La zona Morta – la recensione del film di Cronenberg tratto dal libro di Stephen King

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La zona morta

La Zona Morta è il quinto libro uscito dalla penna di Stephen King (in realtà il settimo se si considerano anche quelli scritti sotto pseudonimo), più precisamente nel 1979.

Parla di Johnny, professore liceale che, in seguito ad un grave incidente, rimane in coma per cinque anni. Al suo risveglio, si trova davanti una vita non sua; la sua amata  Sarah ha sposato un altro uomo e ha già anche avuto un bambino, la madre sta diventando una pazza religiosa ma, fattore più importante, lui ha acquisito un potere.

Toccando le altre persone ora riesce a percepire la loro vita, ad avere visioni del loro passato, del loro presente e del loro futuro.

Questo potere, molto probabilmente, è una cosa molto simile alla luccicanza, allo Shining, che noi bene conosciamo grazie a Danny e Jack Torrance. Tuttavia, il suo cervello ha una zona morta, che non gli permette di avere una chiara e totale idea delle sue visioni. Partendo da piccole buone azioni Johnny si spingerà sempre più in là, ma si renderà presto conto che il suo, più che essere un dono, è una maledizione. Aiuta prima un’infermiera a salvare sua figlia, poi un suo allievo, e poi la polizia a prendere un serial killer.

Un personaggio particolare quello di Johnny Smith, in realtà ispirato a Peter Hurkos, famoso psichico che disse di avere acquisito dei poteri di preveggenza in seguito ad una caduta dalle scale di casa.

La zona morta

Stringerà poi la mano a Greg Stillson, un alquanto bravo e detestabile Martin Sheen, che interpreta un leader politico. Johnny ha però una visione, dove Stillson diventerà presidente degli Stati Uniti e scatenerà un conflitto mondiale nucleare che distruggerà la terra. Da li l’uomo deciderà di intervenire e cambierà così la sua vita.

E nel 1983 è stato nientemeno che David Cronenberg a prendere le redini per la produzione di questo film. Il produttore era Dino De Laurentiis, e voleva che fosse proprio Stephen King a gestire la sceneggiatura del film, ma non fu così.

Con Brooke Adams e Martin Sheen, è Christopher Walken a sostenere il ruolo principale di Johnny. E’ una buona pellicola, la cui trama rispecchia quasi totalmente quella del libro, e sono ottime sia l’interpretazione di Walken, sia la regia di Cronenberg, che si distacca dal body horror e dirige un film fantascientifico. La trama resta quella del libro ma Cronenberg, che vuole inserire la sua firma, riesce a evidenziare la sottile linea fra vita e morte, fra trascendete e umano.

La zona morta

The Dead Zone si colloca nell’83, dopo Videodrome dello stesso anno e La mosca dell’86. Risulta essere uno dei film più convenzionali di Cronenberg, distaccandosi totalmente dal resto della sua scenografia.

Eppure resta interessante, vedere il re dell’horror andare a duetto sul grande schermo con il re delle mutazioni umane e carnali. A prevalere, nel film, non sono la pietà a la commozione per lo sfortunato protagonista, né le interpretazioni degli attori o le scelte registiche, che risultano davvero molto semplici ed elementari. E’ invece proprio la trama del libro ad emergere, la trama originale.

Ciò permette allo spettatore di rimanere distaccato dalle emozioni al punto giusto (il libro, invece, coinvolge pienamente e fa addirittura piangere anche i meno empatici), e lo fa concentrare totalmente sulla storia. Più che paranormale, il film è ancor meno fantascientifico del libro e il personaggio di Johnny sembra molto umano, nonostante le sue capacità premonitive. L’umanità di Johnny viene anche evidenziata da un romanticismo sottile che caratterizza il suo impossibile amore per Sarah, un tempo corrisposto e ora non più.

La zona morta

Non mancano, tuttavia, le tipiche inquietudini cronenberghiane e le sue scene opprimenti, che pongono la sua firma, restando però sull’astratto, senza mai approfondirsi in descrizioni e scene metafisiche.

Da sottolineare poi, l’effetto e l’importanza che aveva Stephen King in quegli anni: uscirono uno dopo l’altro moltissimi film tratti dai suoi scritti; da Carrie a Shining, passando per Christine e arrivando a Stand by Me, negli anni ’80 i registi erano quasi obbligati a confrontarsi con questo enorme ed amatissimo scrittore. E Cronenberg fu uno di questi che, a detta di King stesso, creò una delle migliori  trasposizioni di un suo libro.

 

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