Una tomba per le lucciole – Recensione

Il 15 giugno 1985, a Tokyo, due registi giapponesi, allora tra le fila della Nippon Animation, decisero tramite un sodalizio di dar sfogo alle loro qualità artistiche ed espressive, fin troppo limitate all’interno dell’industria del tempo. Nacque così lo storico Studio Ghibli, che portò Hayao Miyazaki a diventare, nel giro di pochi anni, un regista stimato e un’icona del cinema contemporaneo. Un’artista riconosciuto persino dal connazionale Akira Kurosawa. Dal canto suo, le pellicole erano caratterizzate da atmosfere spensierate, ambientazioni sognanti e un grande valore poetico. Tutti marchi di fabbrica che porterà avanti nel tempo, fino alle produzioni più recenti. Dall’altro lato della sponda, invece, Isao Takahata, deciso ad influenzare l’immaginario collettivo e rivoluzionare l’animazione giapponese, firma la regia di Una tomba per le lucciole, all’età di 52 anni.

L’iniziale valore di Una tomba per le lucciole supera i confini auspicati e si impone come emblema di un movimento; uno dei picchi raggiunti dall’arte nipponica del secolo scorso.

Siamo agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale, il conflitto più atroce affrontato dall’uomo. L’irrazionalità ha portato la società degli anni ’30 e ’40 a nascondersi dietro la morte e il dolore per promuovere il progresso e l’ascesa della propria nazione. Nel lontano giugno del 1945, a Kobe, i fratelli Seita e Setsuko si muovono tra le strade di un paese alla deriva, distrutto dall’avanzare delle tensioni internazionali, in cerca della loro stessa vita, ormai persa tra le ceneri. Senza punti di riferimento capaci di guidarli nella disperazione, la loro lotta personale per la sopravvivenza diventerà lo sfondo del declino.

La concezione neorealista di Takahata illustra con una crudezza e una sensibilità consistente l’intero scenario, accostando il suo gusto registico ai lavori di De Sica.

Durante il loro cammino, i protagonisti impareranno a conoscere l’egoismo dell’uomo di fronte all’approssimarsi della morte e la necessità di dover rinunciare alla propria infanzia; provando così a perdurare da (finti) adulti. Un vortice emotivo che cattura lo spettatore e lo riempie di disprezzo, tristezza e un rinnovato pensiero pessimista.

Tralasciando lo spiccato valore simbolico, la caratterizzazione dei personaggi rimane la grande dote del regista e l’elemento che ha valorizzato notevolmente il film. Nonostante il numero ristretto di elementi, ognuno fa della sua personalità una sfaccettatura della critica espressa nel corso della storia. La tragedia si consuma e noi ne rimaniamo disgustati; veniamo colpiti nel profondo anche solo osservando con fare distaccato. La morte perde di valore e la violenza psicologica influenza negativamente Seita, ancora acerbo per essere un vero e proprio “fratello maggiore”.

Il titolo del film risulta perfettamente inserito nel contesto e non risparmia i parallelismi.

Le lucciole, nella cultura orientale, rappresentano l’animo umano e sono un simbolo di impermanenza; a causa della loro vita estremamente breve, che varia dalle due alle tre settimane. Nel nostro caso, gli insetti in questione raffigurano i bambini, che muoiono giovani all’interno di un mondo ostile. Senza incappare in ingenti spoiler, il film ha anche un forte valore autobiografico, essendo ispirato da un racconto di Akiyuki Nosaka. Le difficili esperienze vissute nel periodo bellico e la disgrazia vissuta hanno dato origine al romanzo, scritto dallo stesso Nosaka per alleviare il dolore e accettare le sue perdite.

Una nota di pieno merito va alla fotografia, sempre in linea con l’atmosfera generale del film (con variazioni cromatiche tendenti all’ocra e al grigio) e sempre pronta ad enfatizzare ogni singola sensazione provata. Scelte capaci di lasciare quel senso di amarezza e disgusto che elimina qualsiasi valore positivo, come è giusto che sia, della guerra; uno strumento di desolazione da evitare sistematicamente. Un ruolo analogo lo svolge in maniera eccelsa  la colonna sonora, ennesimo pregio di un’opera tanto profonda concettualmente quanto estesa.

Arriviamo quindi alla conclusione, il termine del viaggio. La guerra finisce e il mondo ritorna alla normalità, non dimenticando gli errori del passato. Noi siamo fermi lì, a distanza di anni, con un profondo senso di malinconia e tristezza, privati del nostro essere. Ci spegniamo, senza possibilità di replica, come delle lucciole, esistenze radiose in una realtà opaca.

 

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