Chynna Rogers: morire di overdose nel 2020

Excursus sulla "drug culture" e le sue vittime nella musica.

Chynna
Credits: Chynna / Wikipedia / Noflexzone
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Dopo l’inaspettata morte della giovane rapper Chynna Rogers, abbiamo deciso di parlare del problema della “drug culture” nella musica

Lo scorso mercoledì (8 Aprile 2020) la giovane rapper e modella 25enne Chynna Rogers, ci ha inaspettatamente lasciati, dopo quasi due anni dalla riabilitazione, apparentemente in seguito ad un’overdose da sostanze stupefacenti.

La notizia è forse passata in sordina, date le circostanze attuali e la fama non eccessiva della ragazza, però, noi de LaScimmiaPensa.com abbiamo deciso di affrontare comunque il problema, cercando di analizzare le ragioni celate dietro l’abuso di sostanze da parte delle personalità del mondo della musica e dello spettacolo.

La povera Chynna, infatti, non è da sola: oltre a lei, decine e decine di nomi più o meno noti, sono accomunati dalla stessa causa di decesso. In primis, colui da lei definito “mentore“, il fondatore degli A$AP Mob, A$AP Yams, seguito da altri famosissimi e altrettanto giovani rapper come Mac Miller, Juice Wrld e Lil Peep, rispettivamente di 26, 21 e 21 anni. Come non parlare poi di Chris Cornell, suicidatosi sotto l’effetto di un cocktail di droghe, e ancora Prince, Tom Petty, Whitney Houston, Dolores O’Riordan, e la più discussa Amy Winehouse, insieme a veramente tantissimi altri (questi solamente alcuni dei decessi avvenuti negli anni ’10, qui una lista più o meno completa).

Tuttavia, quest’ultimi rappresentano un’altra “categoria” rispetto a quella di Chynna, A$AP Yams e simili, ma a questo ci arriveremo. Innanzitutto, occorre indagare all’origine di quello che ad oggi costituisce uno dei maggiori problemi delle celebrità.

Quello delle droghe (da qui in avanti ci riferimento unicamente alle sostanze psicotrope ad esclusione di alcool e simili), si sa, è un argomento alquanto delicato e controverso, non tutti ne sono bene informati e non esistono neanche certezze assolute sulla loro natura. Esse hanno accompagnato l’uomo lungo tutta la sua storia: già le civiltà mesopotamiche conoscevano le proprietà alteranti dell’oppio, per il quale avevano un ideogramma che si traduceva con “gioia“, “giubilo“.

Con l’evolversi della società, il buon costume ha quasi del tutto eliminato l’utilizzo di sostanze stupefacenti, etichettando negativamente coloro che ne facevano uso. Basti pensare agli artisti della bohème parigina, i “poètes maudits“, personaggi che andavano controcorrente attingendo alle droghe per rifuggire momentaneamente la condizione umana sfruttandole anche come vettore artistico: è forse proprio in questo periodo che l’uso delle droghe viene per la prima volta unanimemente associato agli artisti.

Tuttavia, sarà a partire dagli anni ’60 che il binomio droghe-artista raggiungerà l’apice della concretezza. Con l’avanzare di movimenti anticonformisti e liberali, come quello degli hippie, gli oppiacei e i lisergici acquisteranno popolarità tra i giovani, fino all’avvento di generi come l’hard rock e la psichedelia, che consacreranno il mito della rockstar dall’esclusivo mantra “sesso, droga e rock ‘n roll” – ricordiamo tutti i “tre giorni di pace e musica rock” del Festival di Woodstock del 1969, emblema di questa rivoluzione artistica e sociale.

Saranno innumerevoli le vittime dell’abuso di sostanze tra i musicisti di questa prima epoca degli eccessi (i nomi più celebri quelli di Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Sid Vicious, Tim Buckley e Nick Drake, tutti morti prima dei trent’anni) però la cosa era in qualche modo giustificabile: tutti questi artisti facevano uso di droghe già da prima della fama – cosa che gli ha successivamente consentito di accedere a quantità maggiori che hanno peggiorato le preesistenti dipendenze – e per ragioni “effettive”.

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“Negli anni ’60 la gente si faceva di acidi per rendere il mondo strano. Ora che il mondo è strano, si fanno di Prozac per renderlo normale.” (Damon Albarn)

È, infatti, con la nascita dei mass media e la diffusione della “musica parlata” che i portavoce della drug culture cambiano aspetto. Verso la fine degli anni ’80, a dominare le classifiche americane vi sono gangsta rap e hip-hop, generi che puntano a raccontare storie di strada, le quali devono essere però supportate da una certa street credibility, che trova nella potenza dell’immagine il suo cavallo di Troia.

Così, grazie all’enorme successo di reti come MTV e, quindi, dei videoclip musicali, le nuove rockstar (non più rock ormai), i nuovi idoli dei giovani, hanno istituito involontariamente un canone – seppur non completamente diverso da quello precedente – perfettamente evidente, che fa dell’utilizzo delle droghe, e non solo, una caratteristica irrimediabilmente necessaria. Coloro che puntano al successo, dunque, non possono tirarsi indietro ma devono essere, a loro volta, alimentatori di questa immagine. Si arriva, allora, ad un punto in cui non importa più il perché, il consumo di sostanze diventa solo un obbligo, un presupposto del successo.

Arriviamo ai giorni nostri: l’accesso ai media è esponenzialmente cresciuto da allora e si è evoluto e rinnovato creandosi nuovi canali, sempre più immediati e “vicini” al destinatario (pensate, ad esempio, a Instagram, Facebook, Snapchat e simili, che consentono ad un artista di comunicare istantaneamente, e persino in diretta, con il proprio pubblico tramite post, foto e video). In questo modo, le vite delle nostre celebrità preferite sono aperte per noi 24 ore su 24 e ciò porta le categorie di musicisti citate prima – ovviamente in ambienti musicali leggermente diversi (trap su tutti) – alla costrizione del dover contribuire costantemente alla propria immagine.

In questo modo l’artista raggiunge inevitabilmente lo stato di dipendente – che costituisce il vero problema correlato all’uso di sostanze stupefacenti – e, a causa della progressiva assuefazione, il bisogno di quantità sempre maggiori e questa strada conduce sempre allo stesso posto, l’overdose, e il numero sempre crescente di vittime tra le star ne è la prova.

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“L’abuso di droghe non è una malattia, è una decisione, come decidere di buttarsi davanti ad un’auto in moto. Non direste che quella è una malattia, ma un errore di giudizio.” (Philip K. Dick)

L’unica salvezza di questo genere di artisti potrebbe consistere in una presa di posizione da parte di una certa maggioranza di nomi celebri contro l’attuale ideale distorto dell’artista “di strada”, o quantomeno, nella consapevolezza degli stessi musicisti dell’inopinabile ed evidente gravità di quest’elefante nella stanza, che influenza non solo loro ma anche chi vi sta intorno.

Le testimonianze, dopotutto, non mancano di chi, come la nostra Channy, che, resasi conto della situazione, aveva intrapreso un percorso di riabilitazione, cercando in ogni modo e con tutta se stessa di dissuadere i suoi amici, i suoi colleghi e i suoi fan, dall’intraprendere la mendace strada che lei stessa aveva in passato intrapreso, per poi ricaderne, dopo tanti sforzi, un’ultima, fatale, volta.

Ci sono molte più persone di quanto voi pensiate che hanno a che fare con questa merda, e devono sapere che qualcuno come me, che fa ciò che faccio io, potrebbe avere lo stesso problema del tossico all’angolo.

Ho realizzato di non avere più il controllo della situazione il giorno in cui non me la sentivo neanche di farmi, e il mio corpo era tipo, ‘Stronza, faresti meglio a drogarti prima che cominci a vomitare e a comportarti da idiota.’. Era davvero frustrante. Ero arrivata al punto in cui avevo bisogno di farmi qualcosa solo per riuscire a salire sul palco e fare il mio lavoro. Non mi piaceva. Stava andando troppo oltre, perché smette di essere divertente ed inizia ad essere come un obbligo, ed è qui che capisci di aver bisogno di finirla.

Ma nell’industria musicale nessuno te lo dirà davvero, perché lo fanno tutti e, onestamente, nessuno vuole sentirselo dire. Più dici a qualcuno di non fare qualcosa e più vuole scoprire di che si tratta. Capisco perché tutto il mondo è curioso, perché milionari, miliardari e barboni sono tutti vittime della stessa cosa. Cos’è questa cosa che porta gente di ogni tipo a distruggere sé stessi?

– Channy Rogers, Ex-Tossicodipendente (Pitchfork, 18 Gennaio 2018)

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