Seven – La recensione del thriller ribaltato di David Fincher

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Come scritto molte volte in altri articoli, ai nostri giorni non vi è nulla di originale. La società post-contemporanea si dimostra ormai satura di idee. Tutto ciò che poteva essere detto, è stato detto. All’artista di oggi non resta che rielaborare il patrimonio culturale che ha ereditato. In questa rielaborazione e nelle scelte che sono alla base è l’originalità nuova.

RECENSIONE SEVEN – Il caso di David Fincher risulta emblematico. Fincher, alla stregua di Denis Villeneuve, potrebbe essere considerato il classico regista emerso da Hollywood. Un artigiano piuttosto sterile e privo di idee, interscambiabile; per cui chiunque altro regista con buone capacità tecniche potrebbe creare la stessa pellicola, con risultati migliori o peggiori. Fincher invece dimostra come anche dall’industria cinematografica americana, in cui regna imperterrito il potere economico e in cui l’unico obiettivo perseguito sembra quello del guadagno, possa ergersi una figura autoriale e creativa.

L’opera seconda di Fincher, Seven riprende tutti gli elementi del thriller incentrato sulla figura del serial killer. I protagonisti, i detective Somerset e Mills non sono altro che caricature di tipi ormai consolidati nella narrativa poliziesca.

Il detective vecchio, scontroso, disilluso, solo, ormai vicino alla pensione e il detective giovane, grintoso, menefreghista delle leggi. Insomma i soliti cliché. Tuttavia Fincher  apporta piccole modifiche che risulteranno di grande impatto nella percezione dei personaggi messa in scena, da parte dello spettatore.

Fincher fornisce un certo spessore e profondità ai suoi protagonista, conferendo loro una storia, una vita ma anche una personalità. In questo senso entrambi sono rappresentativi di una visione piuttosto pessimista e malinconica del mondo moderno. Un mondo brutale, sede di ogni ferocia e meschinità. Un mondo urbano e caotico in cui non è possibile trovare pace e tranquillità. Ora lo spazio filmico si fa espressione di questa visione del mondo, i luoghi in cui i personaggi prendono vita e si muovo sono luoghi suburbani in cui risuonano ridondanti i rumori della città, sirene, treni, spari ed elicotteri.

Rumori che accompagnano lo spettatore durante tutta la visione a puntualizzare costantemente il caos.

Ernest Hemingway una volta ha scritto:  

“Il mondo è un bel posto e vale la pena combattere per esso”

Condivido la seconda parte.

Tornando ai due detective, insomma persone più che personaggi, uomini con le loro inquietudini e i loro dissensi interiori, capaci di operare riflessioni proprie riguardo la natura del mondo e della vita. In particolare il detective Somerset, interpretato da Morgan Freeman, uomo di cultura e ingegno, dotato di un spirito sensibile anche se disilluso dalla vita e dal suo lavoro.

RECENSIONE SEVEN  Fincher fonde al materiale proveniente dal thriller, a sua disposizione, elementi ripresi dal genere giallo o dal noir, nonché appunto i classici polizieschi. Il regista accorpa e rielabora il tutto in una storia che, seppur ormai radicata e ritrita, in un certo senso rappresenta una sorta di novità nel genere. Già dalla pellicola che porta il regista alla ribalta facendolo conoscere dal grande pubblico, Fincher si dimostra piuttosto capace nella gestione della messa in scena e nella costruzione dell’atmosfera che avvolge tutto il film.

Lo spettacolo si caratterizza per una tensione costante che governa l’interno andamento della storia, rappresentato da una fotografia che tende cromaticamente a tinte scure, fornendo all’opera un’aura grottesca e adrenalinica. Quella sensazione di noir proviene sicuramente dalla scelta delle ambientazioni, luoghi chiusi, scuri, claustrofobici in cui gli spettatori vengono condotti dai detective durante le loro indagini. Alcuni particolari come la quasi perenne pioggia che opprime e soffoca la città, o la scelta di usare torce e luci artificiali durante i sopralluoghi, palesano l’intento di Fincher. La colonna sonora amplifica ulteriormente queste sensazioni, accostando ai rumori diegetici della città, suoni extradiegetici di profonda angoscia. Fincher induce nello spettatore uno stato di perenne ansia lungo tutta la visione.

Come scritto sopra nell’articolo, il merito principale di Fincher è quello di rielaborare e adattare alle proprie esigenze artistiche materiali ripresi dal patrimonio cinematografico nel quale si origina e muove i primi passi.

RECENSIONE SEVEN – Diversamente dai classici polizieschi hollywoodiani, la vittoria finale non è dei “buoni” ma del cattivo di turno. Precedendo le mosse di Somerset e Mills, John Doe , interpretato da Kevin Spacey che compare solo nelle scene finali, si consegna alla polizia. La resa è parte del suo piano, un semplice stratagemma per raggiungere il suo obiettivo.

John Doe è un uomo intelligente, preciso, calcolatore e cosa peggiore, paziente. Convinto di essere la mano di Dio, porta avanti quella che crede essere la missione affidatagli da un potere superiore. Punisce quelli che secondo lui sono i rappresentati dei sette peccati capitali. Gola, avarizia, pigrizia, lussuria, orgoglio, l’ira rappresentata dalla rabbia del detective Mills e infine l’invidia, la sua, nutrita per la vita dell’antagonista. In questo modo, dopo aver messo Mills difronte all’evidenza della sua follia, diventa l’ultima vittima/martire del suo piano delirante.

RECENSIONE SEVEN – Fincher quindi ribalta le carte messe in tavola dagli standard hollywoodiani nel racconto poliziesco. Nessun lieto fine, nessun eroismo, nessuna vittoria. Solo la desolazione per quello che resta. L’uomo buono soccombe alla volontà dell’uomo cattivo. Seven risulta essere una novità, un film più cinico e realista dei precedenti, dello stesso genere. Una pellicola che ha spalancato le porte a opere future, tra le quali film successivi del regista, per una reinterpretazione del conflitto tra bene e male.

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