“La barca di legno di rosa” di Ivano Fossati: Il mare di gente ed una nuova prospettiva

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orizzonte

o·riẓ·ẓón·te/
sostantivo maschile
 1. La linea apparente, a forma circolare, lungo la quale il cielo sembra toccare la terra o il mare: il sole si alza all’o; una nave appare all’o; estens., il tratto di cielo o della superficie terrestre che ne risulta limitato: un o. sereno, limpido, nuvoloso; un o. ristretto; anche con un sign. vicino a ‘luogo’, ‘paese’ (sempre con un senso di scoperta o di avventura).

La canzone che andiamo ad analizzare in questo articolo non è certamente tra le più note di Ivano Fossati. Si tratta de La Barca Di Legno Di Rosa (Un Gran Mare Di Gente) contenuta nell’album “Lindbergh – lettere da sopra la pioggia” del 1992, premiato con la targa Tenco per il miglior album dell’anno. Ed infatti è un album davvero notevole, forse il migliore del cantautore per la sua integrità e la sua forza sta nell’essere un concept album.

Il titolo è ispirato alla figura di Charles Lindbergh, aviatore statunitense che nel 1927 compì la prima traversata dell’Oceano Atlantico in solitario (dettaglio molto importante). Ed è prendendo spunto da questo evento, attraverso il tema del volo, che Fossati ci regala un affresco di mondo e di personaggi nelle varie tracce.

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La bellezza ed il lato interessante de La Barca Di Legno Di Rosa sta proprio nel suo rapporto con l’album ed è forse la traccia che più di tutte ne riflette le tematiche principali.

Non possiamo trascurare la parte del titolo tra parentesi: un gran mare di gente. Il mare è un elemento ricorrente nel repertorio di Fossati, genovese, ed anche in questa canzone riveste un ruolo importante. Innanzitutto perché è l’ambientazione di gran parte della canzone; inoltre il mare assume anche il senso figurato di “enormità”, soprattutto riferito alla gente, alla folla indefinita. A ciò si collega il secondo tema principale: l’assumere un punto di vista nuovo e differente e la conseguente distanza dagli altri a cui si deve far fronte.

I primi secondi della canzone, strumentali, ci introducono subito ad un’ambientazione notturna o comunque ad un clima di certo non splendente. La prima parte del brano ci mostra in rassegna diverse barche di passaggio, una per ogni strofa, ognuna con i propri passeggeri. La sensazione di rassegna è data dall’inizio identico di ogni strofa: “passa una barca..”, per poi chiudersi con il mare vero e con il mare di gente. Ogni strofa racconta quindi un piccolo vissuto, speciale ed unico, ma alla fine di ogni breve racconto Fossati ci ricorda da cosa questo vissuto e circondato.

A bordo della prima barca, un pescatore ed un pesce catturato. Due personaggi che vivono attraverso il mare, seppur in conflitto tra loro.

Passa una barca di legno d’ulivo
con sopra un pescatore e un pesce ancora vivo
e il tempo li insegue, il tempo li circonda
il tempo li dondola e gli fa l’onda,
l’onda del mare, di gente questo mare,
l’onda del mare, di gente questo mare.

Questa prima strofa oltre ad introdurci all’ambiente del mare, ci mostra anche il ruolo del tempo che, come il mare, trasporta gli uomini. Anzi, sembra che il tempo stesso consenta al mare di trasportare e cullare le persone.

La seconda strofa ci presenta l’immagine più cupa della canzone. E’ inoltre la barca con il maggior numero di passeggeri: essa infatti trasporta un gruppo di donne, con i loro bambini, che intonano canti leggeri:

Passa una barca di voci leggere
piena di canzoni e senza acqua per bere.
Sono le donne dei paesi vicini
sono le donne con i loro bambini.
Sono le operaie povere, malpagate
sono le operaie povere, abbandonate
in braccio al mare, di gente questo mare
in braccio al mare, di gente questo mare.

E’ la strofa più lunga: presenta infatti due versi in più, necessari per descrivere il loro status di operaie, povere, malpagate ed abbandonate in quel mare. Qui il valore simbolico dell’acqua raddoppia: le donne non hanno acqua per bere eppure sono circondate dall’acqua, seppur del mare. E’ la solitudine: sentirsi soli in un mare di gente.

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La terza barca vede a bordo due personaggi che non vorrebbero condividere il mezzo, nè i loro pensieri che però per forza di cose sono legati ma allo stesso tempo ormai distanti da loro: sono un gendarme ed un assassino.

Passa una barca di legno di pino
con sopra un gendarme, con sopra un assassino
e i loro pensieri sono legati insieme
i loro pensieri gettati in catene
in fondo al mare, catene in fondo al mare,
in fondo al mare, di gente questo mare.

A metà strofa si presenta una variazione armonica oltre che il cambio del ritmo tenuto dalla batteria, ora più deciso: un cambio meraviglioso. Ed infatti è solo l’anticipazione di un cambio di tonalità definitivo dalla strofa successiva: cambia quindi il movimento e l’intensità sia della canzone che del mare. L’episodio raccontato è sicuramente il più tragico e disastroso. C’è una barca distrutta, destinata ad affondare.

Passa una barca tagliata a metà
con mezzo capitano e mezzo motore che non va
e mezzo marinaio, mezza faccia sorridente
che ha perso l’anima e non ha sentito niente
in mezzo al mare, l’anima in mezzo al mare,
in mezzo al mare, di gente questo mare.

I due passeggeri, un capitano ed un marinaio, vengono definiti “mezzi” come la barca. Questa definizione li lega indissolubilmente al loro mezzo, senza di esso è come se svanisse la loro identità, oltre che, in questo caso, anche la loro vita probabilmente. E’ interessante notare la “faccia sorridente” del marinaio. Ha perso l’anima, non viene specificato quando, se durante questo incidente oppure nel momento in cui ha iniziato la sua vita da marinaio. Questa descrizione ci restituisce un personaggio perso, allucinato, quasi felice di essere travolto dal mare (di gente).

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Segue uno stacco strumentale ed un ulteriore cambio di tonalità che anticipano un episodio- eccezione della canzone. Nella quinta strofa viene narrato l’unico episodio diurno: una sposa che arriva con la barca.

Passa una barca di legno di rosa
che arriva al mattino e porta già la sposa
e la sposa bella quasi come in una favola
bambini giù dal letto, bambini tutti a tavola
che il tempo tac, il tempo non ci aspetta,

il tempo tac, non ci rispetta
e corre disperato, disperato come un cane,
ma oggi c’ da mangiare perfino per chi ha fame.
in questo mare, di gente questo mare
in questo mare, di gente questo mare.

 

E’ anche l’unico momento della canzone in cui si fa riferimento alla vita o ad ambienti di terra. Qui non c’è il mare da affrontare, bensì il tempo. Ed il monito è rivolto ai bambini prima che si mettano “per alto mare aperto”. E’ una parte che si distacca anche melodicamente dal resto del brano: l’arrangiamento tiene, letteralmente, il tempo e la sezione ritmica sembra il ticchettio di un orologio.
Ma poi di nuovo il mare, prima dell‘ultima strofa, forse la più importante.

Ah, se potessi raccontare
tutto quello che vedo e sento
dall’orizzonte di questo cielo
che picchia giù nel mare
in questa notte cieca di luna
e te
se stai ad ascoltare

Durante quest’ultima strofa avviene la sospensione di tutto. L’arrangiamento non è più scandito dal ritmo di percussioni. Non ci sono più le onde del mare, ma solo quiete. Siamo nel cielo, siamo, come recita il titolo dell’album, sopra la pioggia. Ed è un cambiamento drastico, simile al passaggio dalla scena di un film all’altra in cui vi è un sonoro completamente differente. Solo in questi ultimi versi Fossati chiarisce che ad aver parlato finora è stato Lindbergh, mentre osserva, dall’alto del suo aereo, il mondo nelle sue individualità e nella sua uguaglianza.

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Ora Lindbergh mostra tutto il suo rammarico per non poter raccontare tutto quello che vede e sente. E’ bellissimo il modo in cui Fossati definisce la posizione di Lindbergh stesso, regalandoci un’immagine incredibilmente poetica: “dall’orizzonte di questo cielo che picchia giù nel mare”. In queste parole c’è l’intera canzone.

Il nostro aviatore è sull’orizzonte e sta osservando le cose da un punto di vista differente, da una posizione diversa. E mentre è lì non può condividere le sue sensazioni con nessuno. Si manifesta qui tutta la distanza tra un punto di vista diverso e quello del mare di gente, pur condividendo sempre lo stesso cielo (questo cielo). E’ la distanza che ci separa dall’orizzonte.

E’ interessante anche l’uso dell’espressione “picchiare giù nel mare”. Ci restituisce una verticalità, non scontata, del cielo, che quindi richiede un movimento opposto a quello orizzontale delle barche nel mare.
C’è qualcosa in questa rappresentazione dell’orizzonte che si avvicina alla morte. Non tanto per ciò che riguarda l’anima o la fine di una vita, quanto per l’impossibilità di testimoniare l’esperienza da parte di chi l’ha vissuta e la distanza che separa i vivi dai morti.

E allora alle definizioni di orizzonte riportate in apertura di articolo potremmo aggiungere la seguente: l’orizzonte è quel luogo in cui non ci troviamo.

Dopo una dedica ad un “tu” lontano, una lunga coda strumentale ci allontana dall’abitacolo di Lindbergh, che si lascia questa solitudine alle spalle e prosegue per la sua coraggiosa strada, e ci accompagna verso la traccia successiva dell’album.

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