A beautiful day recensione – You were never really here di Lynne Ramsay

0
1182

You were never really here, ultima fatica della regista e sceneggiatrice scozzese Lynne Ramsay.

Ramsay torna a fare cinema, portando sul grande schermo l’adattamento del romanzo omonimo di Jonathan Ames. Il racconto proietta sullo schermo il personaggio di Joe, veterano di guerra ed ex agente dell’FBI. Sofferente di un disturbo da stress post-traumatico. Tuttavia tali informazioni personali sul passato della figura di Joe non emergono direttamente dalla narrazione. Ramsay induce lo spettatore, più attento, ad estrapolare elementi narrativi contestualizzanti da brevi e casuali scene quasi oniriche. Che fungono da flashback, dalle quali riemergono ricordi e momenti epifanici di Joe circa il suo passato.

La regista non sente la necessita di creare un racconto completo e didascalico. Quanto piuttosto fornisce gli input necessari ad inquadrare una sequenzialità logico-narrativa.

Il montaggio, apparentemente confuso e disordinato, è rappresentativo della volontà di scarnificare l’opera. All’interno della quale i contenuti sono suggeriti, anziché mostrati. Le scelte stilistiche rendono intuibili i motivi della sofferenza e della desolazione di Joe. Provato a causa dei traumi subiti sia in infanzia che sul campo di battaglia, e a causa della sua condizione attuale. Incapace di adattarsi al mondo Joe ha tendenze suicide, senza mai però riuscire a portare a termine il suo intento soprattutto per le responsabilità nei confronti della madre, di cui si fa carico. Le scene dei tentati suicidi si alternano a visioni della sua fanciullezza e della guerra, che rendono chiaro il passato psicologico del protagonista.

Allo stesso modo la violenza, senza essere mai pienamente esplicitata, fa da fondamenta e traino dell’azione di quello che è un thriller/noir .

Ramsay non ne sente la necessità, preferendo creare un’impalcatura suggestiva. Per la rappresentazione di una violenza quasi taciuta, ma estremamente intensa e potente per la percezione dello spettatore. Una violenza indiretta, di cui si può constatare piuttosto l’effetto, la conseguenza. La macchina da presa non è mai posta ad inquadrare l’azione in corso di svolgimento, creando immagini insolite ma devastanti. La violenza, quasi inespressa,diventa cardine dello spettacolo cinematografico. 

Joe è un sicario a pagamento, con l’uso della sua forza e della violenza porta a termine incarichi commissionatigli dai suoi clienti.

Le cose per lui si complicano proprio durante lo svolgimento di uno di questi incarichi affidatigli. Il recupero della figlia del senatore Williams, rimasta invischiata in un traffico di prostituzione minorile. Joe, privo di legami ed incapace di crearli, sente un istinto paterno nei confronti della ragazzina, sentendosi in dovere di proteggerla, al di là dello svolgimento del lavoro per il quale è stato pagato. Proprio sulla bambina proietta il proprio desiderio di redenzione, vedendo in lei un’innocenza perduta. Un’idea già cara al cinema che riporta lo spettatore ad altre pellicole. Impossibile non ricordare altre storie di giustizieri e ragazzine, come Taxi driver e Léon.

Uno dei punti di forza del film è da individuare sicuramente nell’interpretazione di Joaquin Phoenix.

Prova contraddistinta dalla mimica e dall’imponenza fisica, essenziali nel dare vita al personaggio di Joe. Seppur sia contraddistinta da scarsità dialogica e di battute, l’interpretazione di Phoenix si fa istrionica, dominando la scena con la sola presenza fisica. Una interpretazione che rende ancora più intensa la crisi psichico-emotiva del personaggio, da cui scaturisce tutta l’azione.

Una pellicola dalla rappresentazione asciutta nello stile e nella narrazione, seguendo un’idea di sottrazione che si rispecchia nella messa in scena. Riflettendo sulla precarietà della stessa e della condizione umana nel contesto contemporaneo. Una scelta dettata dalla volontà di liberarsi dalle costruzioni e i fronzoli barocchi del cinema tradizionale e classico. Sfugge al bisogno del cinema di immergere l’opera all’interno di un microcosmo diegetico falsamente realistico. Ci si avvicina così ad un processo di purificazione del corpo filmico; estrapolando dalla struttura dello stesso ogni elemento ritenuto d’eccesso e non essenziale alla messa in scena.

Risultando opere scarne, piatte ed asciutte, in cui assume valore la suggestione piuttosto che l’impatto visivo e sensoriale della scena. Di cui You were never really here è un caso esemplare.

Viene a mancare, inoltre, anche la traiettoria ascendente, lungo la quale il cinema tradizionale dirige la linearità narrativa delle opere filmiche, Ramsay priva la struttura del racconto di un climax finale. Risolve il tutto con lo smorzamento del pathos conclusivo, che tuttavia ancora una volta suggerisce allo spettatore l’intensità e la potenza della soddisfazione mancata. Fornisce così al ritmo del film una piattezza, costellata da picchi emotivi intermedi. Tutto perfettamente in linea con i presupposti e gli intenti dell’idea stilistica e narrativa che contraddistinguono un film come You were neve really here. 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here