La grande abbuffata – La recensione

La grande abbuffata
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La 26a edizione del Festival di Cannes, svoltasi nel 1973, viene ricordata, in particolare, per lo scandalo che provocò il film La grande abbuffata di Marco Ferreri, presentato in concorso quell’anno.

Il regista, purtroppo mai abbastanza ricordato, aveva riscosso precedentemente un buon successo di critica grazie a film come Dillinger è morto, La donna scimmia e La cagna. Con La grande abbuffata Ferreri firma il suo film più provocatorio, nonché, probabilmente, il più importante della propria carriera.

Quattro amici altolocati si riuniscono in una villa a Parigi (appartenuta, in vita, al poeta Boileau) per, letteralmente, mangiare fino a crepare. Ugo (Tognazzi) è lo chef, che vive soltanto per i propri piatti ed è maltrattato dalla moglie; Marcello (Mastroianni) è un pilota di aerei e maniaco sessuale; Michel (Piccoli), un presentatore televisivo, vagamente effeminato, con un divorzio alle spalle; Philippe (Noiret), magistrato che vive ancora con la sua ingombrante e soffocante balia. I quattro saranno successivamente accompagnati da quattro donne, tre prostitute ed una maestra elementare, Andréa (Ferréol), capitata lì per caso, durante una gita con la sua classe.

La grande abbuffata
La grande abbuffata

Con La grande abbuffata, Ferreri delinea una parabola edonistica estrema, angosciante e assolutamente annichilente. La pellicola gira interamente intorno a tre concetti apparentemente lontani tra loro: cibo, sesso e morte. Questi tre arrivano a mescolarsi: i corpi si sporcano di cibo, la purezza del cibo viene contaminata da un sesso spinto, volgare e senza passione. Ad entrambi sopraggiunge una fine consapevole, ma difficilmente accettata. I quattro personaggi si ridurranno ad un modo di vivere basilare e burbero: mangiare, riprodursi, defecare, scoreggiare, ruttare, e così via. Ferreri attacca il buon senso borghese ispirandosi, in maniera opposta, al Bunuel de Il fascino discreto della borghesia nel quale, al contrario, i personaggi non riuscivano mai a mangiare (Piccoli compare in una breve scena del film).

La grande abbuffata è un film che va oltre il cinema, dove gli attori non interpretano altro che la parte più remota, scandalosa e oscura della propria persona. Difatti, Ferreri sceglie di dare ai propri personaggi lo stesso nome dei grandi attori che li interpretano. Sconvolge così l’immagine idealizzata che l’opinione pubblica ha di quegli attori: il divo sex symbol Mastroianni, diventa un depravato e maniaco sessuale; l’elegante Piccoli comincia a soffrire di meteorismo, il che lo porta a far incessantemente “del cul trombetta”; il tanto ammirato Tognazzi, conosciuto, all’epoca, anche come cuoco (dettaglio di non poco conto), diventa un narcisista donnaiolo ossessionato soltanto dal sesso e dai propri piatti; così come Noiret viene trasformato in un ingenuo bambinone, pieno di ansie e con un vago senso del pudore, che funge, almeno all’inizio, da inutile freno a quell’inarrestabile follia.

La grande abbuffata
La grande abbuffata

La forza de La grande abbuffata sta anche nel rendere eleganti situazioni considerate completamente incongruenti con l’eleganza. Iconica la scena in cui il personaggio di Michel suona un brano al pianoforte accompagnandosi con qualche flatulenza. Scena che, molto probabilmente, Ciprì e Maresco conoscono bene, e il personaggio di Paviglianiti in Cinico TV ne è la prova. Notevole, in questo senso, anche la scena nella quale Marcello accarezza con una mano il sedere di una statua nel giardino della villa, e con l’altra quello di Andréa.

Inutile specificare che se i personaggi risultano così autentici e profondi, è anche grazie ad una prova magistrale garantita da un cast eccezionale, nel quale figurano alcuni tra i più noti volti di quegli anni. Grande colonna sonora, scritta dal noto compositore Philippe Sarde, candidato nel 1979 all’Oscar, per la musica del film Tess di Roman Polanski. Stupenda la fotografia, curata da Mario Vulpiani, con cui Ferreri aveva già lavorato per altri film.

La grande abbuffata
La grande abbuffata

La grande abbuffata racconta una storia semplice ma pregna di significato. Il film rappresenta il disfacimento, l’autodistruzione dell’uomo nella società dei consumi, che lo porta a volere sempre di più, fino ad allontanarsi dai valori reali della vita (qui rappresentati da una macchina d’epoca, simbolo del passato a cui Marcello cerca, senza successo, di legarsi). Un film grottescamente divertente ma, allo stesso tempo, profondamente angosciante. Senza dubbio tra i migliori titoli che lo stivale abbia mai partorito.