L’uomo che uccise Don Chisciotte, la recensione di un film lungo tren’tanni

l'uomo che uccise don chisciotte

Ci sono voluti quasi tren’tanni per girare L’uomo che uccise Don Chisciotte. Un film fortemente voluto da Terry Gilliam nonostante il fato gli fosse più che avverso. Tutto inizia nel lontano 1989 per poi iniziare un loop di interruzioni e riprese che lo hanno portato fino ad oggi. “Qualsiasi persona ragionevole si sarebbe fermato ma non io. Io credo nelle cose irragionevoli, nella follia che mi ha trasmesso Don Chisciotte”. Un’affermazione che spiega perfettamente e giustifica la testardaggine del regista di Parnassus nel voler prendersi le sue responsabilità fino in fondo. Perché alla fine è una questione di responsabilità, come quelle da cui scappa Adam Driver nei panni di Toby, un cinico e sprezzante regista di spot televisivi dall’ego smisurato.

Il passato però ritorna, stavolta nelle mani di un gitano che porge a Toby un dvd pirata del suo primo lavoro giovanile legato ad un film su Don Chisciotte. Un film che aveva creato numerose aspettative in Angelica, giovane abitante di un minuscolo villaggio spagnolo chiamato Los Sueños (nomen omen). Un film che ha portato alla follia Jonathan Pryce, qui nei panni di Javier, un calzolaio scritturato per interpretare Don Chisciotte e mai più uscito dal personaggio. Il caso vuole che Toby torni proprio in Spagna per girare uno spot che riprenda la lotta del cavaliere errante contro i mulini a vento. E proprio dietro la collina c’è quel piccolo paesino da lui fin troppo illuso.

Toby cerca luoghi e persone del suo primo film, trovando tutto diverso da come era prima. Chi è passato a miglior vita, chi invece ha tentato la fortuna trovando l’esatto opposto. E chi è rimasto incatenato nella follia.

L'uomo che uccise Don Chisciotte

In un cinema improvvisato, Adam Driver compie un gesto evocativo come quello di rompere la tela. E con lei anche la realtà che fino a quel momento lo circondava. Basta poco per trasformare un regista in Sancio Panza ed essere costretto a seguire ed assecondare le follie di Javier, o Don Chisciotte. E la stessa realtà si (con)fonderà con la surrealtà presente nella folle mente di Javier. Vagherà, Toby, tra i molteplici piani narrativi che andranno a sovrapporsi.

L’uomo che uccise Don Chisciotte è un film che si lascia guardare anche grazie a flashback generati ottimi espedienti narrativi. Il comparto visivo è molto curato e funzionale ad una messa in scena che avvicina forma e contenuto quasi sullo stesso piano. Molti gli spunti di riflessione che Gilliam ci regala, come la sua critica rivolta alla società occidentale. Peccato che questo aspetto si esaurisca in fretta in favore di un richiamo metanarrativo verso tutto ciò che c’è dietro un film. Quei produttori sprezzanti alla ricerca di soldi ad ogni costo.

La presenza scenica di Jonathan Pryce e Adam Driver riesce a colmare gran parte delle lacune presenti in questo L’uomo che uccise Don Chisciotte che appare più come un capriccio di Gilliam che non un progetto studiato e ragionato. Cosa più che umanamente comprensibile considerato ciò che è accaduto dal 1989 ad oggi. Pecca moltissimo nell’ultima parte, eccessivamente diluita e con l’ingombrante presenza di una storia d’amore melodrammatica che ricalca fin troppo i cliché della favola.

L'uomo che uccise Don Chisciotte

Nel complesso, L’uomo che uccise Don Chisciotte rimane un film ampiamente sufficiente nonostante tutto perché Gilliam sa come e cosa fare per dar ciò che il suo pubblico vuole vedere. La sua marca autoriale è forte e ben salda, con il suo onirismo surreale e con i molteplici simbolismi psicanalitici circa l’identità e le realtà parallele che circondano il mondo intorno a noi. Ci si aspettava di più ma fare di più era per certi versi molto difficile. Con la solita (auto)ironia, anche se più contenuta, Gilliam racconta una storia carica di simbolismi come solo lui sa fare, togliendosi anche quel maledetto sassolino nella scarpa che risponde al titolo del film in questione.

Durante la conferenza stampa, Terry Gilliam ci ha raccontato un aneddoto molto particolare sulla scelta di Adam Driver come attore. Fu una vera e propria casualità dal momento che si incontrarono in pub. Parlando, Gilliam vide in lui una persona vera ancor prima di una star. Questo fece cambiare idea giacché Driver non era minimamente considerato per il ruolo. E c’è da ringraziare il giorno in cui i due si incotrarono casualmente in quel pub.

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