The Happy Prince, la recensione del film su Oscar Wilde

Rupert Everett ci consegna un ritratto "umanizzante" di Oscar Wilde, raccontando i giorni che lo portarono alla sua morte.

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The Happy Prince

La dicotomia tra il titolo The Happy Prince (Il Principe Felice) e la parte finale della vita di Oscar Wilde è evidente, al netto della scelta di voler riprendere il titolo di una sua opera. Di felice c’è stato ben poco n quegli ultimi e drammatici attimi della vita di uno dei più grandi scrittori della storia. Un’esteta in tutto e per tutto, soggiogato dalle sue tentazioni, l’unica cosa alla quale non sapeva resistere. Tentazioni che l’hanno portato ad una morte in una quasi completa povertà economica ma mai d’animo. La sua testa era sempre alta, anche in punto di morte. Ed il testamento che ci ha lasciato, descrive a pieno la sua sensibilità verso il mondo e la sua bellezza. Con questo film, diretto ed interpretato da Rupert Everett, l’attore-regista inglese vuole darci un ritratto dell’uomo ancor prima dell’artista. E in cui sacro e profano si mescolano tra loro.

Umanizzare senza iconizzare chi non ha bisogno nemmeno di presentazioni. Mostrarlo per ciò che è, per quello che la sua vita ha da raccontare. Che durante gli ultimi sospiri ha ben poco di bello. La condanna per la sua omosessualità, l’esilio voluto e quasi forzato dall’ipocrita buoncostume britannico. La sua decadenza verso un baratro fatto di amicizie rinnegate ed insulti, di abbandoni. Le spalle di Wilde erano grandi e sapeva sopportare tutto con la stessa consapevolezza di chi era conscio del progressivo avvicinamento alla fine. A lui non importava, non era la morte a spaventarlo. Non aveva paura del naturale corso degli eventi. Tra feste orgiastiche nella soleggiata Napoli, con questo suo The Happy Prince, Everett ricalca alla perfezione e con una grandissima umanità la vita di Oscar Wilde.

The Happy Prince

Ciò che colpisce nell’immediato è lo stile di ripresa che ha scelto Everett per questo film. Uno stile che, come ci dice durante la conferenza stampa, “è fortemente influenzato dai fratelli Dardenne ma anche da un’estetica CCTV“. Si va a creare un rapporto ben delineato tra l’attore inquadrato e la telecamera che quindi lo insegue per tutta la sequenza. Osserva le vicende, mai da lontano, concedendosi qualche ripresa da dietro, come faceva Visconti nel suo Morte a Venezia. Non a caso, prosegue Everett, quel film ha dato moltissimo per la scrittura del personaggio di Bosie, l’egoista amante di Wilde.

La forte presenza di un cast tecnico italiano è anche dovuta alla forte influenza che il cinema italiano ha avuto su Everett, un cinema che “è molto attento al design, più di qualunque altro cinema“. L’impatto visivo dunque è fortissimo grazie alla sua accuratezza in ogni minimo dettaglio. Anche e soprattutto grazie all’uso di continui flashback che uniscono presente e passato, la gioia con il dolore.

Oltre allo stile di ripresa, colpiscono anche moltissime inquadrature in questo The Happy Prince. Frame che sembrano dipinti impressionisti, prestati da un qualche museo. Anche qui, Everett afferma che Toulouse Lautrec è stata fonte di ispirazione così come le fotografie di Brassai. Strumenti utili per rendere Parigi il più reale possibile, sotto ogni aspetto. Il gioco di luci e ombre restituisce allo spettatore quel senso di bellezza di cui voleva circondarsi Wilde. Cosa che di fatto finirà ad ucciderlo lentamente. Il ritratto che viene fuori, ci mostra dunque un Oscar Wilde molto più maliconico di quanto si immagini.

The Happy Prince

Umano prima che icona, come detto prima, costretto a nascondersi dietro un anonimato forzato e fragile, per scappare dalla vergogna che aveva afflitto anche la moglie (Emily Watson) e i due figli. Solamente i suoi unici e cari amici Reggie Turner (Colin Firth) e Robbie Ross (Edwin Thomas) gli sono rimasti accanto, fino alla fine dei suoi giorni. Le strade tra Everett e Wilde si sono incrociate parecchie volte ma mai in maniera così diretta. Evidente che il regista sia quasi ossessionato da questa imponente e maestosa figura. Non a caso, Wilde è sempre stato un punto di riferimento per Everett, una fonte di pura ispirazione. E nella quale si identifica abbastanza, soprattutto nella sua parabola discendente post coming out. Non a caso, quando l’attore britannico dichiarò la sua omosessualità trovò “un muro contro il quale era necessario scontrarsi, in un mondo dove regna un’aggressiva eterosessualità“.

Non manca ovviamente una stoccata ai paesi dove l’omosessualità rimane ancora fuorilegge così come altri paesi dove l’omofobia è culturalmente ben radicata, tra cui la sua Inghilterra e la nostra Italia. Citando l’UKIP e la Lega, Everett ci ricorda di come Wilde potrebbe essere ugualmente discriminato anche dopo secoli di distanza. Risulta difficile dargli torto. Senza divagare in discorsi politici, The Happy Prince è film che andrebbe assolutamente visto. Per la regia ricercata di Everett, per osservare da vicino un Oscar Wilde che non tutti conoscono, per riflettere sull’esilio di uno dei maggiori esponenti della letteratura mondiale.

 

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