Heli di Amat Escalante – recensione

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Amat Escalante, nuovo gioiellino del cinema messicano e braccio destro di Carlos Reygadas (produttore del suo primo film Sangre), presentò Heli nel 2013 alla 66° edizione del Festival di Cannes (dove concorreva alla Palma d’Oro  anche il nostro Paolo Sorrentino con La Grande Bellezza). Il giovane talento si portò a casa il premio per la miglior regia, premiato da Steven Spielberg in persona, quell’anno presidente di giuria.  Purtroppo anche questo film fa parte di quella categoria, chiamata gergalmente dai cinefili, dei “film invisibili”, nonostante i due ambitissimi premi vinti (l’altro è il Leone d’Argento vinto al Festival di Venezia di quest’anno, sempre per la miglior regia, con La Region Salvaje ex aequo con Paradise di Andrej Konchalovskij), incredibilmente nessuno dei suoi 4 film è stato ancora distribuito in Italia.

In una cittadina di provincia del Messico, presumibilmente al nord del paese, dove i cartelli agiscono indisturbati, vivono, o meglio sopravvivono, due fratelli, la piccola Estela e Heli, il padre e la fidanzata di Heli. Mentre il fratello maggiore si guadagna il pane onestamente lavorando in una fabbrica insieme al padre, la dodicenne Estela salta frequentemente la scuola, frequentandosi, ovviamente a insaputa della famiglia, con Beto, diciassettenne in procinto di diventare militare.
La vita della famiglia viene sconvolta quando Beto, dopo che ha rubato delle buste di cocaina da un casolare disabitato, decide di nasconderle imprudentemente nei pressi della loro casa.
Ovviamente il cartello non rimane a guardare.

Escalante mette subito in chiaro le cose: dopo appena 4 minuti vediamo un gruppo di militari gettare da un ponte un uomo legato ad una corda. Non ci sono stacchi di montaggio, l’inquadratura rimane fissa per diversi secondi sul cadavere fluttuante, in questo modo il regista sceglie subito di essere esplicito e seguirà coerentemente questa scelta per tutto il film, non nascondendo mai niente allo spettatore (a circa metà del film, nel mid-point, c’è per chi scrive una delle scene più disturbanti mai viste).

Il regista sceglie la strada del film di denuncia, disturbando in tutti i modi possibili lo spettatore. Il suo è un grido d’aiuto per cercare di portare al centro dell’attenzione una parte di Messico lasciata al caso, abbandonata da stato e polizia, disumanizzata, dove la morale ormai è persa, dove la violenza regna sovrana. Un luogo non-luogo che diventa deserto dell’anima (come il paesaggio dove è ambientata la vicenda), dove non cresce niente, dove tutto è polvere, dove una ragazzina di dodici anni che vuole sposarsi e che ha già il fidanzato, non è poi così fuori dall’ordinario.
Pur essendo un film di denuncia sociale, siamo distanti dal documentario, i personaggi sono caratterizzati benissimo (ad Escalante bastano davvero due inquadrature a personaggio e già lo spettatore riuscirebbe a farsi un’idea della sua backstory), l’arco narrativo della famiglia si distribuisce perfettamente sui tre atti e alla fine tutti i nodi vengono al pettine. Non rinunciando a narrare anche la parte più intimista della storia, scegliendo sempre di stare a fianco dei suoi personaggi, non colpevolizzandoli mai. Dedicando ad uno di loro l’immagine finale del film, un’immagine molto ambigua, ma dove forse lascia intravedere un briciolo di speranza.

Una parte della critica ha attaccato il film per un eccessivo compiacimento nelle violenze mostrate, ma tutto ciò che Escalante sceglie di farci vedere è necessario ed è giustificato dallo stile visivo quadratissimo e dal montaggio rigorosamente anti-spettacolare alternato da improvvisi scoppi di violenza. Non cerca mai di divertire il pubblico con scene truculente, non cerca mai il facile splatter, non ci sono scene action (non siamo dalle parti di City Of God di Fernando Meirelles e Katia Lund, altro grande film, ma che tratta l’argomento in modo opposto), ma vuole entrare nella mente dello spettatore con immagini che difficilmente scorderà, perturbandolo, perforandolo. Un cinema freddo solo in apparenza. I riferimenti sono chiari, oltre al cinema del suo maestro Carlos Reygadas, c’è molto del cinema di Michael Haneke, di Ulrich Seidl, di Andrzej Zulawski e della new wave greca (Yorgos Lanthimos e Athina Rachel Tsangari).  La forza del film sta tutta nel suo autore e nella sua idea di cinema molto personale, uno stile immediatamente riconoscibile, come nel successivo e discutissimo La Region Salvaje (che ha letteralmente diviso il pubblico e la critica, ma non la giuria) e nel suo secondo lavoro Los Bandidos.
Un cinema dove le parole sono quasi un riempitivo, dove è l’immagine a regnare incontrastata, riuscendo a spiegare efficacemente tutto.  Un cinema già maturo.

Voto: 4,5/5

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