Electric Mud – Quando il blues incontra la psichedelia

0
264
Electric Mud

Inizialmente additato dai puristi come un “crimine nei confronti della cultura blues“, Electric Mud di Muddy Waters ad oggi rappresenta uno di quei dischi che non può assolutamente mancare nelle librerie musicali degli amanti del genere.

Oltre ad assere tra i preferiti del big Jimi Hendrix, che disse “Quando ero bambino Muddy Waters mi fece un effetto così forte da spaventarmi“, continua ad influenzare anche nei tempi più recenti i nuovi gonzo blues-rockers, come The White Stripes e Black Keys. In più, gli amanti di Rolling Stones, Led Zeppelin et similia, potranno sicuramente comprendere già dal primo ascolto a chi e a cosa si è ispirato il rock-blues a cavallo degli anni ’70.

Chi è Muddy Waters?

Partiamo dal principio. Se siete alla ricerca di un luogo, anche simbolico, dove la musica del diavolo ha svolto un ruolo fondamentale, allora non esiste posto migliore dove possiate recarvi dell’area intorno al Mississipi. Fu proprio qui, a Rolling Fork, che nel 1913 nacque McKinley Morganfield , in arte Muddy Waters, considerato “il padre del blues di Chicago“. Escludendo Robert Johnson, forse poche altre figure sono state importanti come lui per la nascita e la diffusione del blues.

Come per la quasi totalità degli esponenti del blues, la vita di Muddy Waters non fu affatto facile: non conobbe mai suo padre e perse sua madre all’età di un anno. La sua abitudine di rotolarsi nel fango da bambino, gli valse l’appellativo “Muddy Waters”, che tradotto significa “acque fangose”. Fu sua nonna a dargli questo soprannome, la stessa che, qualche anno dopo, gli regalò la sua prima armonica.

Colpito dal suono di un “tale” Son House, un predicatore che era solito strimpellare in una vecchia baracca dopo il lavoro, il giovane Muddy imbracciò una chitarra e comprò un biglietto di sola andata per Chicago, in cerca di fortuna. Erano i tempi in cui il blues rurale del Mississippi stava lentamente prendendo forma. Si trattava di una musica influenzata dai canti degli schiavi africani, fatta da e per neri. La quasi totalità di questi non era in grado di leggere o scrivere, nè erano considerati sufficientemente rispettabili per lavorare come servitù nelle case dei padroni bianchi.

Il blues era musica suonata per esorcizzare la disperazione, sentimentale, economica e sociale, nelle piantagioni di cotone o lungo l’argine del Delta, dove i neri valevano meno dei muli che conducevano.

«Ammazza un negro ne prendi un altro; ammazza un mulo devi comprarne un altro» recitava un detto dell’epoca.

L’approccio di Waters al blues subì una (drammatica, per alcuni) metamorfosi dopo il trasferimento a Chicago, dove strinse amicizia e suonò con personaggi come Big Bill Broonzy e John Lee “Sonny Boy” Williamson. Il vero trampolino di lanciò fu determinato dall’incontro con Marshall Chess, il co-fondatore della Chess Records, la casa discografica per cui incise una lunga serie di successi e con cui sottoscrisse un contratto trentennale.

Rimase attivo fino alla fine e morì di infarto nel 1983, a 70 anni. Negli anni successivi alla sua morte, la baracca di cedro di una sola stanza in cui visse è stata conservata come memoriale delle umili origini di Waters.

Muddy Waters è stato posizionato al 49esimo posto nella lista dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi dalla rivista Rolling Stone. La sua musica e le sue origini sono state trattate da diversi biografi; tra questi, spicca l’etnomusicologo Alan Lomax, che fu il primo ad accorgersi del suo talento e di cui consigliamo la lettura de “La terra del blues. Delta del Mississippi. Viaggio all’origine della musica nera” a tutti gli appassionati del genere.

A chi invece fosse interessato ad approfondire la biografia di Muddy Waters, suggeriamo di vedere il film Cadillac Records, girato e diretto da Darnell Martin, del 2008.

Il Chicago Sound e la svolta elettrica.

Nella sua immensa carriera, Muddy Waters ha realizzato 21 dischi come solista ed altri 15 in collaborazione con altri artisti, senza considerare le mille raccolte postume e non. Per cui non ce ne vogliate se abbiamo scelto di concentrarci solo su Electric Mud, sebbene tanti altri meritino la giusta attenzione.

Electric Mud è il quinto album in studio di Muddy Waters. La particolarità dell’album è il tentativo (riuscito) di “modernizzare” i classici del bluesman: la Chess Records lo esortò a riarrangiare i suoi brani più noti in chiave psichedelica. Lo scopo doveva essere quello di attrarre un pubblico più giovane. Il fondatore della Chess Records, Marshall Chess, dichiarò a riguardo:

Mi venne in mente l’idea di Electric Mud per aiutare Muddy a fare soldi. Non era bastardizzare il blues . Era come un dipinto, e Muddy sarebbe stato nel dipinto. Non era per cambiare il suo suono, era un modo per arrivare a quel mercato.

Per fornire l’album di quel sound psichedelico che Marshall aveva immaginato, riunì una serie di musicisti jazz-rock considerati avanguardisti all’epoca. In più, enfatizzò l’uso del wah-wah e del fuzzbox; quella chitarra suona come un gatto, commentò Waters.

Attenzione però: l’uso dell’aggettivo “elettrico” nel nome dell’album non fa riferimento alla chitarra elettrica, che Muddy Waters suonava da quando aveva firmato per la Chess Records, ma sottolinea l’accezione psichedelica del sound ed è un sapiente gioco di parole: Electric Mud, a lasciar intendere che questa volta si trattava di un blues “sporco” rispetto a quello a cui i fan di Waters erano affezionati.

L’album venne pubblicato nel 1968: la copertina basica, in bianco e nero, lasciava poco presagire il suo contenuto più elettrico e psichedelico; insomma, le cover di album come Disreali Gears dei Cream, o  Anthem of the Sun dei Greatful Dead sono già di per sé piene espressioni dell’arte lisergica, anche prima dell’ascolto effettivo del disco. Con Electric Mud non fu così. Che abbiano voluto creare l’effetto sorpresa?!

Diviso tra due mercati.

Ad ogni modo, la sua pubblicazione spaccò la critica in due: negli Stati Uniti, l’album venne stroncato duramente. Venne giudicato grossolano, addirittura da qualcuno fu definito la “manifestazione della prostituzione del blues”. In Inghilterra fu accolto decisamente meglio. A riguardo, Marshall Chess affermò che Electric Mud fu il miglior album che Muddy Waters avesse mai registrato per la Chess, e sostenne inoltre che in Inghilterra fu accolto diversamente perché gli inglesi erano meno eccentrici degli americani.

Muddy Waters affermò più volte di non amare né l’album né il nuovo sound e di non considerare quello di Electric Mud come blues. Aggiunse inoltre che, ogni volta che registrò per la Chess, cercarono di affiancargli musicisti non blues, snaturando il suo suono, e quindi la sua vera essenza. Nella sua biografia “The Mojo Man“, disse che l’album Electric Mud era spazzatura (o meglio, una “cagata”) e che, nonostante all’inizio vendette moltissimo, presto le copie cominciarono ad essere rimandate indietro a causa di tutti quegli effetti quali wah-wah e fuzztone, affermando che quello non potesse essere Muddy Waters.

Se cambi il mio suono, cambi tutto l’uomo

Ad ogni modo, il cameriere personale di Jimi Hendrix rivelò che Hendrix era solito ascoltare Herbert Harper’s Free Press News come ispirazione prima di esibirsi.

Il bassista dei Led Zeppelin, John Paul Jones, citò Electric Mud come ispirazione per il riff del brano Black Dog.

Gene Sculatti, noto giornalista musicale, scrisse che la sezione ritmica del disco sembri anticipare la musica hip-hop di quasi tre decadi.

Chuck D affermò di aver ascoltato Electric Mud su suggerimento di un membro dei Public Enemy, che gli trasmise il suo interesse nei primi lavori di Muddy Waters, e in generale nel blues delle origini.

Perchè non definirlo “capolavoro”?

Perchè i termini “capolavoro” o “pietra miliare” sono diventati tristemente abusati, al punto che il loro significato sta perdendo di intensità. Dunque, piuttosto che utilizzarli per descrivere un album la cui grandezza è già stata universalmente riconosciuta, abbiamo lasciato “parlare” chi, prima di noi, ha immediatamente recepito l’importanza di Electric Mud.

È un album diverso, questo è certo, e sebbene allo stesso Waters non piacesse, era -secondo quanto indicato nelle sue biografie – felice di vederlo vendere.

Ascoltato ora, dopo chilometri di tentativi di crossover blues-rock più debole, Electric Mud non è certo il crimine contro la cultura blues che molti hanno sostenuto. E’ un disco fondamentale: il primo tentativo (riuscito) di spostare un’icona oltre il tradizionale.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook ufficiale, La Scimmia sente, la Scimmia fa.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here