Jamiroquai – Recensione Synkronized

Alla riscoperta di un album classico nella discografia dei Jamiroquai: Synkronized, del 1999.

Il quarto album dei Jamiroquai è quello della nostalgia, ma anche della transizione.

Synkronized dei Jamiroquai è il quarto album in studio del gruppo funk/fusion inglese. Arrivando dopo il successo di Travelling Without Moving (1996), famoso soprattutto per il singolo Virtual Insanity, questo nuovo album è il primo che cerca una transizione verso nuove e più sparse sonorità. Transizione che si compirà appieno nel capolavoro del gruppo, A Funk Odyssey (2001). Allo stesso tempo, vengono definitivamente abbandonate le sonorità jazz dei primi tempi, con un completo e continuo omaggio alla musica anni ’70.

Questo album è anche il primo con un importante rimpiazzo: viene allontanato il bassista Stuart Zender, storico membro del gruppo. Pure, qui fa la sua ultima apparizione (nella canzone Supersonic) Wallis Buchanan, il famoso suonatore di didgeridoo (noto strumento a fiato australiano) tanto legato all’immaginario del primo periodo di attività della band. La transizione, infatti, non sta solo nelle sonorità, ma anche nell’immagine: con Synkronized i Jamiroquai passano dall’essere un gruppo impegnato e con svariate influenze jazz, all’essere un gruppo “pop”. Certo, con grande impegno stilistico, tecnica strumentale e fantasia compositiva, ma la band pare decisa a non restare più lontano dalle classifiche.

Jamiroquai – Canned Heat, 1999

I Jamiroquai guardano avanti, ma anche indietro.

Il disco si apre con un pezzo in perfetto stile disco anni ’70, con tanto di orchestrazioni, chitarre funky con wah-wah, e il sempre istrionico Jay Kay che con la sua voce guida il tutto. L’atmosfera è da party, e la fusione fra tutti gli strumenti risulta in una produzione perfetta, avente come apice soprattutto le parti di basso. Dopo questo intro piuttosto canonico (ma memorabile), già la seconda canzone, Planet Home, riporta ad un funk con un bordo elettronico, e con un che di house, che poi nella variazione devia improvvisamente verso una distrazione tropicale.

La terza, Black Capricorn Day, è un episodio funk più tradizionale, con sonorità in stile Sly & the Family Stone, ma con parecchie incursioni interessanti in territorio rock. Soul Education è costruita su un soul molto stile James Brown, ma sempre con parecchi omaggi agli anni ’70 e più che alla disco, stavolta a Stevie Wonder (le tastiere). E anche in Falling, quasi a metà disco, possiamo sentire chiaramente lo Stevie Wonder di metà anni ’70. Gli arrangiamenti sembrano studiati apposta per assomigliare a quelli di Innervisions (1973) o Songs in the Key of Life (1976), album chiave del grande artista americano.

Jamiroquai – Black Capricorn Day, 1999

Poi, le canzoni che non ti aspetti.

Il primo pezzo veramente interessante è Destitute Illusions, che sembra sposare finalmente del tutto sonorità house, pur mantenendo una base in gran parte strettamente acustica (sarebbe a dire, non elettronica) e non abbandonando mai il soul. Ma il pezzo è praticamente un continuo assolo di synth, e qua e là si possono sentire anche degli scratch, che andavano di moda nella musica rap di allora. Un pezzo questo, nella discografia dei Jamiroquai, certamente innovativo. E ad innovazione segue innovazione: è il caso di Supersonic, la più radicale svolta musicale del complesso fino a questo punto. Un pezzo che si può tranquillamente definire elettronico, con aspirazioni techno, ritmi tribali e forse più di una strizzata d’occhio alla (ormai mainstream) scena rave.

Butterfly ci riporta al soul stile anni ’70, con una ballad che a questo punto del disco (e specie dopo i due pezzi precedenti) può risultare stancante, tranne che per i fan del genere. Anche il funk veloce di Where Do We Go from Here, dopo i pezzi d’apertura, fornisce sostanzialmente una versione meno ispirata e meno convincente di quanto abbiamo già sentito. Un po’ due riempitivi, insomma. Ben altro accade, invece, con la penultima canzone (l’ultima in alcune versioni dell’album). King for a Day è infatti un pezzo che lascia completamente perdere funk, soul, house ed elettronica, per gettarsi nella musica classica. Il pezzo sembra una composizione da rock sinfonico nell’area prog, per esempio dei Genesis di Lamb Lies Down on Broadway (1974). Tutta la canzone è guidata dal pianoforte, e anche le orchestrazioni seguono uno stile da musica romantica ottocentesca.

Jamiroquai – Deeper Underground, 1999

Deeper Underground: il finale rock.

Non finisce qui: l’ultima sorpresa è un pezzo per il quale si può tranquillamente usare il termine rock and roll. Deeper Underground si sente (male) nel blockbuster Godzilla del 1998, diretto da Roland Emmerich (il regista di Indipendence Day). Il film, come sappiamo, è inguardabile, ma in compenso il pezzo è notevole, e rappresenta una delle poche visite dei Jamiroquai in territorio rock. Il video promozionale si rifà al film, mentre il pezzo si impernia su un doppio riff di chitarra/tastiera che presta il fianco alle contemporanee tendenze alternative rock.

In conclusione, Synkronized è un album notevole nella discografia dei Jamiroquai in virtù della sua doppia natura: da una parte omaggio a sonorità classiche anni ’70, dall’altro sperimentazione e viaggio in territori inesplorati (per la band). L’abbandono definitivo dei suoni jazz e dell’etica etnica (il didgeridoo) accompagnano una re-invenzione pop sempre più decisa, che partendo da una solida base strumentale e tecnica (nonché compositiva) si concentra sempre più sulle melodie, sulla portata radiofonica delle canzoni e, non ultimo, sul carisma del frontman Jay Kay.

Jamiroquai – Synkronized / Anno di pubblicazione: 1999 / Genere: Funk, Soul, House

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Nato a Palmanova il 26 ottobre 1989, vivo ad Aquileia. Sono autore, scrittore, critico musicale e social media manager. Laureato al DAMS di Gorizia e conseguita laurea magistrale in Discipline della musica, dello spettacolo e del cinema/Film and audiovisual studies. Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos.