo un indie rock a metà strada verso l’indie pop, nel periodo di nascita ed emancipazione di quest’ultimo genere, espresso da canzoni fatte di melodie memorabili e condite adeguatamente da elementi di funk ed electro. Basta sentire brani come Great DJ e We Walk per rendersi conto di quanto davvero sia andato “perso”.

Si perché, pur avendo i Ting Tings ottenuto un buon successo a partire dai singoli estratti, il loro meritato posto nel mainstream gli è stato per qualche motivo tolto. “Colpa” forse anche loro, che negli ultimi dieci anni hanno vagato nei meandri di un indeciso indie funk prima di decidere di darsi, bizzarramente (ma per fortuna), alla new wave nel 2018, con l’album The Black Light.

The Ting Tings – We Started Nothing, 2007

Esperanza Spalding – Emily’s D+Evolution, 2016

Uno dei capolavori assoluti del jazz/fusion anni ’10. In questo disco la capacissima e virtuosa (nel senso dello strumento) bassista e cantante compie un bel balzo dal jazz delicato e raffinato dei suoi precedenti lavori, iniziando ad incorporare elementi di rock, funk e prog in canzoni audaci ed eclettiche.

Il risultato: un disco incredibilmente ricco di sfumature, accenti e idee interessanti. Il tipo di album da far ascoltare agli appassionati di musica di qualunque genere, e in particolare a chi apprezza il jazz, le variazioni strumentali e l’inventiva compositiva sposata ad un ottima capacità di arrangiamento (qui dovuta al leggendario produttore Tony Visconti).

Del resto, parliamo di una artista non solo con la “a” ma con tutte le lettere maiuscole. Tanto per dire: nel 2017 Esperanza fa partire una diretta Facebook di 77 ore durante le quali registra, dal nulla, un intero album poi chiamato Exposure. Realizzare un capolavoro (un altro) entro un tempo limite predefinito: lei lo ha fatto.

Esperanza Spalding – Emily’s D+Evolution, 2016

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