Somnia di Mike Flanagan – Recensione

0
268

Tra i mestieranti più interessanti dell’horror yankee recente, spesso marcato Blumhouse, casa di produzione che regna incontrastata a partire dall’inaspettato (e probabilmente immeritato) successo di Paranormal activity nel 2009, si distingue, oltre al talentuoso malese naturalizzato australiano James Wan, un certo Mike Flanagan grazie ad una mano sicura, ordinata e particolarmente estrosa con la quale riesce a dare un’impronta personale ad ogni pellicola che dirige.

La sua penultima fatica, prima del prequel di Ouija (ovvero Ouija: le origini del male in cui è riuscito a mandare in porto un ottimo lavoro partendo da un primo capitolo disastroso), si chiama Somnia (Before I wake il titolo originale), è uscita nelle sale italiane il 25 maggio del 2016 ed è stavolta svincolata dall’egida produttiva di Jason Blum.

La trama è facilmente delineabile: due coniugi, Jessie e Mark, che hanno perso in un incidente domestico il proprio figlio, decidono di adottare un bambino di nome Cody, il quale, rivelerà ben presto una natura fuori dall’ordinario: egli è infatti capace, suo malgrado, di far concretizzare, nell’ambiente in cui si trova, le presenze che animano i suoi sogni mentre sta dormendo. Tutto bene dunque quando i soggetti sono farfalle et similia, ben peggio quando subentrano gli incubi ed in particolare il mostro che li governa incontrastato: l’orribile Uomo-Cancro. Cody lo sa, memore di passate esperienze in precedenti famiglie adottive, ed altro non può fare se non bere bevande ad alta dose di caffeina che lo tengano sveglio, al fin di evitare che qualcosa di male possa accedere a chi l’ha accolto con tanto affetto e che però forse, soprattutto per quanto riguarda la madre Jessie, si sta solo servendo delle sue sbalorditive capacità per lenire il dolore di una perdita.

Flanagan, qui anche in veste di co-sceneggiatore e montatore, gestisce i tempi ottimamente per un film che funziona su entrambi i livelli che si propone di affrontare. Infatti, come i più interessanti horror degli ultimi anni (Babadook docet), riesce a entrare perfettamente nelle coordinate del genere pur nascondendo al proprio interno una natura altra, una vena melodrammatica nel rapporto madre-figlio in cui ognuno dovrà affrontare i propri fantasmi interiori (ma esteriorizzati). Sono ancora una volta dunque, dopo i fratelli terrorizzati dal passato di Oculus e prima delle sorelle alla prese con la tavoletta Ouija, i rapporti familiari a interessare Flanagan, la necessità di metterli a nudo per superare l’orrore che è sempre dietro l’angolo o sotto il letto. L’attualmente abusato ricorso ai jump-scares non gli è estraneo, è vero, ma è ampiamente riscattato da una sapiente attenzione scenografica e da un estro visivo che gli consente di impostare almeno una sequenza memorabile, quella del sotto-finale nell’orfanotrofio, in cui la spiegazione visiva viene incontro allo spettatore ancor prima delle parole, delineando (lo dico senza svelare troppo) il rapporto di conoscenza dei personaggi con le loro reciproche psicologie, messe in evidenza dal palesarsi dell’inconscio nella realtà attraverso una più che mai calzante invenzione allegorica (qualcosa che avrà a che fare con gli occhi e che non può dunque che ricordarci la poetica di Burton, nella sua ossessione per l’organo visivo).

Altro tema fondamentale del film è sicuramente il complesso di colpa; dev’essere superato per ridare un senso alle proprie esistenze altrimenti il passato, come una zavorra, rischierà di condizionarti e appesantirti per sempre. E allora bisogna affrontarlo, prendere coscienza dei propri sbagli e delle proprie paure, guardare in faccia l’orrore e smascherarne l’essenza. Se si parla di un mostro che popola gli incubi di un personaggio di un film, infatti, non si può non pensare a Nightmare; ma il mostro di Somnia non ha (quasi) nulla in comune con il sardonico e sadico Freddy Krueger, se non l’idea che le colpe dei genitori possano in qualche modo ricadere sui figli. Ma non sarà la vendetta, in questo caso, a muovere la trama, quanto piuttosto l’amore. Amore nei termini di gesto incompreso di una madre verso il proprio figlio, amore che può tramutarsi in odio come un sogno che diventa un incubo, come una farfalla che svanisce prima che il mostro faccia capolino nella stanza.

Come si può intuire dunque, il film è pieno di cambi di ritmo e di atmosfera, sia all’interno di una stessa scena (si passa dal reale all’onirico e dall’onirico-rassicurante all’onirico-orrorifico), sia nel susseguirsi della vicenda stessa (nel corso della quale, come detto, la vena melodrammatica prenderà sovente il sopravvento su quella thrilling e non mancheranno sfumature fantasy alla Del Toro).

E’ interessante notare poi, come la pellicola vada ad inserirsi nel filone di quegli horror che non si limitano a terrorizzare ma che prendono per mano lo spettatore fino al superamento catartico della paura stessa. In questo senso il finale (sempre senza svelare troppo) può analogamente ricordarci, tornando a Nightmare, l’ultima scena di Nuovo incubo (ingiustamente bistrattato dalla critica ed invece geniale nel suo gioco meta-cinematografico continuo): lì Nancy, l’eroina della saga di Craven, poteva tranquillamente leggere al proprio bambino, ai piedi del letto, il copione del film stesso, poiché il male era stato oramai esorcizzato e la vita poteva continuare senza più timori. Qui invece i titoli di coda possono essere accompagnati, cosa che mai ci saremmo aspettati, dalle dolci note di Welcome home dei Radical face: il viaggio emotivo è stato completato senza aver lasciato nulla in sospeso.

Non ai livelli dei superlativi It follows, The witch e The neon demon usciti anch’essi l’anno scorso nelle sale italiane, Somnia rimane comunque decisamente un ottimo prodotto di genere, incanalato sì in tutte le convenzioni formali e strutturali del caso, ma con la sapienza di chi le sa abilmente aggirare quando serve, evitando i cliché e proponendo un proprio punto di vista su una storia.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here