Funeralopolis – A Suburban Portrait: La Milano che non si vuole vedere

In Funeralopolis entriamo nel mondo di due amici che sopravvivono alla giornata nell’hinterland milanese, nella loro vita al limite dell'autodistruttività.

funeralopolis

“l’importante è avere la droga perché le persone fanno cagare. Meglio rimanere soli con la droga”

Capita raramente nel cinema nostrano di rimanere impressionati innanzi a film anticonvenzionali e allo stesso tempo poetici, che abbracciano e mostrano una realtà di diseredati, di personaggi estremi che il mondo ignora o schifa, mostrandoli in tutte le loro nudità. Capolavori come Anna di Alberto Grifi, L’imperatore di Roma di Nico D’Alessandria o il bellissimo Amore Tossico di Caligari, i quali mostrano come nella nostra stessa realtà coesistano universi paralleli, ignorati e inafferrabili. Assieme a loro si aggiunge di diritto e di prepotenza questo crudo e anomalo Funeralopolis, documentario di Alessandro Redaelli.

Un film spregiudicato, diretto e allo stesso tempo scandalistico che ci concede l’accesso nell’eccesso, il tutto girato con mezzi limitati e una troupe ridotta all’osso. Così ci inoltriamo, viviamo e vediamo il mondo di un gruppo di tossici che sopravvivono alla giornata nell’hinterland milanese, nella loro vita al limite dell’autodistruttività, senza nessun filtro né censura nei dialoghi. Per certi versi simile all’operazione vista in Vietato morire di Teo Takahashi, nel quale però il regista peccava nei momenti più forti negando con pudore la visione, allargando il campo per edulcorare l’immagine o sfuggendo con l’uso del montaggio.

Ed è invece proprio nella sua visione estrema che culmina la forza più grande di Funeralopolis, nel cinema verità, quello intento ad osservare e riprendere la sola e pura realtà. Quindi sullo schermo vediamo scorrere bestemmie e adorazioni sataniche, sangue, corpi e buchi di carne, aghi ripresi con primissimi piani e dialoghi talvolta assurdi eppure follemente lucidi, ai quali il regista va incontro senza retorica e senza inutili moralismi.

“Cioè, è una cosa seria, è un documentario su di noi. Io non faccio il cabarettista, capisci? (Vash)”

Così assieme ai due amici e protagonisti principali, Lorenzo Passera e Andrea Piva, rispettivamente Vash e Felce, ci viene mostrata una realtà sconosciuta ed evitata ai più. Muovendoci tra Bresso, Sesto San Giovanni e Milano, il regista ci rivela ciò che non si vuole vedere, la città nascosta sotto la città: le sue metropolitane soffocanti e il degrado della periferia, i parchi abbandonati e i rave party, i murales, le risse e le case popolari occupate . In questa grigia giungla urbana immersa nel B/N girovagano senza meta i due amici, accompagnati talvolta da altri tossici ma soprattutto dall’onnipresente compagnia della droga.

Il regista li riprende per un anno e mezzo, li segue per ore e ore in presa diretta vivendo con loro alla giornata. Il risultato è un racconto duro, sbattuto in faccia allo spettatore e a chi pensa che certi problemi legati alle dipendenze e alle droghe siano l’eredità degli anni passati. Quello che invece si evince dal film è che le situazioni marginali, la personalità e le storie di Vash e Felce fanno parte di una realtà deliberatamente ignorata dalla società, che trova le proprie radici nell’indifferenza e nel disagio sociale che pervadono l’attuale Italia.

Non esiste difatti una vera presa di posizione da parte del regista in questo Funeralopolis: più volte viene specificato proprio da quest’ultimo come non sia un film di condanna sull’uso della droga e sui suoi effetti ma più semplicemente uno spaccato di vita di due amici che vivono nei sobborghi milanesi e che percorrono assieme un percorso analogo finché non si dividono per trovare ognuno il proprio cammino personale con tutto ciò che ne deriverà. Forse redenzione e salvezza, forse pazzia e morte.

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