Cinema estremo – Atlas di Antoine d’Agata

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Antoine d’Agata, grande fotografo “estremo” della Magnum, nel suo ultimo lungometraggio traspone su schermo i soggetti delle sue foto costruendo un poema visivo infernale.

Si lancia nel cinema con il suo Atlas, un diario autobiografico attraverso il quale rivela i recessi del mondo segreto della prostituzione e della tossicodipendenza, mostrando le conseguenze che questo stile di vita ha sul corpo e sull’animo umano.

Lo sguardo del fotografo cineasta, perseguitato dai demoni del sesso e della droga, cattura le confessioni narrate fuori campo e le immagini di prostitute tossicomani e malate, spinto da una sincera umanità verso le sorti di quest’ultime. Nessuna posizione morale o nessun giudizio, ma semplicemente il principio di affermazione e la pura necessità di fotografare tutto, una necessità per esplorare e raccontare questi mondi.

Lo fa sempre di notte, vagabondando in camere d’albergo o nelle baraccopoli, nei bagni o negli hammam, scovando realtà buie e documentandole attraverso immagini angoscianti. Percorrendo strade deserte, sole e senza scopo, queste donne invocano la voce dei loro bisogni, il loro rapporto con il sesso, il desiderio e gli uomini, la paura della vita, della morte e della malattia. Il giorno è soltanto una presenza lontana, immagini fuori fuoco e campi lunghi pronti a testimoniare la distanza da quella realtà.

È una visione reale di un mondo sterile e sconvolto, nel quale il piacere carnale e le droghe sembrano essere l’unico rimedio contro la solitudine e la morte dell’anima, seppur temporaneo.

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Sullo schermo si susseguono i racconti e le sequenze di innumerevoli donne provenienti da tutto il mondo. Bangkok, Mumbai passando per Perth e senza sosta arrivare a Parigi e nelle strade di San Francisco; ascoltiamo le loro voci in diverse lingue, eppure in ogni scena le immagini trasudano le stesse angoscianti sensazioni, le stesse reazioni.

Il regista riprende i suoi stessi rapporti sessuali intrapresi con ques’ultime, le masturba, si fa drogare e crolla assieme a loro nell’oblio.

Le scene sono girate sempre in una stanza vuota e spoglia, i pochi scatti effettuati al di fuori di questo angusto mondo sono degradanti quanto l’interno. Paesaggi urbani pregni di tristezza e varie immagini metaforiche, tra uccelli morti e cani feriti che si mordono tra loro.

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Ogni scatto e ripresa in Atlas è magnificamente realizzata e le immagini, pur evocando un senso di disperazione e solitudine sono splendidamente dettagliate, spesso in primo piano, allo scopo di esporre le contorsioni dei corpi durante il sesso, le distorsioni provocate dagli sfregi e dalla tossicodipendenza. Estremamente curate e studiate come fossero delle fotografie, ma prive di compiacimento anzi, pregne di una mancanza di giudizio morale.

Questa miscela di corpi e sentimenti è una continua concatenazione tra bellezza e deformità, intensificata dall’uso del chiaroscuro che immerge i soggetti delle inquadrature tra ombre e luci.

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Le immagini che vediamo scorrere sono estreme, implacabili, comprendenti dolore, miseria e violenza, tessute assieme ai sentimenti e alle storie che affliggono i soggetti ripresi così come lo stesso d’Agata, nel finale del film. La macchina da presa del regista è impotente, incapace di influenzare ciò che sta accadendo, ma in grado di farci udire voci altrimenti inascoltate. Nelle loro parole emerge il senso di un’umanità randagia, aggrappata alla realtà solo grazie alla propria presenza fisica, al loro corpo.

Atlas è un documentario innegabilmente estremo, emotivamente sfiancante e capace giustamente di scioccare, ma necessario nella sua intransigente onestà. Come molti film dedicati a realtà estreme, emerge fortemente il dilemma riguardante l’eticità della pellicola. Spetta a noi spettatori accettare o meno questa visione; rimanendo scioccati e rifiutando la crudezza di questa realtà, o scegliendo di mantenere uno sguardo difficile da sostenere, ma mai influenzato dalla visione del regista. Un uomo che ha scelto di mettere a nudo un segmento oscuro della società, ma prima di tutto se stesso.

“It’s not how a photographer looks at the world that is important. It’s their intimate relationship with it”             Antoine d’Agata

 

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