Velluto Blu – Recensione

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ANTEFATTO

Siamo nel lontano 1984 quando nei cinema di tutto il mondo sbarca Dune, trasposizione dell’acclamato romanzo di Frank Herbert. David Lynch è lontano dal suo Velluto Blu e si dedica alla fantascienza. Allora trentottenne, ha tra le sue mani un progetto tanto grande quanto ostico, con un ambizioso budget di 40 milioni di dollari. Le carte in regola per un kolossal fantascientifico ci sono tutte, ma qualcosa va storto. Dopo il capolavoro sperimetale Eraserhead e l’acclamato The Elephant Man, arriva la prima cocente delusione per il nostro ambizioso cineasta. La mole di personaggi da gestire con un minutaggio inadatto e la complessità dietro lo stile narrativo dello scrittore, non resero di certo la situazione migliore; mentre Lynch veniva a contatto per la prima (ed ultima) volta con un genere per lui alieno.

Ma il legame di David con la fantascienza era qualcosa di premeditato, un contatto necessario per la sua evoluzione. Del resto, ai tempi, gli era stata persino proposta la regia del terzo capitolo di Guerre Stellari, giudicata da lui stesso troppo influenzata dalla mano di George Lucas. Così, Dune si rivela un fallimento su vasta scala, raccogliendo consensi negativi dal pubblico, con un incasso inferiore al budget di partenza, e dalla critica. Lynch ne esce male, con una carriera che ora vedeva spezzata, a causa di un progetto che non gli aveva dato la possibilità di esprime al meglio il suo stile. Come risollevarsi da una batosta simile? Come far riacquistare fiducia nel proprio nome?

GENESI

Con un budget altamente ridimensionato (questa volta solo 6 milioni di sollari), Lynch sceglie di muoversi su un terreno diverso, sperimentando come nel lontano 1977. Non ci sono più effetti speciali ed esagerazioni tecniche, ma una genuina sceneggiatura partorita direttamente dal suo genio. Nasce così Velluto Blu, uno dei cult per eccellenza degli anni ’80. A soli due anni di distanza da Dune, David aveva creato il suo film più personale e strettamente autobiografico, raccogliendo elogi sempre maggiori negli anni a venire. Dall’infanzia oscura del regista nasce una semplice idea, che nel 1986 viene trasformata in qualcosa di più grande.

La trama segue le indagini del giovane studente Jeffrey Beaumont, invischiato negli affari della seducente Dorothy Vallens, dopo aver trovato un orecchio all’interno di un giardino. Il tutto si svolge nella tranquilla Lumberton, cittadina isprita all’ America sognante dei tempi, dove la quotidianità risiedeva in ogni animo. Lynch rivoluziona un genere, il noir, scegliendo un’ambientazione antitetica, lontana dai dettami del genere. Dietro la facciata solare, però, si nasconde lo sporco, il sadismo, la perversione. E’ il dualismo perfetto di cui si fa portatore, accompagnato dai ricordi.

CULTO

L’orecchio nel giardino é l’inizio e la fine di tutto. Il tramite del protagonista per addentrarsi nel lato buio della città, nascosto dalla voce ammaliante di Bobby Vinton e le interminabili risate bambinesche sotto il cielo sereno. Capiamo fin da subito che la simbologia é la chiave per apprezzare quest’opera, valorizzata da una regia di prim’ordine. E’ proprio qui che cominciano le atmosfere a cui ci ha abituati il cineasta di Missoula. Il gusto classico si fonde con il voyeurismo registico, l’ordinario con l’inusuale, la mente di un regista simbolico con una trama tradizionale e rappresentativa.

Ora tutto torna, ricollegandosi al genere di partenza. C’è un protagonista tormentato, un’ambientazione atipica e una costante presenza femminile. Ma dov’é radicato il male, dove é distinguibile l’eterno contrasto tra positivo e negativo? Dennis Hopper lo sa bene. E’ il punto di partenza per la creazione di una figura emblematica, che agisce nel consueto per perseguire il gusto sadico, alimentato da una personalità malata. Frank Booth attraverso il nitrito d’amile si trasforma, si evolve nella nemesi vivente di Dorothy, delineando il suo profilo psicologico alterato. Lo spettatore così si trasforma durante la visione come i suoi personaggi.

Si inizia a dubitare dello strano gusto della routine, ad affinare l’abilità sensoriale per provare sulla propria pelle una percezione nuova; abbracciando la depravazione e l’immoralità. La colonna sonora allegra ci disturba, i paesaggi sognanti diventano claustrofobici, l’ottimismo subisce una strana involuzione sostanziale. E qui nasce il vero culto, il motivo per cui si brama un cineasta come David Lynch; ci si sente vivi nel fascino malato delle sue opere.

EPILOGO

Infine, arriva la conclusione tanto attesa di questa vicenda atipica che farà fatica a sparire dalla nostra memoria, volenti o nolenti. Da qui in poi sarà solo un percorso in salita per Lynch; ora con il terreno spianato per Twin Peaks, la serie che lo ha reso l’artista che oggi conosciamo.

Lumberton torna alla routine, noi seguiamo le orme dei cittadini e il mondo continua a girare. Stranamente, però, continuiamo a percepire quella sensazione che ci aveva pervaso anzitempo, pronta a tornare da un momento all’altro, in tante altre opere. Lynch si erge sopra di noi e medita, nell’attesa di un’idea che possa portare avanti la sua poetica. E noi siamo lì, mentre cerchiamo qualcosa che scuota il nostro modo di vivere, ormai adescati dall’influsso del vizio, della perversione, ricordando che, nel principio, a sedurci é stato solo un semplice orecchio.

Qui trovate i 10 film preferiti del grande regista.

 

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