Come ti ammazzo il bodyguard recensione

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Un film eccessivo ed eccessivamente spettacolarizzante che cerca di strappare a tutti i costi una risata alla spettatore.

Come ti ammazzo il bodyguard recensione – Precedentemente la lavorazione di “Come ti ammazzo il bodyguard”, Patrick Hughes regista della pellicola, aveva diretto il film “Mercenari 3”. Alla scoperta di questo precedente ingaggio, si poteva intuire la qualità dello spettacolo. In una sorta di comparazione equiparante si potrebbero considerare entrambi i film all’attivo di Hughes, frutti del patrimonio cinematografico degli anni ’80. “Mercenari 3” è decisamente più spudorato e patetico nel riprendere dal panorama hollywoodiano della decade. Figure di personaggi stereotipati a cui è legata la fama di attori ormai alla soglia della pensione. Un mero atto commerciale volto a risvegliare nelle coscienze degli spettatori di mezza età, e non solo, un sentimento di nostalgia per gli eroi della loro infanzia.

Lo stesso si può dire di “Come ti ammazzo il bodyguard”, il prodotto di una società che sembra voler vedere riproposti al cinema i miti del proprio passato.

Come ti ammazzo il bodyguard recensione – L’ultima fatica di Hughes, riprende notevolmente il patrimonio culturale occidentale, in particolare quello americano. Il film potrebbe essere considerato come un omaggio a pellicole che hanno fatto la storia dell’action movie. Da Arma letale, passando per Die Hard fino a la Guardia del corpo, il celebre film con Kevin Costner e Whitney Houston. La coppia formata da Ryan Reynolds e Samuel L. Jackson, sembra fare il vezzo anche all’ultima opera citata.

Un film che pone al centro del proprio racconto il rapporto d’amicizia che si crea e si forma tra due antagonisti costretti a viaggiare insieme. Tutto sommato l’accoppiata funziona, anche se dispiace vedere Jackson interpretare ormai sempre gli stessi personaggi, rivestendo un ruolo che non riesce più a scrollarsi di dosso.

Lo stesso personaggio interpretato da Reynolds opera una certa metacritica su Jackson riferendosi al suo ormai iconico “motherfucker“.

Come ti ammazzo il bodyguard recensione – La narrazione è piuttosto semplice, tuttavia viene inserita in un contesto in cui il binario principale della storia sembra essere fuori posto. Si generà così un’atmosfera di palese irrealtà, che fa del film la parodia di sé stesso. L’intero universo narrativo nel quale è inserita e si dipana la vicenda del sicario e la sua guardia del corpo, si prende fin troppo sul serio. Il microcosmo che prenda vita e ruota attorno al nucleo centrale del film, potrebbe essere autonomo, auto-sorreggersi. Ne uscirebbe un filmetto niente male, forse nulla di originale ma tutto sommato ben fatto.

A controbilanciare la tensione emotiva troviamo la vicenda di questa strana coppia mal assortita, sulla carta.

Da un lato Reynolds con il suo sarcastico e autoironico Michael Bryce, dall’altro Samuel L. Jackson con il suo ennesimo Samuel L. Jackson, ovvero Darius Kincaid. Qui, ora il film prende quella strada che lo porta di fatto sul precario e mal riuscito equilibrio tra action movie e commedia nera. Da questo punto di vista il film non soddisfa appieno. La pellicola sembra forzare la propria vena comica e ironica, cercando di strappare allo spettatore una risata ad ogni costo.

Tuttavia al massimo riesce a strappare qualche sorriso, un ghigno sul volto. Man mano che il film procede, si ha l’impressione che gli sceneggiatori abbiano escogitato sempre nuovi, per meglio dire vecchi, modi per suscitare ilarità. Sì, vecchi, perché riprendono trucchi del cinema anni ’80 o ’90 visti e rivisti, pescando dal cilindro scenette ormai obsolete, che non potrebbero più far ridere nessuno.

Come ti ammazzo il bodyguard recensione – Lo stesso si può dire della regia e degli effetti speciale. Una regia piuttosto indiscreta, sapiente e funzionale, ma del tutto irrilevante, passa inosservata. Gli effetti speciali e le scene di stunt, invece sembrano girate piuttosto mediocremente. Si ha la sensazione costante di essere consapevoli di stare guardando un film. Nel senso che è evidente la qualità irreale che pervade l’opera intera. Inseguimenti ed esplosioni sembrano appiccicati sulla pellicola e i personaggi in primo piano distanti da esse; quasi come fossero girate in momenti diversi e separati, e in un secondo momento montati insieme.

Lo stesso finale potrebbe essere considerato la metafora perfetta per il film intero. Un non necessario ed eccessivamente spettacolarizzato prolungamento oltre un’apparente e valida conclusione. Il film intero ruota su un eccesso di spettacolarizzazione, nel tentativo di suscitare emozione e tensione negli occhi dello spettatore, mancando totalmente il bersaglio. Tuttavia, in fin dei conti, il film non appare così negativo, come descritto finora. Un film che si lascia guardare e a tratti diverte pure; ma rimane l’idea che si tratti dell’ennesimo cliché creato da una Hollywood che inciampa su sé stessa.  

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