I 10 migliori batteristi della storia del rock [LISTA]

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5. Stewart Copeland

Vero è che Stewart Copeland è parte di un trio, i Police, che non funzionerebbe se non esattamente con quei tre membri. Sting e Andy Summers completano la triade nella loro maniera propria e quindi non sarebbe corretto dire che solo senza Copeland la band non sarebbe mai stata la stessa. Ma, capovolgendo il discorso, si può anche dire che la sua personale visione della batteria funziona solo con i due colleghi summenzionati.

Copeland gioca molto sugli accenti, facendosi influenzare dal jazz e badando poco all’impeto della ritmica, preferendo esprimersi piuttosto con sussurri di piatti, in particolare tramite il charleston, suo migliore amico quando si trova alle bacchette. A questo, aggiungiamo un senso del ritmo comune a pochi e una voglia di sperimentare senza fine, ed ecco il più grande batterista dell’era new wave.

Compositore a sua volta, Copeland non è riuscito però, dopo lo scioglimento dei Police, a trovare grande successo con una carriera solista, sfociata più che altro nella composizione di alcune colonne sonore per film e per videogiochi (come Spyro The Dragon). Detto questo, rimane una leggenda come poche e di certo la musica tra anni ‘70 e ‘80 sarebbe stata ben diversa senza di lui.

4. Keith Moon

Il pazzo, sregolato e inarrestabile batterista degli Who, uno dei miti dello strumento, del rock e pure di una concezione della musica come necessità di espressione sempre fuori misura e oltre le righe. Moon non si trattiene, mai: nelle canzoni degli Who la sua batteria rumorosa e sgraziata invade ogni spazio, ogni nota, ogni momento.

Lungi da lui limitarsi a tenere il tempo; anzi, sembra quasi fare tutto ciò che in suo potere per non farlo, giocando in continuazione con i fill e deviando dalla struttura base della canzone ad ogni piè sospinto, quasi a volersi perdere intenzionalmente per poi ritornare, senza la minima difficoltà, perfettamente sulle battute giuste.

Questo non deve trarre in inganno: per quanto folle, Moon è incredibilmente capace. Lo si sente con il rullante ossessivo di I Can See For Miles (1967), oppure nel modo in cui segue voce e chitarra in Won’t Get Fooled Again; o, ancora, nella precisione millimetrica, seppur “sporca” di The Seeker. Qui lo sentiamo in un’altra occasione ancora, inflessibilmente goliardico ma anche sempre fedele al ruolo del suo strumento.

3. Phil Collins

La figura di Phil Collins è tutt’oggi molto discussa, specie tra i fan del prog. Istrione ingombrante, personalità esplosiva e verve da attore che, spesso, male si accompagnano e anzi quasi eclissano il suo effettivo (e soprendente, specie per chi poco lo conosce) talento alla batteria. In realtà, scartati tutti questi aspetti, Collins è ed è sempre stato un batterista incredibilmente talentuoso.

Dà il suo meglio, naturalmente, con i Genesis e specie nella prima parte della carriera, armeggiando con le bacchette sullo sfondo delle infinite e intricate suite prog congegnate dai colleghi Banks e Rutherford. Poi diventerà cantante e frontman della formazione, dall’alto delle sue capacità vocali altresì non indifferenti.

Ma il suo contributo alla batteria non si ferma alla super-tecnica espressa in casa Genesis. Infatti è lui, sulla soglia degli anni ‘80, a popolarizzare il concetto di gated reverb e ad influenzare virtualmente ogni produzione ritmica in ambito new wave e arena rock, con i famosi “echi” che ancora oggi consentono di ricondurre ogni brano che udiamo con sicurezza a quel decennio. In defintiva: la sua eredità, più ecltatante di quanto si pensi, va subito rivalutata e riconsiderata.

2. John Bonham

Possente ed inarrestabile, John Bonham è il gigante della batteria che funge da motore ritmico della macchina Led Zeppelin. Le due parti di batteria sono sì molto tecniche e complesse, ma anche e soprattutto caratteristicamente “heavy”, grazie anche ad una ricerca sul suono compiuta in ambito produttivo da Jimmy Page.

La figura leggendaria di Bonham, da turnista negli anni ‘60 (lo si può sentire bene, pre-Zeppelin, per esempio nella canzone Hurdy Gurdy Man di Donovan, 1968) troneggia sulla scena rock e blues inglese come poche altre. Tra i suoi colleghi illustri, come Ginger Baker, Ian Paice o Bill Ward, nessuno è in grado di imitare la sua potenza espressiva.

Di John Bonham si ricorda anche, e specialmente, la tragica morte, che ha portato allo scioglimento effettivo del leggendario complesso inglese. Oltre che un mito su pelli e tamburi, Bonham è per gran parte della sua vita l’effettiva incarnazione della triade sesso, droga e rock and roll, forse più ancora degli stessi tre colleghi. Così vive, e così muore.

1. Neil Peart

Semplicemente, il batterista più tecnico di sempre. O giù di lì. D’accordo, forse il più tecnico dell’area prog rock, che comunque non è poco. Ma non parliamo solo di tecnica: decine di batteristi prog metal o avant-garde jazz probabilmente supereranno Neil Peart dei Rush in quanto a bravura. Ma, come sappiamo e come abbiamo dimostrato anche qui, la bravura non è tutto, mai.

Le parti di batteria del musicista canadese, infatti, esprimono una regolarità e un’attenzione al sedicesimo esemplari, senza per questo perdersi in infinite elucubrazioni. Peart non è per gli assolo senza fine, ma, piuttosto, sceglie di far parlare la sua batteria in più “lingue”, rendendola in un certo senso poliglotta.

E come? Con un numero record di componenti, che includono qualunque cosa dalle campanelline ai tamburi di ogni sorta. Allora, sotto le sue bacchette la batteria diventa un vero coro ritmico, ben altro che il semplice strumento ideato per tenere il tempo base di un brano. Anche questa è la ragione per la quale, ai Rush, serve poco altro a livello strumentale: basso e chitarra, più qualche tastiera. Peart dice già tutto quel che c’è da dire.

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