50 sfumature di rosso, la recensione

Le sfumature giungono al rosso, dopo il nero ed il grigio. Nel suo capitolo finale, il vero dominatore è l'imbarazzo che caratterizza tutta la messa in scena.

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50 sfumature di rosso

Si giunge all’ultimo capitolo con 50 sfumature di rosso. Un thriller raffazzonato, un dramma poco credibile, un erotico loffio. Tre generi che non riescono a dar vita ad un film lontanamente godibile. Nato da un vero caso letterario della scrittrice britannica E.L. James, la saga delle sfumature riuscì ad acquisire un grandissimo successo grazie allo sfatamento di un tabù: l’erotico per donne scritto da una donna. Complice anche un buonissimo ufficio stampa, le copie vendute furono milioni. Dalla carta alla cellulosa il passo il breve. E se nel primo si indagava la sessualità giocando sul dualismo dominante dominatore, negli altri due capitoli l’attenzione si concentra inevitabilmente sulla storia d’amore dei due protagonisti. Tuttavia, in questo caso, la curiosità vouyer sparisce poco a poco. L’interesse nel bondage e del suo mondo è già soddisfatta dopo il primo libro/film. Diventa dunque fondamentale creare una storia originale e che sappia appassionare, oltre il sesso dei due giovani.

Il bello e miliardario che si innamora di una semplice segretaria, il gioco della dominazione fisica in contrapposizione a quella psicologica. Ma chiuso il libro, o premuto il tasto stop sul telecomando, tutto si esaurisce dopo 50 sfumature di grigio. Come si può dare vervé ad una storia che apparentemente ha già detto tutto?

50 sfumature di rosso

Ormai Christian Grey e Anastasia Steele sono finalmente convolati a nozze ma un’inquietante ritorno mette in crisi la coppia. L’ex capo di Anastasia rispunta fuori carico d’odio e assetato di vendetta nei confronti dei due, rei di avergli rovinato la vita. Banale sì ma potrebbe essere uno spunto decente per mandare avanti la carretta. Invece no. L’idea tutto sommato discreta crolla inevitabilmente a causa del suo sviluppo pressoché infantile, tanti sono gli errori. Ogni singolo espediente narrativo risulta forzato all’inverosimile, a tratti fuori da ogni logica umana. Dopo aver diretto il secondo capitolo, James Foley torna dietro la macchina da presa e coerentemente con il primo pessimo film, chiude la saga nel peggiore dei modi con questo 50 sfumature di rosso, complice anche una sceneggiatura caratterizzata da dialoghi nei quali si inseriscono gag totalmente fuori luogo. Scene potenzialmente drammatiche che vengono distrutte da battute involontarie sul bondage.

50 sfumature di rosso

Non finisce qui. Per gran parte della durata del film c’è una onnipresente musica che rende tutto molto patinato, al pari di uno spot di un profumo quando si scende nell’erotismo, al pari di un videoclip di MTV quando invece c’è il normale svolgimento della situazione. Un altro problema non di poco conto legato a 50 sfumature di rosso è proprio l’erotismo. Inserito forzatamente e privo di qualunque carica erotica, quasi buttato come riempitivo e ben lontano da altri film erotici di spessore. Scene di sesso in cui è impossibile, per scelte di produzione, vedere un nudo integrale, prive allo stesso modo di quella carica cruda o romantica a causa di canzoni pop scritte ad hoc che trasformano tutta la sequenza in un fan video reperibile su YouTube.

L’aggiunta della componente “thriller” non può non rimandare a quei gialli erotici di marca italiana a cui gli anni Settanta ci avevano abituati. Film di tutt’altro spessore, sapienti nel dosaggio e nella gestione delle scene erotiche. Anche il pessimo Inhibition di Paolo Poeti risulta comunque molto più accattivante di questo 50 sfumature di rosso. Insalvabile.

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28 anni, laureato al DAMS di Roma e con una passione per tutto ciò che riguardi cinema, letteratura, musica e filosofia che provo a mettere nero su bianco ogni volta che posso. Provo a rendere la critica cinematografica accessibile a tutti, anche al "lattaio dell'Ohio".

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