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Con il loro ultimo album, i Tauro Boys ci hanno portati su Alpha Centauri

I Tauro Boys emergono in un genere che sa già di vecchio

Con il loro ultimo album, il loro sound fresco e il loro immaginario in grado di condensare al meglio ciò che è la Net Generation, i Tauro Boys ci hanno portati su Alpha Centauri.

Anno dopo anno, la trap si è trasformata sempre più in una solida struttura di regole non scritte, ma rigidamente definite. Non più genere aperto alle sperimentazioni più creative e illogiche, la musica trap ha iniziato, nell’ultimo periodo, ad assumere i tratti di un codice iper-standardizzato, eccessivamente mainstream e paragonabile quasi ad un’evoluzione più sporca del pop. Con un suono che puzza quasi di vecchio, il genere ha cominciato inevitabilmente a raggomitolarsi su sé stesso, sui suoi stereotipi e sui cliché, ormai incapace di regalare sonorità fresche ed inedite. Inutile girarci intorno, la trap sta stufando anche quelli che più l’avevano supportata. Eppure, in un paesaggio musicale monocromatico, i Tauro Boys e la loro ultima fatica, Alpha Centauri, emergono su tutto il resto, diamanti tra i cristalli.

Addio a rime che girano solamente intorno a quella tua bitch, a quel sciroppo che cade in bassoe a quei fogli viola a cui tutti corrono dietro. Addio a quel skrrt skrrt che ha vissuto per un bel po’ nella nostra testa, ricavandocene anche un monolocale. Addio a tutto quei contenuti a cui la trap ci ha abituati. Con i Tauro Boys, i tre ragazzi romani che stanno conquistando la scena musicale del momento con una velocità stratosferica, si parla di problemi adolescenziali e di una cotta passeggera che ci sembrava tanto amore, di quelle ragazze stronze che ci hanno fatto perdere la testa e della monotonia della quotidianità, di amici che conosciamo da tutta la vita e di paranoie che ci tormentano da tutta la vita.

Non musica, ma ingegneria meccanica: i Tauro Boys sono riusciti a concepire (e a realizzare) un suono ibrido sperimentale e, al contempo, straordinariamente ragionato.

Partendo da una decodificazione del genere e sporcando il già impuro sound tradizionalmente associato alla musica trap, i Tauro Boys hanno raccolto ispirazioni provenienti dai più disparati (e apparentemente inconciliabili) generi musicali –si potrebbe citare il più rilassato cantautorato italiano di Battisti, l’introspettiva emo trap o il caotico punk– per formalizzare un linguaggio nuovo, autentico e sincero. Un linguaggio che permette loro di raccontarsi e di raccontare la loro continua evoluzione attraverso suoni appropriati.

Incanalando tutto quello che li ha artisticamente segnati, i Tauro Boys sono stati da subito capaci di generare sonorità che risultano totalmente inedite, un unicum nell’attuale panorama italiano: a partire dai due acerbi –ma, non per questo, meno interessanti– mixtapes da loro realizzati (rispettivamente TauroTape1 del 2017 e TauroTape2 del 2018), il trio romano ha deciso che la volontà di sperimentare sarebbe stata la loro principale cifra stilistica e hanno generato una realtà a cui nessuno ha ancora dato un nome, una realtà che nessuno è ancora riuscito a catalogare.

In tal senso, Alpha Centauri si presenta come il punto di arrivo di un primo processo evolutivo dei Tauro Boys: inevitabile conclusione di un percorso iniziato con i tapes, il loro ultimo album è un esperimento musicale dalle mille sfumature, un prodotto più lineare delle loro produzioni precedenti, ma non per questo meno evocativo. Costituito da ritornelli sensazionali e terribilmente catchy, ritornelli che entrano subito in testa, e da ritmicità magnetiche che sintetizzano le principali tendenze musicali degli Anni Zero, Alpha Centauri è senza ombra di dubbio la musica del futuro.

A neanche un anno di distanza dal TauroTape2, Alpha Centauri, l’ultimo album dei Tauro Boys, è disponibile su tutte le piattaforme streaming a partire da venerdì 28 luglio.

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Letizia Hushi
Guardando "2001: Odissea nello spazio", ho conosciuto il cinema. Con "Persona", ho iniziato ad amarlo. Con "Letter from a Filmmaker to His Daughter", ho iniziato a capirlo. Con "L'Atalante", penso di averne scoperto l'essenza.

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