Chris Burden: l’artista che fece body art… facendosi sparare a un braccio

Chris Burden
Credits: The New York Times / YouTube
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Chris Burden è uno dei più importanti artisti concettuali del ‘900, e questo è solo un esempio dei limiti ai quali si è spinta la sua arte

Molti di voi non avranno mai sentito il nome di Chris Burden, ma ai suoi tempi era davvero celebre come artista concettuale e body artist, ossia un artista che usava il suo stesso corpo per esprimere idee creative. Ma la faccenda era anche più seria di così: si trattava di esplorare davvero le limitazioni non solo del corpo ma anche della mente e delle convenzioni della società. Questo perché si era negli anni ’70.

La decade della post-rivoluzione durante la quale sembrava che tutto fosse finalmente permesso e che il tempo di far cadere ogni tabù e ipocrisia fosse finalmente arrivato. Negli stessi anni Vito Acconci si masturbava sotto il pavimento di una galleria d’arte nella performance Seedbed, e Marina Abramović si auto-infliggeva dolore in vari modi nella serie di performance Rhythm.

Questo il contesto nel quale va collocata la performance di Chris Burden dal titolo Shoot (1971), che si può facilmente riassumere così: un uomo, lui, si fa volontariamente sparare a un braccio con un fucile da un amico. Una performance pericolosissima, e intenzionalmente tale: un errore di mira e sarebbe morto.

La performance è stata catturata su video (non lo riportiamo qui per ovvie ragioni, ma si trova facilmente anche su YouTube) ed è rimasta celebre come il suo lavoro più scioccante. Ed è tutto dire perché sentite un po’ cosa ha fatto in alcuni degli altri: in B.C. Mexico (1973) si è recato da solo su una spiaggia isolata in Messico dove ha vissuto per undici giorni con solo acqua e niente cibo.

In 747 (1973) ha sparato un colpo di pistola mirando ad un Boeing 747 mentre partiva dall’aeroporto di Los Angeles; in Fire Roll (1973) dava fuoco ai suoi pantaloni e rotolava per terra per spegnerlo; e in Trans-Fixed (1974) si è fatto letteralmente crocifiggere, con chiodi piantati nelle mani, sul cofano di una Wolksvagen Beetle mentre il motore andava a vuoto per due minuti.

Insomma, abbiamo reso l’idea. Tutte performance che ad un primo sguardo sembrano casuali e provocatorie, e invece mirano, ciascuna a suo modo, a commentare le problematiche di pensiero della società occidentale dell’epoca. I temi richiamati in Shoot non sono difficili da immaginare, specie se si conosce un po’ la storia degli Stati Uniti.

La crescente violenza nelle città e la diffusione e l’utilizzo delle armi da fuoco, che come sappiamo oggi rappresentano questioni lancinanti in America; ma anche la Guerra in Vietnam, in quel periodo ancora al suo acme; attentati e terrorismo, comprese le uccisioni dei due Kennedy, di Martin Luther King e di Malcolm X; e la repressione violenta di proteste studentesche e sessantottine.

Ma ci sono riflessioni anche più filosofiche da compiersi, che riguardano la fragilità e vulnerabilità del corpo umano, la scarsa importanza di un individuo di fronte alla morte e l’effimerità della fiducia negli altri. Infatti, tra l’altro, la performance non va come previsto: in teoria il proiettile dovrebbe appena sfiorare il braccio di Chris Burden, invece lo prende in pieno.

La provocatorietà dell’atto scuote lui stesso per primo, per non parlare dell’equipe dell’ospedale al quale i due si devono poi necessariamente recare per medicare la ferita. Ma naturalmente la radicalità dell’opera intende ottenere proprio questo: non bei quadri piacevoli da guardare o divertenti spettacoli teatrali, ma atti che rendano lo spettatore confuso, turbato, traumatizzato persino.

La rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70 passa molto anche da qui, per mano di artisti sperimentatori disposti a rischiare letteralmente tutto per portare il mondo e la società ad interrogarsi seriamente sulle proprie psicosi e disfunzionalità. Ma l’esempio di Chris Burden è servito? Molto di quel che è avvenuto negli U.S.A. negli ultimi anni sembra purtroppo dimostrare il contrario.

Fonte: Wide Walls

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