Il cliente – Recensione

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Proprio in questi giorni, precisamente il 5 gennaio, è uscita nelle sale italiane distribuita da Lucky Red una delle cinque pellicole candidate al miglior film straniero agli imminenti Golden Globe: Il Cliente diretto dall’iraniano Ashgar Farhadi che, nella medesima categoria, vinse il premio nel 2012 per Una separazione . Il film, in concorso al Festival di Cannes 2016, ha vinto il premio per la sceneggiatura, scritta dallo stesso Farhadi, e quello per la migliore interpretazione maschile grazie ad uno straordinario Shahab Hosseini.

La storia si articola su un doppio livello: il protagonista, un maestro di scuola, è impegnato nella dolorosa ricerca di un uomo che ha aggredito sua moglie in casa mentre lui era assente; parallelamente, insieme alla consorte, recita in un allestimento teatrale tratto dal celebre dramma di Arthur Miller Morte di un commesso viaggiatore. Far capo ai dilemmi etici cui si troverà di fronte nel corso della vicenda e tenere saldo nello stesso tempo il proprio rapporto matrimoniale non sarà facile. Sul palco poi, come molto cinema ci insegna (si pensi a La sera della prima di John Cassavetes o a Birdman), i conflitti potrebbero apparirci più reali del reale stesso.

Parecchi sono i rimandi che il film opera, da una parte, nei confronti del dramma di Miller anche perchè entrerà effettivamente nella storia ed avrà un’importanza cruciale un commesso viaggiatore, il Salesman del titolo originale; dall’altra, nei confronti della rappresentazione teatrale tout court: luci che vengono accese o spente dai personaggi ad indicare l’apertura o la chiusura di una scena, porte lasciate aperte come presagio di ingresso in scena, o chiuse quasi a voler far calare il sipario.

La dialettica realtà-finzione è inoltre ben rappresentata dallo stile di regia e di fotografia: fuori dal teatro si attiene ad un taglio quasi documentaristico nell’uso preponderante della camera a mano e nell’assenza quasi totale di colonna sonora; di fronte al palcoscenico, invece, si serve di ammalianti inquadrature fisse sui tagli di luce rosso-arancioni che investono spazi e corpi (di particolare suggestione la scena iniziale dell’accensione del set dominata da campi vuoti semi-illuminati).

Così come in Taxi Tehran di Jafar Panahi, film con cui condivide anche la scelta della capitale iraniana per la location, è ancora una volta un impianto meta-discorsivo a fare da allegoria ai problemi di una società che costringe chi vi appartiene a rimanere vittima della propria stessa maschera. Tanto era diretto il coltello di Panahi che coraggiosamente attaccava le assurdità censorie del cinema del suo paese, ideologicamente chiuso come l’interno di un taxi, quanto più sottotraccia si muove il connazionale Farhadi che con un bisturi affilato traccia la sottile linea che divide il perdono dalla vendetta, l’umanità dalla mostruosità, la realtà dalla finzione scenica.

Il protagonista infatti è un uomo di cultura, progressista, in una relazione sentimentale sana ed equilibrata, un personaggio, insomma, nel quale non facciamo fatica ad identificarci all’inizio del film. Di fronte al brutto accaduto però, scoprirà la difficoltà di mettere in pratica quelli che scommetteremmo essere i suoi valori e gradualmente ci parrà perdere di vista l’obiettivo che avrebbe dovuto preporsi, ovvero recuperare il rapporto con l’amata, a favore della propria sete di vendetta e del desiderio di una umiliazione pubblica per il colpevole; umiliazione che pare essere ancora in Iran tra i peggiori spauracchi per l’individuo (“io lo esporrei al pubblico ludibrio” dice una vicina parlando dell’aggressore). Certo, come abbiamo detto, Fahradi si serve di un bisturi tagliente ma sottile, tanto che per lo spettatore potrebbe non essere così facile schierarsi: si comprendono un po’ le ragioni di tutti ma anche i torti, ed è proprio questo a rendere il film lodevolmente anti-retorico e per niente buonista.

Per concludere lo si può definire come un thriller dall’ottimo impianto a suspance drammatica che sa conciliare la sua forte visione autoriale con il genere; un crescendo emotivo calibratissimo e coinvolgente che fa riflettere e che non fa mancare al suo interno alcuni sprazzi di ironia tagliente: uno fra tutti la scena ambientata durante le prove per lo spettacolo nel corso delle quali un’attrice, da copione, dichiara di stare per uscire senza vestiti mentre in realtà, per ovvie ragioni culturali, recita bardata di tutto punto; il suo collega, non riuscendo a prenderla sul serio, scoppia in una sonora risata rovinando tutto.

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