Eraserhead, spiegazione dell’incubo di David Lynch

2
2605

In Heaven, everything is fine

Nel corso degli anni sono state date molteplici letture dell’opera prima del grande David Lynch. Attraverso questo incubo allucinato considerato dallo stesso Lynch il mio film più spirituale” il cinema del regista di Mulholland Drive, Twin Peaks e Inland Empire si delinea già chiaramente. Sequenze oscure e da incubo si sovrappongono ad una realtà allucinata, scene apparentemente svincolate tra loro ma che si riuniscono seguendo un percorso mentale ben tratteggiato; atto a svelare non solo il particolare stato d’animo dei suoi protagonisti, ma ancor più quello di Lynch stesso.

Non è quindi sbagliato pensare che Eraserhead sia con tutta probabilità l’opera più profondamente intima e segreta del regista, anche per via dell’elusività e della riluttanza di quest’ultimo nel dare risposte a riguardo; una nota peculiarità di Lynch ma mai così evidente come per questa pellicola. Il rifiuto del regista, tanto nel confermare particolari letture del film quanto nello svelarne i profondi ragionamenti, si propagano ben al di là delle sollecitazioni interpretative; fino ad inoltrarsi nei dettagli relativi alla produzione, come la realizzazione della mostruosa “creatura”, uno dei tanti segreti a cui il regista non ha mai voluto dare riposta.

In un documentario, la figlia del regista Jennifer Lynch dichiara che gli aspetti autobiografici della pellicola (come il fatto che in quel periodo il padre fosse un artista “relegato” a badare alla famiglia) sono poi confluiti nel film, come per l’appunto la famosa creatura a cui deve badare Henry (Jack Nance) il protagonista del film; e che pare essere ispirata proprio dalla figlia nata con delle deformità ai piedi.

Eraserhead
“La creatura”

All’interno di Eraserhead troviamo però ben altro.

Si sviluppa e prende vita un mondo sterile, un’immagine grottesca di esistenze distorte da un imponente e desolato paesaggio industriale che assorbe completamente i suoi abitanti. Un posto corrotto e squallido che si estende dalle fabbriche fino ai quartieri vicini, un paesaggio apocalittico, insignificante e rumoroso. Così la città di Philadelphia, che per ammissione dello stesso regista era “un posto dove non sarei mai voluto andare“, nel film si trasmuta in un luogo spaventoso e grigio con stabilimenti fumanti. Gli interni e gli esterni si differenziano pochissimo tra loro (un tratto che vedremo rimarcato poi in Twin Peaks), dalle finestre ci è possibile vedere solo muri di mattoni e nonostante si sentano suoni diversi l’interno del palazzo dove abita Henry è tanto rumoroso quanto il mondo esterno. In questo continuo stato di oppressione il protagonista potrà trovare rifugio e intimità unicamente nel suo appartamento privato.

Il prologo del film ci mostra un’infinita distesa di spazio profondo con al centro un pianeta asteroide.

Poco sopra quest’ultimo galleggia il volto del protagonista stupito e terrorizzato. Nella stessa sequenza, dalla bocca di quest’ultimo fuoriesce un piccolo spermatozoo fluttuante, con le sembianze del feto “creatura”. Dall’asteroide, “l’uomo del pianeta” coperto di squame osserva tutto dalla sua finestra situata in una specie di casa in decomposizione; inizia a tirare quindi una serie di leve pesanti al suo fianco, provocando per ciascuna uno strano rumore quando tirata. Qualcosa di analogo verrà inserito anche nella futura filmografia del regista, nello specifico sia in Fire Walk With Me che in Twin Peaks: The Return. In una sequenza un Woodsman tira una leva situata dietro ad un televisore innescando altri “piani di sogno” forse situati più in profondità. In Eraserhead al contrario lo spermatozoo viene risucchiato all’interno di una pozzanghera fangosa e fetida, formatasi sulla superficie dell’asteroide.

Eraserhead
“l’uomo del pianeta”

Veniamo così introdotti letteralmente all’interno del mondo (o dell’incubo) di Henry, un uomo tormentato che vive ai margini, in un piccolo e spoglio appartamento situato in mezzo a fabbriche polverose.

Un giorno riceve una chiamata da una ragazza che non vede da tempo, Mary. Quest’ultima ha dato alla luce una creatura, il figlio di Henry. La madre insiste sul matrimonio e i due vanno quindi a vivere forzatamente insieme. Ben presto tutto si trasforma in un lucido incubo nel quale il figlio generato è una creatura mostruosa e il nucleo familiare imprigiona, spaventa e soffoca l’oppresso protagonista. Poco dopo la donna incapace di far fronte alle esigenze e ai pianti del deforme bambino, se ne va.

Da questo momento altri due aspetti psicologici subentrano nel film.

Il primo è quello sessuale, Henry è difatti terrorizzato sì dalla paternità, ma anche dall’atto della procreazione con la fastidiosa consorte, la quale genera spermatozoi che il protagonista tirerà letteralmente via da sotto le lenzuola sopprimendoli ancor prima della loro nascita. Henry, poi rimasto solo con il bambino, non potrà far altro che sfuggire ancor più in profondità nel suo inconscio alla ricerca di un rifugio sperduto nei labirinti della mente; o dietro un termosifone, avvicinandosi per la prima volta al suo paradiso immaginario, dove all’interno di un teatro – simile alla futura Loggia Nera di Twin Peaks – Lady in the Radiator sopprime gli spermatozoi piovuti dall’alto, schiacciandoli mentre balla. Un’altra immagine che riporta all’intento del protagonista di cancellare il feto.

Un desiderio di evasione

Il tentativo di sfuggire a quella opprimente realtà e alla ricerca dell’indipendenza sessuale ed emotiva porteranno prima Henry al tradimento con la vicina (il desiderio sessuale) e poi allo smarrimento progressivo della propria identità e del proprio aspetto. Il tutto riconoscibile nella sequenza del teatro nella quale il protagonista perde la testa sostituita da quella del figlio “creatura”, atta a rivelare l’identificazione tra i due.

Un’identificazione però impossibile per Henry, arrivando, esausto, ad uccidere il mostruoso figlio. Compiendo l’infanticidio (e suicidio) disintegrerà il pianeta meteorite e l’uomo che vi abita, liberandosi quindi prima materialmente e poi mentalmente,  raggiungendo infine il suo angelo nel tanto agognato paradiso ideale.

In Heaveneverything is fine”.

2 Commenti

  1. Complimenti per quest’analisi, Tommaso! Una delle più complete ed attente che abbia letto riguardo a quest’opera di Lynch, troppo spesso trascurata perché sottovalutata!

    • Grazie mille Diletta! Per me il film è la quintessenza dello stile cinematografico di Lynch, tra i miei preferiti di sempre.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here