Tears for Fears – The Hurting | RECENSIONE

Tears
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L’album di debutto dei Tears for Fears: un concept sull’abuso infantile, sul dolore e sulla depressione che diventò un gioiello della new wave

1983: Roland Orzabal e Curt Smith sono due giovanissimi (ex-)punk. Si fanno chiamare Tears for Fears e ai tempi della pubblicazione del loro primo album, The Hurting, suonano un misto di post-punk cantautoriale e musica semi-elettronica sperimentale influenzata da Bowie e Eno con echi remoti di synthpop.

Ci vorrà un po’ perchè questa musica venga chiamata comunemente new wave: ai tempi c’è chi la definisce punk, e chi la definisce pop. E non viene capita, ovviamente. I due musiciti inglesi, poco più che ventenni, vengono inquadrati a fatica nella scena e pubblico e critica mancano di cogliere tanto la genialità del loro cantautorato quanto lo spessore dei loro esperimenti.

Nella tracklist di questo primo disco pur ingenuo e spontaneo troviamo infatti quelle che oggi ci paiono chiaramente come dieci canzoni perfette: dieci gioielli, uniti da un fil rouge che riporta al nome del gruppo, ispirato ai trattati psicologici di Arthur Janov e allo sfondo tematico di tutte le loro prime composizioni: l’abuso infantile.

In particolare, i brani trattano della sofferenza umana in quanto condizione radicata nei traumi dell’infanzia e perciò, nell’età adulta, impossibile da scrollarsi di dosso. Lo fanno su toni lugubri, malinconici ma anche ampiamente nichilisti, con più di una punta di gothic e cantati disperati seppur melodici e accattivanti.

Non sono i Cure, non sono i Joy Division, non sono Echo & The Bunnymen, non sono gli U2: sono un po’ qualcosa nel mezzo, tutto questo e altro allo stesso tempo. Le potenzialità pop e da classifica di numerose canzoni si coglie appieno: soprattutto Pale Shelter, Change e Suffer the Children sembrano fatte apposta per il grande pubblico.

Invece Ideas As Opiates, The Hurting, Start of the Breakdown e soprattutto The Prisoner mostrano il lato più sperimentale e interessante del loro suono, svelando come nel panorama dell’epoca non sia necessario ascoltare per forza Laurie Anderson o gli Art of Noise per cogliere l’avanguardia del suono anni ’80.

Rimangono Watch Me Bleed, bel post-punk di altissimo livello; Memories Fade, forse il loro brano più “deprimente” (e imprevedibilmente ripreso da Kanye West nel 2008); e naturalmente Mad World, il capolavoro del disco, che purtroppo ancora in molti conoscono più che altro nella versione di Gary Jules come colonna sonora di Donnie Darko.

Quello che stupisce è proprio la potenza delle idee musicali dei due, musicisti praticamente esordienti ma già potenziali Lennon / McCartney di quella decade (anche se i brani sono in effetti tutti scritti dal solo Orzabal). Completano il tutto le capacità dei produttori Chris Hughes (batterista di Adam and the Ants) e Ross Collum, e i contributi del batterista Manny Elias e del tastierista Ian Stanley.

Il connubio di queste forze e la chiarezza della visione musicale del duo si risolve in una lista tracce new wave di produzione colorata, variopinta e fantasiosa che guarda al futuro con suoni tecnologici e artificiosi ma prende da passato una autorialità ambiziosa e impegnata con un retroterra rock innegabile.

Risultato? Niente: nel 1983 l’album viene definito “terribile”, i due vengono accusati di essere un’imitazione dei Joy Division e si parla di “letargia lirica”. Che dire: per fortuna in casi come questo intervengono le decadi successive a fornire prospettive differenti e più pulite. Oggi, nessuno dubita che il primo album dei Tears for Fears fosse un vero, piccolo grande gioiello della musica; new wave e non.

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