Quando la musica non è più soltanto musica: Arca e il suo allucinato futuro

Per qualcuno la musica è finita; Arca non è d’accordo.

Con l’avvento dei servizi di streaming, il ventunesimo secolo è diventato un vero paradiso per qualunque amante e ascoltatore seriale di musica, offrendo una scelta di album e artisti pressoché illimitata. La mania, sempre più frequente, di incasellare la musica in blocchi sempre più piccoli ha portato allo sviluppo di generi musicali rigidamente precisi, eppure noi musicofili ancora non siamo soddisfatti.

Al TG1 continuano ad intervistare Albano e Raffaella Carrà (con tutto il rispetto per i suddetti), gli scaffali dei negozi sono ancora pieni dei dischi di AC/DC, Rolling Stones e Metallica (rispetto immenso anche per loro), noi ascoltatori preferiamo spendere 90 euro per il concerto di una band che “magicamente” si riunisce dopo vent’anni che 10 per andare a sentire quattro gruppi emergenti ad un festival di provincia.

Stando alle parole della destra ultraconservatrice e xenofoba della musica, dopo il rock degli anni ’80 la scena musicale mondiale è implosa su sé stessa e qualsiasi cosa venga scritta, suonata, cantata o prodotta è, nel migliore dei casi, un plagio alla musica del passato; nel peggiore, semplicemente spazzatura. Anche la fusione tra vari generi, che sembrava la chiave del progresso musicale del nuovo millennio, sta diventando la normalità. E ad Arca tutto questo non piace.

Il simbolo di una musica che rifiuta il nuovo e il vecchio canonico.

Alejandro Ghersi, in arte Arca, è un produttore e ingegnere del suono venezuelano, classe 1989, che con il canonico ha sempre avuto qualche problema, fin da quando ha iniziato a rompere la “bolla” nella quale ha vissuto la sua infanzia, figlio di un banchiere di Caracas, e ha iniziato a fare musica. L‘anticonformismo musicale di Arca è una diretta conseguenza della sua personalità, e la sua esigenza di trovare un nuovo modo di concepire la musica deriva dall‘impossibilità di esprimersi in una qualsiasi delle maniere convenzionali di “fare musica”.

Basterebbe questo a trovare un senso alla musica intricata di Arca, un viaggio acido à la Paura e Delirio a Las Vegas sull’autostrada dell’elettronica, con alla guida un giovanotto venezuelano che intona in falsetto una canzone in spagnolo.

Reverie, primo singolo estratto da Arca (2017), album dell’omonimo producer

Il video di Reverie è un esempio lampante di totale destrutturazione musicale. Arca lavora come un hacker: impara ad usare tutto ciò che ha a portata di mano, lo smonta, ne comprende il funzionamento e lo riassembla, con un gusto particolare per l’anti-commerciale. E nonostante tutto, il video in questione ha totalizzato più di un milione e mezzo di visualizzazioni. Perchè qualcuno, nel mondo, sta sempre dalla parte degli hacker.

La sensazione che si prova ascoltando un qualsiasi pezzo di Arca è uno smarrimento generale, come se Alejandro in persona ci aprisse una porta che però non conduce a nulla. Un limbo di suoni rivestito da un imballaggio in gomma multicolore: un gusto per l’estetica, quasi vaporwave, mescola icone della pop culture del passato e del presente, ottenendo quella che probabilmente sarà la pop culture del futuro.

La sublimazione della musica ad arte totale.

L‘elemento innovativo è sicuramente il maggior vanto della musica di Arca, al quale la continuità sta stretta; si aggira nei meandri dell’elettronica più profonda con l’album Stretch 2 (2014) , scopre le melodie con Xen (2015) per poi giocarci fino a distruggerle con Mutant (2015), diventa solenne e barocco in Arca (2017). Ma l’anarchia compositiva non basta a definirne la complessità e il valore visionario. La spiegazione è improbabile quanto banale: Arca non fa solo musica, la scioglie in un fluido che è sempre più vicino alla concezione di “arte contemporanea”.

Arca non si lascia sfuggire nessun dettaglio perché l’unica cosa da fare, adesso, è sfondare le porte già aperte che collegano tutte le forme che l’essere umano ha scelto per esprimersi: musica, pittura, scultura, teatro, cinema, scienza. Mescolare, collegare, tracciare una linea continua. Un’operazione difficile , che nella Storia è riuscita a ben poche persone; ancora più complicato è fondere e (dis)organizzare forme d’arte che, nella loro individualità, sono già state spinte ben oltre i limiti.

Arca live nel 2017

Ecco che l’unica strada percorribile, quindi, diventa la musica elettronica, quella “facile”, quella che sembra poter essere prodotta da qualsiasi ragazzino dotato di pc e Ableton. La musica di chi non ha mai imparato a suonare.

Ma affidarsi alla tecnologia è una necessità, in un caleidoscopio musicale che cambia con una rapidità incredibile.

Le possibilità offerte dal campionamento e dai suoni prodotti dalla strumentazione elettronica non vanno ad eclissare la musica “tradizionale”, ma ad integrarla, perché parliamo sempre e comunque di musica. E se è vero che porre un limite ad un concetto significa valorizzarlo, certo questo principio non può valere per un’idea così indefinibile quale quella della mente umana, della quale la musica è solo una trasposizione.

Di più: stiamo lentamente staccando dagli scaffali dei negozi di dischi le etichette che abbiamo sentito il bisogno di dare alle variegate organizzazioni di sette note; le convenzioni, forse, iniziano a stare strette anche a noi, e questo non può che fare bene alla musica, che viene così “demitizzata”. Fossilizzarsi e praticare il culto di un solo genere diventa impossibile se l’enorme (e, in maniera decisamente ipocrita, gerarchica) struttura che abbiamo creato crolla.

Arca, davanti a tutti, martello in mano, assesta un colpo per ogni pezzo che rilascia. Ed è per questo che alla fine di ogni pezzo di questo genio (finalmente possiamo dirlo) siamo costretti a toglierci le cuffie e recuperare il contatto con il mondo reale. Arca ci sta abituando al futuro, e noi non siamo ancora pronti.

Pop, rap, funk, jazz, rock, disco, non significano più niente nell’emulsione di note che, ci auguriamo, avremo il piacere, prima o poi, di chiamare “musica” e “arte”.

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