Stardust, Recensione del biopic su David Bowie | RFF15

La nostra Recensione di Stardust, film biografico dedicato a David Bowie e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2020. Una delusione atroce di cui avemmo fatto volentieri a meno...

Stardust

Stardust è un biopic musicale su un capitolo cruciale della storia artistica di David Bowie, quello che ha portato alla memorabile nascita di Ziggy Stardust. Alla regia Gabriel Range, già co-sceneggiatore di Lust Life, che invece esplora l’amicizia tra Bowie e Iggy Pop. Il figlio di David Bowie, Duncan Jones, ha apertamente dichiarato di non riconoscere la canonicità dell’opera.

Stardust, Trama

Per il giovane David Bowie il successo di Space Oddity sembra essersi rivelato un fuoco di paglia. A due anni dal brillante esordio, infatti, esce The Man Who Sold The World, il suo nuovo disco. Totalmente incapace di replicare il clamore di Space Oddity, il suo agente tenta a tutti i costi di organizzare un tour promozionale in America per risollevarne le sorti.

Quello che doveva essere il trampolino di lancio verso il successo si rivela invece per Bowie una collezione di esperienze artistiche che lo spingono a misurarsi con i suoi drammi personali. Il percorso porta alla nascita, e rinascita, di Ziggy Stardust.

Stardust: il Cast (interpreti principali)

  • Johnny Flynn: David Bowie
  • Marc Maron: Ron Oberman
  • Jena Malone: Angie Bowie
  • Derek Moran: Terry Jones

Trailer

Stardust, la Recensione

Un pessimo biopic, un pessimo film

Stardust, come le Memories di Woody Allen che riflette a metà della sua carriera? No, Stardust è un film privo di memoria. Memoria musicale, storica e biografica. È dichiaratamente fiction, come specificato nei titoli di testa, e lo è in ogni strato in cui lo si voglia leggere, pieno com’è di inesattezze e licenze.

Stardust, quindi, come Ziggy Stardust? Il celeberrimo primo alter-ego di David Bowie compare nel finale, come frutto di una metamorfosi i cui passaggi sono tutt’altro che chiari.

Tanto che uno, fondamentale, viene completamente dimenticato, ovvero Hunky Dory, il disco tra The Man Who Sold The World e Ziggy Stardust. Eppure il film doveva concentrarsi proprio su quel tour americano del 1971, nel quale il White Duke avrebbe raccolto gli stimoli per plasmare questa figura aliena.

Così il corpo centrale del film si rivela solo uno scialbo e piatto road movie in cui seguiamo David Bowie e l’addetto stampa della Mercury, Ron Oberman, nelle loro maldestre tappe verso il successo.

Stardust è un film che sarà odiato dai fan di David Bowie, completamente incapace di misurarsi con la caratura di una figura al limite con il sacro. Un film che a tutti gli effetti non sarebbe dovuto esistere, e forse sarebbe stato meglio così, ma andiamo con ordine.

Stardust e il veto di Duncan Jones

Il progetto di un biopic su David Bowie faceva gola a tante case di produzione, visto il successo sfavillante di Bohemian Rhapsody e Rocketman. Duncan Jones aveva individuato solo due persone che avrebbero potuto raccogliere la sfida, e alle quali avrebbe affidato le memorie di suo padre. Neil Gaiman e Peter Ramsey (già regista di Into the Spider-Verse) erano i prescelti per quest’opera.

Come si vede, non compare tra questi il nome di Gabriel Range. Difatti Duncan Jones ha vietato al regista di utilizzare le musiche di Bowie per il film, un veto che avrebbe fatto desistere chiunque dal proseguire. E non dimentichiamo che Jones è l’autore dietro Moon, uno dei capolavori della fantascienza contemporanea: di certo non una persona digiuna di cinema.

Ed evidentemente aveva intuito prima di tutti che Stardust è un film scritto male, che è stato girato anche peggio. Come risultato Stardust è un film misconosciuto dalla famiglia Jones, che non gli ha riconosciuto alcuna valenza biografica, e questo la dice già lunga.

Gabriel Range non era l’uomo giusto

Cosa ha spinto quindi Gabriel Range a persistere su questo progetto? Un’urgenza artistica o mera presunzione? A giudicare dal risultato si propenderebbe per la seconda.

Rinunciando completamente alle tinte pop di quegli stessi film di cui voleva emulare la fortuna, Range cerca una fibra autoriale che non trova. La regia si dimostra approssimativa, insufficiente, specie nelle sequenze dove le performance musicali sarebbero dovute essere esaltate e rese centrali.

Non basta piazzare qualche specchio qui e lì, per giocare di simbolismi sulle poliedriche personalità di Bowie e lo spettro del dramma psichiatrico del fratello Terry. Non basta riprodurre in scala uno a uno il magnifico stargazing da 2001-Odissea nello spazio sulle parole di Space Oddity, per quanto questo opening promettesse bene.

Un monumento alla vita di David Bowie meritava non solo di rispettare le decisioni della famiglia, ma quantomeno di offrire un’idea di cinema all’altezza della sfida che si poneva.

Stardust, biopic musicale senza musica

Ma il vero problema di Stardust è che è un film mutilo di una componente fondamentale in una pellicola del genere. È impensabile realizzare un biopic musicale senza la musica originale. Così Range ha dovuto aggirare il problema con diversi stratagemmi.

E se è perdonabile vedere Bowie presentarsi con delle cover e non con pezzi suoi, perché storicamente approssimativo, ma accurato, è al limite del fastidioso vedere continue soluzioni narrative volte a sviare la questione.

Sa quasi di presa in giro vedere esibirsi Ziggy Stardust and the Spiders from Mars senza le note dell’omonimo album con cui ha lanciato la sua prima maschera. La cosa più grave è però la colonna sonora originale, che tenta di parafrasare frasi e incisi dalla musica di Bowie con risultati quasi parodistici.

Un film che non sarebbe dovuto esistere

Se a tutto ciò aggiungi un protagonista che più che Bowie nella fisicità sembra portare in scena un incrocio tra Freddie Mercury e Alex DeLarge, la formula del fallimento è vicina. Stardust non solo non ha rispettato le volontà degli eredi di Bowie, ma lo ha raccontato in maniera macchiettistica, stereotipandolo spesso al limite del ridicolo.

Senza riuscire a cogliere e ad esprimere la potenza del messaggio artistico di una delle figure più importanti della storia delle arti, Stardust è polvere di stelle che non brillano. Un’occasione forzata, e sicuramente persa, nei confronti di Bowie, del suo pubblico e non. Un film ripetitivo e confuso del quale, per una volta, non sentiremmo la mancanza nelle sale.

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