Go Home – A casa loro, il film di Zombie che denuncia il razzismo in Italia

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Go Home – Sinossi – Durante una manifestazione di militanti di estrema destra, che protestano a favore dello sgombero di un centro di accoglienza nella periferia di Roma, scoppia un’apocalisse zombie: le persone si trasformano e attaccano i vivi, nutrendosi delle loro carni. Enrico, un giovane estremista che stava partecipando alla protesta, si rifugia all’interno del centro di accoglienza per non essere ucciso. Qui incontrerà un gruppo di profughi, provenienti da vari paesi del mondo. Tutti insieme dovranno capire cosa sta succedendo e soprattutto come sopravvivere ai morti viventi che li stanno aspettando fuori dal centro.

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Presentato al FIPILI Horror Festival di Livorno, il film di Luna Gualano, si rivela una delle opere più potenti del cinema italiano degli ultimi anni. Portato a termine grazie ad un’operazione di crowdfunding, Go Home unisce intrattenimento e critica sociale, seguendo le orme del maestro George A. Romero.

Un film indipendente stupendo, un’attacco all’onda di razzismo che ha sommerso il nostro paese. Una pellicola coraggiosa, che torna a parlare di tematiche fondamentali, con una potenza estetica e narrativa tipica dei più grandi autori del cinema di genere.
Il film è uscito nelle sale di 11 città per soli 3 giorni. Un film che avrebbe meritato maggiore visibilità, un film di cui parlare e discutere, perché questo tipo di Cinema non può e non deve passare inosservato. Quando il coraggio delle idee abbraccia l’arte dell’intrattenimento, ci troviamo di fronte al cinema più nobile che ci sia: quello che diverte riaccendendo i cervelli e le coscienze del popolo.

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Abbiamo intervistato la regista di Go Home – A casa loro, Luna Gualano, che ci ha raccontato la sua esperienza.

Scimmia: Un film di zombie attuale, vicino alla realtà che il nostro paese sta vivendo, ma allo stesso tempo fedelissimo alla logica dei capolavori del maestro George A. Romero. A quali film si è ispirata e da dove è nata l’idea?

Gualano: L’idea del film è nata mentre ero in macchina con Emiliano Rubbi, lo sceneggiatore, a seguito dell’omicidio di Fermo del nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi. Emiliano si gira verso di me e mi dice che questa violenza, questa rabbia, gli ricorda tantissimo la figura dello zombie e che bisognerebbe realizzare uno zombie movie in un centro d’accoglienza. Così è nata l’idea, poi c’è stato il suo sviluppo. L’ispirazione ce l’ha data proprio George A. Romero con i suoi film. Possiamo definire Go Home – A casa loro come una sorta di ritorno alle origini della figura dello zombie. Ma mentre Romero, con Dawn of the Dead, rivolgeva un’esplicita accusa al consumismo e alla massificazione programmata della società moderna, Go Home si propone di utilizzare gli zombie come metafora della attuale situazione italiana di chiusura e rabbia nei confronti dell’altro.

S: Il film è ambientato quasi tutto dentro un centro di accoglienza. Considerando il vento di xenofobia che spira sul nostro paese, quale dovrebbe essere il ruolo del cinema in questo clima di odio?

G: Non credo che debba essere il cinema ad avere un ruolo. Semmai, sono le persone che creano opere, qualsiasi esse siano, ad avere ruolo. Perché in un periodo in cui la politica fatica a dare risposte e ad impegnarsi in difesa dei più deboli, credo che sia un dovere della società civile rispondere e resistere.

S: Produrre e distribuire un film indipendente oggi in Italia. Qual è stata la sua esperienza? Quale strada consiglierebbe ai giovani cineasti?

G: La mia esperienza è sicuramente positiva ma credo sia anche un tipo di produzione abbastanza sui generis. Tutti coloro che hanno preso parte al film sono infatti co-produttori dello stesso, mi piace definirla una produzione autogestita. Non esistono ricette giuste per questo lavoro e neanche una strada uguale alle altre. L’unico suggerimento che mi sento di dare ai giovani è di impegnarsi e diventare dei buoni artigiani. Perché non tutti gli artisti sono artigiani, ma tutti gli artigiani sono artisti.

(DOMANDA SPOILER) S: Siamo rimasti particolarmente colpiti dal finale del suo film. Secondo lei non c’è davvero più nessuna speranza di dialogo o voleva semplicemente mandare un forte segnale di allarme?

G: Sia io che lo sceneggiatore siamo convinti che il non dare speranza possa rendere al cinema quella funzione catartica che molto spesso gli viene negata con l’utilizzo di alcuni finali rassicuranti. Abbiamo preferito mostrare il peggior lato dei protagonisti nella speranza che questo possa essere uno stimolo per il cambiamento.

S: Cosa ne pensa della possibilità di lavorare con le piattaforme di streaming (Netflix, Infinity etc.)? Crede che diano più libertà ad un giovane autore?

G: Mi piacerebbe tantissimo. Credo che la tecnologia vada assecondata e che l’unica cosa che io ed i miei colleghi possiamo fare è prendere ciò che di buono essa può darci.

S: E adesso? Cosa dobbiamo aspettarci da lai dopo un film così potente e coraggioso? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

G: Sto lavorando a diversi progetti, purtroppo non posso dire altro perché rischierei di fare spoiler.

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