The Tragedy of Macbeth | Recensione del film di Joel Coen

Macbeth
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The Tragedy of Macbeth è il nuovo film di Joel Coen, prodotto da A24 e distribuito in Italia da Apple TV. L’opera vede protagonisti Denzel Washington e Frances McDormand. Macbeth è il primo film, nella storia artistica dei due fratelli, a cui Ethan Coen non partecipa.

Cast

  • Denzel Washington: Lord Macbeth
  • Frances McDormand: Lady Macbeth
  • Corey Hawkins: Macduff
  • Brendan Gleeson: Re Duncan
  • Harry Melling: Malcolm
  • Brian Thompson: assassino
  • Ralph Ineson: capitano
  • Sean Patrick Thomas: Monteith
  • Miles Anderson: Lennox
  • Kathryn Hunter: le streghe
  • Stephen Root:
  • Bertie Carvel: Banquo

Trailer

The Tragedy of Macbeth: recensione

“Nobody expects Shakespeare. People aren’t spending their hard earned 25 cents to see Macbeth.”. Così si sente consigliare Herman J. Mankievicz durante la sua degenza nel ranch di Victorville, nel discusso film di David Fincher, quando lo sceneggiatore espone le sue teorie sulla narrazione cinematografica. Profezia della profezia, sicuramente nessuno spenderà quei famigerati 25 centesimi (ben più di qualche dollaro, oggi, a causa dell’inflazione) per vedere il Macbeth di Joel Coen, ma forse per una volta possiamo dimenticarci dell’ormai eterna diatriba tra il rito della sala e i nuovi paradigmi imposti dalle piattaforme, e concentrarci sull’essenza di un film che va ben oltre le maledizioni del the scottish play.

Ovviamente poi Orson Welles realizzò il suo Macbeth, ed è sicuramente a questo caposaldo della Old Hollywood che Joel Coen sembra aver guardato per realizzare il suo The Tragedy of Macbeth. In realtà, però, l’opera di Orson Welles non è che uno tra i riferimenti, e a fine visione avremo assistito ad un condensato di cinema ben più totalizzante. La capacità di guardare all’intera Storia della settima arte si coniuga a quella di fornire, allo stesso tempo, geniali intuizioni sul destino del cinema (e del proprio cinema) nella contemporaneità.

Chiuso quindi l’esperimento seriale mascherato da film ad episodi con La Ballata di Buster Scruggs, Joel Coen approda al granitico rigore formale della tragedia shakespeariana. Certamente una tappa inquadrabile nella filmografia di uno dei cineasti più importanti della sua generazione, che da sempre si popola di personaggi senza una chiara direzione esistenziale. Sulla loro testa la spada di Damocle dell’ambizione, e quella di una giustizia terrena punitiva ed ambigua.

Nel caso specifico di Macbeth il cerchio si chiude nel tribunale della temibile profezia che da secoli infesta il teatro, l’opera lirica e il cinema. Una tragedia assurta ad archetipo, sulla quale Joel Coen, dopo Welles, Kurosawa, Polanski e Tarr, ha trovato una sua personalissima via.

Gli echi del cinema classico in Macbeth

Ai primi due si allaccia il bianco e nero che Joel Coen ha scelto per le tinte orrorifiche del suo Macbeth. Forse nella sua cinematografia L’uomo che non c’era resta ancora uno standard visivo, in quella gamma di grigi così vibrante e profonda. Le palette di Macbeth, invece, rasentano praticamente il buio totale. Ciò che può essere scambiato per estetizzazione, per esercizio di stile, è invece nel Macbeth un bianco e nero talmente classico, ed insieme post-moderno, da non appartenere ad alcuna epoca.

Macbeth

Sarà questo il motivo per cui Kurosawa e Welles coesistono con indubbie atmosfere bergmaniane, e che ancora più indietro sembrano rivolgersi, fino agli esempi più fulgidi del cinema espressionista: gli angusti spazi scenici di Wiene, illuminati da un’orchestrazione della luce che evoca Dreyer.

In fondo però Macbeth di Joel Coen è, probabilmente, un congegno teatrale prima che cinematografico. La macchina da presa è così subordinata al palcoscenico da reinquadrare il bianco e nero del film come unica scelta possibile per scandagliare i recessi del teatro shakespeariano. L’ovvia prevalenza dell’inquadratura fissa rende Macbeth un film che nel farsi teatro quasi nega l’essenza stessa del cinema, ed è da questa dialettica sottointesa che l’opera trae tutta la sua forza vitale.

Sulla scena il pentametro giambico detta il respiro degli attori, rimarcando ancor di più lo straniamento sotteso ad un’opera così poetica ed antilirica ad un tempo. La prosodia del copione è tutta cesellata dalle forme severe della tragedia, accompagnata da un declamato austero, elegante, equilibrato.

Il contrappunto alla phoné di beniana memoria è ridotto ai minimi termini, lasciando il silenzio a intessere la partitura dell’opera. Non c’è spazio alcuno per i trionfanti cori verdiani, per i lucidi ottoni e il disteso sinfonismo. Il Macbeth di Verdi era d’altronde un melodramma dai connotati fortemente politici, e nel Macbeth di Joel Coen la Patria Oppressa è quasi un elemento di sfondo.

Frances McDormand e quella Lady Macbeth che è il nucleo dell’opera

La foresta di Birnam si muove essenzialmente fuori campo, lasciando al centro della scena la vertiginosa parabola umana di Macbeth e di Lady Macbeth. Il potere diventa un concetto, la bramosia un motore immobile, e l’esasperata follia che conduce i sovrani di Scozia al loro destino è l’unico e vero protagonista di Macbeth.

Nel teatro shakespeariano non è raro trovare protagonisti che vivono in una sorta di a parte, che come guglie nelle architetture dell’ineffabile destino si stagliano sul brulicante coro. Denzel Washington quasi esaspera questa tendenza, tanto nella vocalità che nella fisicità, portando in scena un Macbeth stridente, dissonante con il rigido registro del film. Una prova che deborda dai confini tracciati dalla caratterizzazione del personaggio, in una spigolosa escalation che rappresenta l’unica eccezione dalla metrica del film.

Per converso invece la performance confezionata da Frances McDormand incarna lo spirito di Lady Macbeth con un rigore davvero inscalfibile. Lo squilibrio a cui cede questo personaggio, così unico da aver praticamente ispirato una mitologia autonoma, è gestito con una maestria interpretativa davvero rara: la McDormand titaneggia nell’eleganza e nel delirium tremens, rubando davvero la scena a chiunque si trovi a confrontarla.

Un tamburo! Che sarà? Vien Macbetto. Ecco qua.

La vera sorpresa del film è però Kathryn Hunter, interprete unica e trina delle streghe di Macbeth. Non la ritroveremo nelle vesti accademiche dei suoi ruoli shakespeariani più consoni, quanto interprete di quel grottesco che l’ha voluta interprete di Riccardo III. E in Macbeth il grottesco si trasforma in orrore.

Macbeth

La strega di Kathryn Hunter si moltiplica nei riflessi, nelle geometrie delle inquadrature, mentre il corpo si fa mostruoso e demoniaco e la voce si presta alle deformazioni del presagio funesto. La prima sequenza è così già una pagina memorabile di Storia del cinema. Nelle nebbie emerge come una figura metafisica annunciando la successione reale con la stessa potenza della Morte nel Settimo Sigillo.

Macbeth e il cinema contemporaneo

Come le streghe visitano Macbeth, così Joel Coen sembra fermarsi di volta in volta ad una diversa stazione del cinema proto-classico. L’importanza di questo film non si esaurisce però nell’essere un mirabolante saggio di arte audiovisiva. C’è un film nella storia recente della A24 che sembra essere diventato un nuovo classico, dove per altro cortocircuitano tutte le traiettorie possibili. Innegabilmente in più di un’inquadratura risuonano i chiaroscuri mitologici di The Lighthouse, di Robert Eggers.

The Tragedy of Macbeth sta allora come un baluardo sulla soglia di due sentieri. L’uno è quello di Joel Coen, indubbiamente al massimo punto di espansione della sua visione di cinema, che riflette sul classico passando attraverso il contemporaneo: tutto il teatro latente nel cinema dei Coen si esprime nella forma più compiuta, quella della tragedia, senza dimenticare il mito.

Dall’altra parte il percorso dell’A24 è giunto, nelle ultime stagioni, a definire una vera e propria estetica che si imprime sui suoi film, in termini di riconoscibili motivi ricorrenti. E Macbeth non fa eccezione: è senza ombra di dubbio un manifesto lampante dell’indirizzo di una casa di produzione che sta cambiando il volto del cinema.

Se la domanda, insomma, fosse cosa sia il cinema oggi, probabilmente The Tragedy of Macbeth non sarebbe la risposta, ma una risposta. Se l’interrogativo invece fosse già rivolto al film dell’anno (scorso), il nuovo capolavoro di Joel Coen sarebbe un validissimo candidato.

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RECENSIONE
Giudizio complessivo
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Avatar di Leonardo Di Nino
Non dico mai "squisitamente", ma forse troppo spesso "smaccatamente". Amo il cinema di due Ander(s)son: Paul Thomas e Roy. Considero i romanzi di Guillermo Arriaga imprescindibili, e vorrei che tutti capissero perché i tempi lenti di Celibidache non sono lenti, ma giusti.
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