L’occhio che uccide (Peeping Tom) – Recensione del film

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L’occhio che uccide

Qualsiasi cosa fotografi, rovino sempre tutto!

Ogni qualvolta vediamo apparire sullo schermo degli occhi in primo piano, ci portano a riflettere sull’essenza della percezione visiva e della rappresentazione cinematografica. La celebre sequenza dell’occhio tagliato dal rasoio di Un chien andalou (1929), il cortometraggio surrealista di Buñuel e Salvador Dalì, a quei tempi rappresentò una frattura epocale, con abitudini visive che tenevano a distanza il pubblico dallo schermo cinematografico. Un taglio sconvolgente, innanzi al quale lo spettatore era costretto a coprirsi il viso con le mani, a distogliere lo sguardo, si scrutava dentro il proprio occhio cinemtografico ancora vergine e questo veniva tagliato nell’attimo dell’illusione filmica. Anche L’occhio che uccide (Peeping Tom) agisce nell’ambito dell’attraversamento dei confini visivi, seppur, a livello estetetico, tratti lo spettatore con molta più cura.

L’occhio che uccide (Peeping Tom) comincia proprio con il primo piano di un occhio chiuso. All’improvviso, si spalanca, allo stesso modo di un obiettivo di una macchina fotografica che si apre, e guarda sconvolto dallo schermo. Quest’occhio è un simbolo cinematografico. Si apre ad un complesso raggruppamento di percezioni attraverso le quali, chi osserva, viene avvolto non in modo tradizionale. L’occhio che domina lo schermo e che ci guarda come fosse un obiettivo di una cinepresa ne rovescia lo sguardo interessato. Lo spettatore diventa lui stesso oggetto dell’osservazione. Durante la sequenza iniziale posta ancor prima dei titoli di testa, una successione di zoomate conduce lo sguardo dello spettatore fin dentro l’obiettivo di una cinepresa a 16 mm che un ragazzo nasconde sotto il cappotto. Qui la prospettiva cambia, tramite un’inquadratura soggettiva, il ragazzo si avvicina ad una prostituta per strada. Quest’ultima porta l’osservatore nella sua camera, egli è divenuto l’occhio della cinepresa. Mentre la donna si spoglia, la cinepresa le si avvicina lentamente. Spaventata, improvvisamente si mette le mani sul volto e grida mentre viene assassinata davanti alla cinepresa in azione.

L’occhio che uccide

L’occhio che uccide (Peeping Tom) per quasi vent’anni è stato demolito e disprezzato dalla critica, il cui punto di vista è ai giorni nostri indecifrabile, fino a quando i registi Scorsese e Schrader, nel 1979, non hanno ridato lustro al film. La critica e il pubblico non capirono il film, ignorandone la tematica dell’uguagliamento tra “io” e “occhio della cinepresa”. Questo aspetto accompagnava direttamente nel fulcro dello sdoppiamento di personalità di cui è afflitto il protagonista Mark Lewis (Karlheinz Bohm), un uomo riservato, ossessionato dal cinema, che a causa dell’infanzia traumatica si trasforma in voyeur della cinepresa, iniziando ad uccidere. La macchina da presa è l’arma letale che utilizza e porta sempre con sè. Dopo aver scelto una potenziale vittima, l’assassino le si avvicina filmandola, aziona una delle aste di supporto, sollevandola questa diventa uno stiletto mortale con il quale trafigge le vittime. Ciò nonostante le intenzioni di Mark sono ben altre. Difatti non gli basta filmare la paura di morire della vittima, vuole che quest’ultima si confornti con questo terrore, pertanto nell’attimo prima del colpo mortale le pone di fronte uno specchio parabolico che le mostra la propria fine. “La paura maggiore è la paura della paura”, rivelerà a Helen (Anna Massey), l’unica persona di cui il protagonista abbia fiducia. In passato, lo stesso Mark è stato a sua volta vittima di una crudele fantasia di osservazione, il padre lo filmava nei momenti in cui era obbligato a misurarsi con cose che gli infondevano paura. Ma i filmati che mostrano la morte in diretta delle vittime e che il protagonista guarda duratne la notte non risolvono i suoi problemi interiori. La paura della morte ripresa rimane una sequenza cinematografica inadatta nella pellicola del proiettore.

L’occhio che uccide

Nel cercare di liberarsi dal suo trauma psichico e dare allo stesso tempo un senso alla sua esistenza come documento filmico, Mark escogita di suicidarsi organizzando un’operazione illogica. Immobilizza l’arma cinepresa su di uno scaffale, per poi correrci incontro. In questo breve tragitto scatta una serie di fotografie con l’uso dell’autoscatto. Nello schermo scorrono una serie di immagini che documentano la vita dell’uomo sotto forma di sequenza genealogica di frame: dal ragazzino violato, rimasto tale, fino all’adulto morente.

L’occhio che uccide (Peeping Tom) è un film che nasconde al suo interno profonde considerazioni sull’arte cinematografica e sulle sue pulsioni, trattando l’essenza del mezzo espressivo. Una delle più straordinarie riflessioni filmiche sul voyeurismo portato all’estremo, con l’aggiunta di una grandiosa fotografia in Technicolor, le cui tinte accese contrastano con gli ambienti angusti in cui si consuma la pulsione omicida del protagonista, splendidamente caratterizzato con tutti i suoi drammi infantili e tutto il suo viscerale amore verso la sua macchina da presa.

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