Maneskin: perché hanno così tanto successo?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda, che si staranno ponendo un po' tutti

Maneskin
Credits: Maneskin / YouTube
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Da quartetto di strada a Roma a superstar mondiali: come si spiega l’incredibile successo dei Maneskin?

Ve lo sarete chiesto: come hanno fatto i Maneskin, nel giro di quattro anni, ad arrivare così in alto? Parliamo di una band che è letteralmente ai vertici delle classifiche mondiali, in cima agli ascolti su Spotify, amatissima all’estero. E già simbolo, di fatto, della pop culture del decennio.

Cos’hanno i Maneskin di così speciale per essere giunti dove sono ora? Si è trattato di una combinazione di fortuna e talento? O forse, come insinuano instancabilmente quelli che non riescono a capirli, c’è qualcuno “di potente” che li spinge e che ha interesse a vederli riuscire?

La spiegazione, se una se ne vuole tentare, certamente non può prescindere dall’osservazione dei tempi in cui viviamo. Ogni volta che un artista o una band musicale conquistano tanto consenso, è perché in qualche modo si trovano nel posto giusto al momento giusto. E la loro bravura (comunque, certo non da negare in questo caso) c’entra solo in parte.

Quindi, prima di tutto: i Maneskin sono rock. Lo sono, per inciso, in un modo nel quale nessun altro gruppo lo è, o quasi, in questo periodo. Guardatevi intorno: dove vedete zeppe anni ’70, vestiti brillantinati, trucco glam rock e una trasgressione giovanile così ostentata?

Non parliamo tanto dell’Italia (dove, comunque, c’è Achille Lauro), ma della scena internazionale. Che, in ambito rock, è dominata “ancora” dai gruppi indie e dai ragazzi della Z Gen che guardano al rock sporco e cinico degli anni ’90. Qualcosa di simile ai Maneskin si trova forse solo nei revival hard rock di gruppi come Greta Van Fleet e Struts.

Ma, nel loro caso c’è un elemento in più: vengono dall’Italia. Il pubblico dell’estero e specie quello anglofono è abituato a band del genere provenienti dal Regno Unito o dagli Stati Uniti, ma… dall’Italia? Non s’è mai visto. O meglio: s’è visto, ma i social e la rete danno oggi ad un fenomeno come questo un carica virale che nelle scorse decadi sarebbe stata impensabile.

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Ecco perché i Litfiba, per esempio, o (lo diciamo per provocare) Le Vibrazioni non sono mai giunti ai vertici delle classifiche internazionali. Per quanto riguarda gli ascoltatori all’estero, del tutto o in gran parte ignari della storia del nostro rock, l’idea che una realtà come quella dei Maneskin venga dall’Italia è affascinante, nonché esotica. Proprio perché inaspettata, per loro.

E questa idea assume ancor più spessore se si pensa al concetto tanto decantato “della rinascita”, che vedrebbe l’Italia “rialzarsi” in modo tanto eclatante, dopo il virus, quanto ne era stata tragicamente colpita all’inizio più e peggio degli altri paesi. I Maneskin, forse anche inconsciamente, sono visti come simbolo culturale e artistico di questa rinascita.

Un simbolo che, per fare ciò, dev’essere “di rottura” rispetto alla nostra tradizione. E la band lo è anche nella misura in cui propone un rock “per tutti”, non viziato dall’ombrosità alternativa delle realtà eternamente underground né dalle inclinazioni politiche del cantautorato perennemente impegnato. Ci sono invece pura energia, spirito ribelle e musica potente e roboante.

Caratteri forse visti come ingenui da alcuni, come falsificati da altri, ma che in un periodo come questo fanno presa e danno in qualche modo un’immagine dell’Italia inaspettata e per certi versi fresca, nuova ed esuberante. E non è un caso che tutto sia passato per Sanremo 2021, spettacolo che ha cercato di fare esattamente lo stesso.

Un altro passaggio obbligatorio è, ovviamente, quello in sostegno dell’emancipazione e dei diritti della comunità LGBTQ+, sempre sostenuta senza se e senza ma dai quattro. Oltre ad ostentare la loro appariscenza glam (che rimanda all’androginia dei cantanti anni ’70), i Maneskin non si sono mai risparmiati sulla condanna di omofobia, razzismo, sessismo e discriminazioni di genere.

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E poi, che dire, ci sono loro. Quattro ragazzi che dalle intervista appaiono in realtà semplici e simpatici, idealisti ma anche decisi a farcela, realizzando quel sogno di successo che è un po’ di tutti e facendolo sia alla vecchia che alla nuova maniera. Ossia: concerti, suoni duri e riff da una parte; social, storie Instagram e provocazione in rete dall’altra.

Quindi no, dietro al loro successo non c’è alcun complotto, come del resto non avviene (quasi) mai. Il successo di un artista, così come l’esplosione di qualunque fenomeno culturale, è spesso il risultato di un incrocio di circostanze complesse da afferrare nella loro interezza. E raramente viene deciso da uno stretto numero di persone.

Il fatto che molti siano stupiti e sorpresi dell’hype nato attorno ai Maneskin è dovuto ad una comprensione ancora parziale e limitata di come funzionano i media di oggi. All’estero fenomeni del genere sono all’ordine del giorno: pensiamo ad Olivia Rodrigo, che fino a sei mesi fa praticamente nessuno aveva mai sentito nominare.

Quello della band romana è semplicemente un caso italiano, forse il primo o comunque uno dei primi davvero rapportabili a quelli del mondo anglofono. Un altro caso nostrano, lo abbiamo citato, è quello di Achille Lauro, anche se si tratta di un personaggio diverso: non fa proprio rock e soprattutto non canta in inglese. Anche la scelta del bi-linguismo per i Maneskin è stata essenziale.

La domanda, quindi: i Maneskin si meritano questo successo? Sta un po’ ad ogni ascoltatore deciderlo, ma è certo che l’ingenuità nell’approccio alla musica dal basso ha contribuito. Per un panorama musicale più variegato occorrono ascoltatori più curiosi. Altrimenti, largo al fenomeno di massa.

Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos, Rock and Metal in My Blood.