I migliori documentari naturalistici

Capaci di far luce su argomenti spesso interpretati come superficiali e inutili, questi sono i documentari naturalistici che bisogna per forza vedere.

Documentari naturalistici

Con la potenza delle loro immagini e la verità dei loro voice over, i documentari naturalistici sono stati capaci, con il passare degli anni e il perfezionamento degli strumenti cinematografici, di restituire fedelmente, senza alcuna deformazione dovuta alla soggettività del narrato, il complesso e contrastante rapporto che lega uomo e natura, intrecciati in una vera e propria danza, intensa e commovente, aspra e violenta. 

Sottolineando la maestosità di ciò che circonda l’uomo e la precarietà di una società moderna, lontana dall’essenzialità della primitività, le creazioni documentaristiche riescono a far luce su aspetti che, purtroppo, sono spesso interpretati come superficiali e inutili, per nulla degni di nota, donando al proprio spettatore informazioni, conoscenza e, quindi, maggior consapevolezza rispetto al proprio mondo, al proprio futuro, alla propria vita.

I migliori documentari naturalistici: Koyaanisqatsi (1982) di Godfrey Reggio 

Documentari naturalistici

Senza lasciare alcun spazio a trama, a parole e a dialoghi, sole immagini che si susseguono, legate da un montaggio corposo, intenso e febbrile, accompagnate da un capolavoro di colonna sonora che, firmata Philip Glass, prende in prestito i suoni tipici della modernità: suoni metallici, industriali, ruvidi. 

Attraverso un utilizzo intelligente di tali semplici elementi, nel 1982, Godfrey Reggio crea Koyaanisqatsi, un coinvolgente viaggio nella rapida evoluzione dell’umanità e nell’eccessivo progresso della civiltà odierna, un’odissea storica immersa in una dimensione dall’aura quasi onirica e surreale, dove l’uomo, ridotto a mero e passivo spettatore, si limita ad osservare quello che è stato, per secoli e secoli, il proprio brillante e folle agire. Il singolo assiste ad una realtà che viene rappresentata in modo totalmente distaccato, quasi come se si trattasse di un universo a lui totalmente sconosciuto, fittizio, costruito da zero: un videogioco. 

Con il suo rigore documentaristico e il suo punto di vista obiettivo, libero da ogni briciolo di emotività e di soggettività umana, Reggio sembra voler comunicare al proprio pubblico che, quando non si può capire né decifrare, non resta che contemplare l’inspiegabile, riflettendo su ciò che porterà un futuro di catastrofe e distruzione.

 

I migliori documentari naturalistici: Acid Forest (2018) di Rugile Barzdžiukaite

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Rugile Barzdžiukaite costruisce un documetario naturalistico che ha l’unico intento di osservare e documentare. Nessun commento, nessuna morale. Nato dal montaggio di filmati di una foresta ormai morta, Acid Forest è composto, oltre che da immagini, dalle parole di coloro che visitano il cadavere legnoso di questa creazione della natura, la quale deve la sua distruzione ad una colonia di cormorani: è a causa delle loro feci, fortemente acide, che la vegetazione di questo bosco della Lituania orientale ha smesso di essere rigogliosa.

Nonostante possa apparire, a tratti, monotono e tedioso, il documentario del regista dal cognome complesso e impronunciabile ha il pregio di impressionare lo spettatore con i paesaggi grigi e apocalittici di questo triste scorcio di Lituania, ricordandogli la durata effimera della natura e, conseguentemente, dell’esistenza umana. Non solo caratterizzata dalla caducità, l’umanità di Barzdžiukaite appare ridicola, quasi ripugnante. Lasciando a questi attori-non-attori la libertà di esprimersi sulla ipotetica colpa dei comorani, il creatore di Acid Forest registra l’inutilità dell’uomo, il quale si trasforma, per tutta la durata del documentario, in un animale da osservare, studiare e conoscere, in una bestia rinchiusa dentro il vetro di uno zoo a cielo aperto, in un vero e proprio fenomeno da baraccone.

I migliori documentari naturalistici: Grizzly Man (2005) di Werner Herzog

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Grizzly Man di Werner Herzog è un susseguirsi di immagini reali, immagini che catturano eventi realmente accaduti e che hanno avuto luogo dal 1990 fino al 2003, immagini che raccontano la vita (e la morte) dell’ambientalista Timothy Treadwell, il quale era solito portare con sé due macchine da presa in modo da documentare la sua stagione estiva, vissuta in compagnia dei grizzly del Parco nazionale di Katmai (Alaska). La vita, però, non è una favola e l’esistenza di Treadwell non finirà nel modo più tranquillo, anzi. Saranno proprio le telecamere che portava con sé ogni anno a catturare la sua fine.

Dopo aver visionato un centinaio di ore di riprese, il regista tedesco darà vita ad una delle sue opere più sperimentali e sconvolgenti: grandiosa e, al contempo, impressionante, la pellicola di Herzog si allontana dai documentari imparziali a cui ogni spettatore è stato abituato, commentando con concetti personali, soggettivi e fortemente drammatici quella che è la natura violenta dell’uomo e la distruzione a cui l’umanità stessa è inevitabilmente destinata.

I migliori documentari naturalistici: Planet Earth (2006) di Alastair Fothergill

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Il primo strumento con cui si viene esplicitata la grandezza di Planet Earth è la sua interminabile ed epica lunghezza: con una durata di più di nove ore, tale serie documentaristica è impressa nelle memorie di ogni spettatore, il quale avrà sicuramente visto anche solo uno spezzone dell’impresa di Alastair Fothergill, il regista che ha voluto filmare il pianeta terra come nessun’altro aveva fatto prima d’ora.

Capace di catturare e tradurre in immagini la caotica e spettacolare eterogeneità del pianeta blu in cui viviamo, Planet Earth è costellato di inquadrature di una bellezza senza paragoni, inquadrature in grado di togliere il fiato. Viaggi tra le distese oceaniche e foreste che si estendono fino all’orizzonte, le immagini che compongono tale documentario riescono nell’intento di far immergere lo spettatore nel racconto, trasformandolo in un occhio che può vedere tutto, dondolandolo nella natura con la voce di David Attenborough e la sublime colonna sonora.

I migliori documentari naturalistici: Aquarela (2018) di Viktor Kossakovsky

La forza di Aquarela, ultimo lungometraggio diretto dal regista russo Viktor Kossakovsky, è riscontrabile nel suo incipit, trenta minuti perfetti in cui il documentario sembra perdere i connotati che lo definiscono essenzialmente e rigidamente, trenta minuti perfetti in cui il documentario sembra trasformarsi in cinema di finzione. 

Eppure, finiti questi trenta minuti di magia, sebbene dal punto di vista contenutistico non resti granché, lo spettatore si trova immerso nella contemplazione, assistendo a quello che è il meraviglioso e gigantesco spettacolo della natura. Totalmente concentrato sull’acqua,  Aquarela è una successione esasperata, ma pur sempre emozionante, di immagini che la catturano e la esaminano nei suoi diversi stati chimico-fisici.

I migliori documentari naturalistici: Il pianeta azzurro (1982) di Franco Piavoli

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L’uomo, secondo lo sguardo indagatore di Piavoli, non è nient’altro che una creatura come le altre. Non è stata, non è e non sarà in grado di piegare la natura alla propria volontà, di modificarla e, quindi, di distruggerla.

Essendo prodotto della natura, l’umanità ne eredita la bellezza, una bellezza che può essere riscontrato nella meccanicità del gesto umano, nella ruggine dell’industrializzazione. Eppure, in tale bellezza, si riscontra anche il carattere oppressivo dell’uomo, creatura ambiziosa e narcisista, consapevole di essere moralmente basso come il resto delle bestie, ma, al contempo, desideroso di elevarsi e di imporsi attraverso la distruzione. È spontaneo notare come Il pianeta azzurro si fondi sul contrasto e si nutri del contrasto, mostrando sia l’integrazione dell’uomo nella natura che il rifiuto della natura nei confronti dell’uomo, esplicitando sia la bellezza che la disperazione a cui l’umanità è da sempre contraddistinta.

Il documentario, solitamente, si caratterizza come privo di quella sentimentalità che i più associano al cinema propriamente detto, al cinema di finzione. Malgrado ciò, Franco Piavoli riesce, comunque, a comporre un’inno commosso alla sua amata natura, tessendone le lodi e mostrandone la commovente bellezza.

I migliori documentari naturalistici: Nanook of the North (1922) di Robert J. Flaherty

Il documentario degli esordi è incarnato alla perfezione dalla pellicola di Robert J. Flaherty, un filmato che, in ottanta minuti, riesce a condensare tutto ciò che è stato il cinema nel suo stadio più primordiale. Ovvero, la necessità di una ricostruzione fittizia: ciò che potrebbe stupire –e irritare– i più, in questo caso, sono le intenzioni e le scelte commesse dal regista, il quale sembrerebbe aver ri-costruito numerosi scenari e situazioni presenti nel lungometraggio. Nanook of the North sembrerebbe trasformarsi, quindi, più in una creazione di finzione, fondata su un errore madornale e imperdonabile, fondata sulla totale mancanza di purezza che caratterizza, nella mentalità comune moderna, il documentario odierno.

Nonostante tutto ciò, però, il prodotto realizzato da Flaherty si presenta come una delle pellicole documentaristiche più importanti mai realizzate: è, in poche parole, un classico del genere. Definito come la prima fonte cinematografica di carattere antropologico della storia, Nanook of the North deve essere guardato anche solo per la forte influenza che ha avuto su coloro che hanno deciso di seguire il percorso tracciato da Flaherty, lasciandosi ispirare da un lungometraggio che, di moderno, non ha nulla.

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