5 canzoni per immergersi nel Blues Rock

Jimi Hendrix blues rock
-Credits: Jimi Hendrix / Wikipedia / SCANPIX SWEDEN, Stockholm, Svezia, Gitarrlegenden Jimi Hendrix

“Il blues è la musica del diavolo e noi i suoi figli”, insegnava Mosley.

Ma dietro a tutto il folklore, le maledizioni e i patti con Lucifero agli incroci delle strade di campagna – meglio noti come “crossroads” – si nasconde un genere dalle mille sfumature. Tra queste, l’etichetta più versatile da appiccicare all’immenso contenitore musicale vede precedere la parola “Blues” dal prefisso Rock. Non dimentichiamoci infatti che se il blues è il padre di decine e decine di generi musicali, il rock resta il suo figlio prediletto.

Da questo magico incontro, o meglio, dall’evoluzione del genere è derivata un’intera produzione musicale che ci accompagna dagli anni 60 ad oggi. Non riusciremo a citarli tutti, ma proviamo a riascoltare insieme quelli più importanti.

Cream – Sunshine of your love

Non è possibile parlare del rock blues senza citare il supergruppo dei virtuosissimi Cream. Il trio era formato dai migliori musicisti della scena: alla chitarra Eric Clapton, Ginger Baker alla batteria e il mitico Jack Bruce al basso. Avete presente come in ogni gruppo ci siano uno, al massimo due personalità di spicco, che generalmente coincidono con il cantante o il chitarrista della band? Spieghiamoci meglio: gli U2 si identificano in Bono Vox/The Edge, gli Arctick Monkeys in Alex Turner, gli Strokes in Julian Casablancas. In questo caso, non è possibile scindere i 3 artisti dal gruppo e viceversa. I Cream erano l’insieme di tre grandi geni creativi, e i loro live sfociavano il più delle volte in infinite jam session.

Sunshine of your Love è forse il brano più famoso della storia del rock blues. Il riff fu ideato da Bruce, che ebbe un’epifania dopo aver assistito ad un live di un tale…un certo Jimi Hendrix. La storia che racconta non è diversa da quella di tante altre: l’amore puro e genuino nei confronti della propria amata. Nonostante non abbia precisi riferimenti alla summer of love e sia ben lontana dal “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, Sunshine of Your Love è diventata simbolo di una controcultura. Ed è un dovere conoscerla.

Jimi Hendrix – Crosstown Traffic

Qui si parla dell’A B C della musica. E di un’artista che per la sua fama non ha di certo bisogno delle nostre presentazioni. Crosstown Traffic poi è di un’attualità disarmante, nonostante abbia spento 51 candeline proprio quest’anno. Ci chiediamo spesso come Hendrix avrebbe vissuto l’esperienza della metropoli nel 21esimo secolo; considerata l’inquietudine del vivere in una grande città raccontata in Crosstown traffic, probabilmente non bene. C’è chi sostiene che la canzone in realtà parli di una donna, o addirittura come possa essere una metafora del sesso. La verità è che dal momento in cui viene pubblicata, l’opera è di chi la osserva. Per cui, prima di soffermarci su significato e interpretazioni, quello che potete fare è infilarvi le cuffiette, impostare il volume a 80 e lasciarvi trasportare dal ritmo incalzante di questo brano senza tempo.

All of your love – John Mayall

Se il rock blues fosse una disciplina sportiva, quella di John Mayall sarebbe la palestra più autorevole dell’intero panorama musicale. Sotto la sua direzione si sono succeduti una miriade di artisti i cui nomi sarebbero entrati, di lì a poco, nel firmamento della musica: Peter Green, Mick Fleetwood, Jack Bruce, Mick Taylor, volendone citare alcuni. Questo perché stiamo parlando di uno dei più grandi punti di riferimento del genere. Per cui potete capire quanto sia stato difficile individuare un solo brano nell’immensa discografia della leggenda col nome di John Mayall. All Of Your Love è un brano standard, nato dalla penna di Otish Rush e rielaborato e omaggiato da più artisti nel corso del tempo. Ed è la dimostrazione di come una canzone abbia potuto influenzare un’intera categoria di musicisti, nella veste di uno dei più importanti brani della storia del rock blues.

I’d Love to change the world – Ten Years After

“i’d love to change the world, but i don’t know what to do”. Così si apre uno dei brani più intensi dei Ten Years After. Se state cercando una scarica di adrenalina, quel pugno nello stomaco che poche cose vi fanno provare, dovete mettervi in macchina, far partire questa canzone in loop e guidare per un buon 15 minuti senza un meta. Ha un effetto catartico GARANTITO,e quelli che tra di voi avranno visto Tropic Thunder asseriranno con noi senza troppi problemi. Combinando i chorus in acustico ai riff di chitarra elettrica, I’d Love to change the world sfondò letteralmente le classifiche collocandosi tra i primi posti delle charts. Il brano, scritto e concepito dal leader della band britannica, Alvin Lee, fa riferimento ad un degli argomenti più abusati dalla storia del rock blues: la guerra del Vietnam. All’interno alcuni messaggi piuttosto significativi e degli spunti interessanti sulla condizione di confusione sociale in cui versavano negli anni 60/70. E se historie magistrae vitae, bisognerebbe farne tesoro.

Blues For Nothing – Bloomfield, Al Kooper, Steven Stills

Last but not least, il mitico Super Session. Pietra miliare nella storia del rock è questa registrazione fatta a New York (maggio 1968) negli studi della Columbia Records. È una delle prime occasioni di far musica fuori dai vincoli del produttore, del mercato, lasciando piena improvvisazione agli artisti, riproducendo in studio la libertà espressiva delle esibizioni dal vivo, senza limiti di tempo. Al Kooper chiama alcuni suoi vecchi amici a suonare, due sconosciuti presi a caso: Mike Bloomfield e Stills. Non avrebbe senso dilungarsi sulla storia dei 3 artisti su citati: vi basti sapere che il loro contributo al mondo della musica è stato oltre che immenso, specialmente nel caso di Al kooper, che più che artista è stato un sperimentatore. Quello che è importante, di unico ed irripetibile nel suo genere, è l’ascolto di un prodotto puro, slegato da ogni logica di mercato e dai vincoli commerciali. Prendendo in prestito il pensiero degli esteti, non si tratta altro che di arte per l’arte.

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