Blue Velvet – La Spiegazione di uno dei film chiave di Lynch

Nell’opinione generale, Blue Velvet è a tutt’oggi tra le pellicole più apprezzate e riuscite all’interno della filmografia di David Lynch.

Un riassunto perfetto di un’estetica e di ossessioni tematiche care al regista, una ipnotica discesa noir nell’oscurità, in uno scenario che trasmette l’orrore nell’innocenza e viceversa. Allo stesso tempo divertente e traumatizzante, la pellicola si rivelò la seconda più grande esperienza cinematografica di Lynch, rimanendo un film importantissimo del panorama americano degli anni ottanta. Dopo la fase più conforme e commerciale di The Elephant Man e Dune, sotto certi aspetti, Blue Velvet segna un nuovo punto di partenza per il regista.

Il film sancisce anche l’inizio dell’imprescindibile collaborazione con il compositore Angelo Badalamenti, il cui talento per la melodia malinconica ha contribuito enormemente a rendere indimenticabile la carriera cinematografica di Lynch. Una pellicola in grado di emancipare l’attrazione del regista per la sessualità finalizzata come spazio di turbamenti di carattere domestico, dominio, angoscia e, di tanto in tanto, impulsi euforici (come in origine fu per Eraserhead, fondato secondo l’opinione di molti critici sull’angoscia sessuale). Difatti Henry Spencer esattamente come Jeffrey (il protagonista di Blu Velvet interpretato da Kyle MacLachlan) sembrano ricoprire il ruolo di alter ego di Lynch.

La voce melodica di Bobby Vinton con la sua “Blue Velvet” ci accompagna nella sequenza d’apertura del film, vediamo un cielo azzurro, bellissimo e candido, una perfetta staccionata di un bianco brillante, fiori rossi e così via, fino a raggiungere un verdissimo prato, dove però al di sotto attraverso un passaggio oscuro nella terra assistiamo a violenti battaglie tra insetti. Un lato mostra purezza e semplicità, l’altro orrore e insanità. Questi due estremi sono resi ottimamente durante tutta le pellicola, prima dai volti fanciulleschi e ingenui dei due giovani protagonisti (Kyle MacLachlan, Laura Dern); poi dalla maschera violenta e psicopatica di Frank Booth (Dennis Hopper) e dalla sessualità malata di Dorothy (Isabella Rossellini).

Queste tematiche le vedremo successivamente approfondite ne I segreti di Twin Peaks, dove l’indagare tra le staccionate e le lenzuola di una sonnolenta provincia americana, porterà allo scoperto, con metodo psicanalitico, il volto sordido e violento di chi la abita. Ed è anche il caso della città a cui fa ritorno il nostro protagonista universitario Jeffrey Beaumont (MacLachlan), a causa del recente ictus che ha colpito il padre. Appena arrivato fa una sorprendente scoperta, trova un orecchio umano mozzato nel campo vicino all’ospedale dove è ricoverato il padre. Jeffrey porta la sua disgustosa scoperta al detective della polizia John Williams (George Dickerson), ma la sua attrazione per il mistero lo spinge oltre, verso strade perdute, conducendolo alla scoperta di un mondo sotterraneo fatto di violenza, sesso, traffico di droghe e polizia corrotta.

Jeffrey si improvviserà investigatore affiancato da Sandy Williams (Dern), la figlia del detective, che inizialmente lo coinvolge nell’intera vicenda. La curiosità di Jeffrey però, lo farà letteralmente irrompere nella vita della povera cantante Dorothy Vallens (Rossellini). La sequenza dell’incontro è una delle più inquietanti del film, Jeffrey, nascosto nell’armadio di Dorothy, assiste allo stupro di quest’ultima da parte di un terrificante e sgradevole criminale, Frank Booth. Quest’ultimo interpretato magnificamente da Hopper rappresenta la virilità dell’uomo spinta al suo estremo; deviato, violento e psicotico. Ha bisogno della presenza di Dorothy, non riesce a tollerare di essere osservato, trova conforto nel buio, nel picchiare, nell’urlare e nel possedere, gasandosi per andare fuori di testa.

La sequenza è violenta, difficile da digerire, ed è anche un bell’esempio di come, Blue Velvet, sembra essere un film incentrato sul vedere: Jeffrey che osserva al sicuro attraverso l’armadio, il pubblico che osserva all’interno di un mondo assieme a lui, maturando e prendendo consapevolezza con esso. Jeffrey, intrappolato nell’appartamento di Dorothy, non può fare a meno di guardare e di sentirsi coinvolto nell’inferno che subisce la povera donna, e noi con lui. Questa come altre scene presenti nel film sono allestite quasi come fossero uno spettacolo perturbante, dove la videocamera non raggiunge compromessi, è incrollabile. 

Lo stesso discorso avviene nelle sequenze musicali presenti nel film. Vediamo la sensuale Isabella Rossellini cantare sul palco dello Slow Club la stessa canzone che dà il titolo al film, attorniata da un aura oscura intrisa nei toni del rosso e del blu, incantevole e magnetica. Lo stesso vale per il brano In dreams, parte integrante del film e concettualmente essenziale sia alle intenzioni che all’atmosfera della storia, cantata dall’ambiguo personaggio interpretato da Dean Stockwell, che si rivelerà esibirsi in playback utilizzando come microfono una lampada da tavolo. Un playback simile a quello che vedremo poi in Mulholland Drive con la canzone cantata da Rebekah del Rio al Club Silencio e appartenente allo stesso autore, Roy Orbison.

No hay banda. È tutto registratoÈ tutto un nastro. È solo un’illusione.

Nel finale la pellicola introduce insolite suggestioni, apparentemente l’ordine viene ristabilito tornando all’inizio del film con le medesime immagini, la solita famiglia felice e Jeffrey che si sveglia sulla sdraio in giardino, che sia stato tutto un sogno?. Eppure il finale non lascia un lieta sensazione, i due giovani fidanzatini Jeffrey e Sandy notano un pettirosso intento a masticare un insetto, che ricorda il precedente sogno raccontato dalla ragazza. L’insetto contorto nel becco del pettirosso sembra volerci dire, almeno simbolicamente, che la presenza dell’oscurità è ancora presente all’esterno, appena percettibile ma mai lontana. Il regista così ci lascia con profondi interrogativi sulla falsità delle apparenze e sull’ambiguità delle province americane, gli umani sono esteriormente fasulli e in realtà sono più reali nel loro stato compulsivo, feticistico ed emotivamente confuso?