L’uomo che non c’era – Recensione

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I fratelli Coen sono senza alcun dubbio due dei registi più interessanti del cinema contemporaneo, con la loro capacità di lavorare sui generi data dalla loro grande conoscenza della storia del cinema e dal saper declinare questo loro lato “classicheggiante” con una spiccata sensibilità (e spesso comicità) moderna. È sotto gli occhi di tutti l’indubbia qualità di pellicole divenute subito cult come Fargo, Non è un paese per vecchi, Barton Fink e Il grande Lebowski. Meno conosciuto al grande pubblico, ma non per questo, come spesso accade, meno meritevole, è “L’uomo che non c’era“, film diretto da Joel Coen e scritto dai due fratelli nel 2001, che conta la partecipazione di Billy Bob Thornton, Frances McDormand, Scarlett Johansson e James Gandolfini. La pellicola rispecchia tutti i topos del genere noir ma, ancora una volta, i Coen riescono ad inserirsi dentro un genere per farlo loro con una facilità incredibile, allo stesso tempo in continuità con la tradizione e rivoluzionario.

Ed Crane (Billy Bob Thornton) è un modesto barbiere in un paese della California che lavora nella bottega del fratello di sua moglie, Doris (Frances McDormand). Siamo nell’anno del signore 1949 e l’America è uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale. L’ottimismo della dottrina capitalistica si respira in ogni angolo, ed è così che nella bottega si presenta un certo Creighton Tolliver, un uomo d’affari che propone ad Ed di entrare in società con lui, proponendogli un investimento di 10.000 dollari per una nuova attività di lavaggio a secco. Ed non possiede quei soldi, ma ha un’idea su come procurarseli. Sua moglie lavora come contabile in un grande magazzino, gestito da Big Dave (James Gandolfini). Da tempo Ed sospetta che sua moglie lo tradisca con questi e decide dunque di ricattarlo, chiedendo proprio quella quantità di denaro che Dave aveva accumulato per aprire un nuovo punto vendita che sarebbe stato gestito direttamente da Doris. Da qui si innesca una lunga sequenza di conseguenze, con sempre al centro Ed, che porteranno ad una vera e propria distruzione della propria vita.

C’è innanzitutto da notare come tutti i personaggi si muovano con una grande disillusione verso la vita moderna. Nessuno di loro si fa scrupoli per fare soldi, seguendo quell’illusione dei soldi facili che la società americana propagandava in continuazione. Ed è pronto a superare il fatto che la moglie lo tradisca, ma non che Dave si possa rifiutare di pagarlo. Doris è una donna in carriera, cinica e con forti problemi con l’alcol. Dave è l’incarnazione del capitalismo moderno, un uomo che mente continuamente e che preferirebbe uccidere pur di perdere del denaro per lui così importante. La critica sociale e politica della pellicola è più che evidente. Una critica nerissima che non può che concludersi in maniera nerissima.
Dentro a questo intricato labirinto di pulsioni umane, i Coen riescono a inserire, in continuità con i film precedenti, il loro uomo inadeguato, che per una serie di eventi da lui iniziati (e forse nemmeno realmente voluti), mette a soqquadro l’intero sistema, distruggendo per sempre i rapporti stabiliti tra i personaggi. Ma non solo uomo inadeguato. Ed è lui stesso l’uomo che non c’è. Le persone lo notato semplicemente in quanto barbiere, non in quanto persona.

I personaggi, dai poliziotti all’avvocato ed il detective privato, sono perfettamente caratterizzati e facilmente riconoscibili da chiunque conosca un poco il genere. È un noir purissimo, che fai dei suoi personaggi il motore e catalizzatore della pellicola. È superlativa la prestazione di Thornton, il cui personaggio narra spesso le vicende come fosse un narratore esterno (ed onniscente), così come tutti gli attori reggono perfettamente il peso dei loro personaggi.
Una nota va però fatta per Birdy, il personaggio della Johansson. In mezzo all’oscurità degli altri personaggi, Birdy rappresenta un ultimo bagliore di speranza e di purezza, ed è per questo che Ed ne è inevitabilmente attratto. Non prova una pulsione sessuale nei suoi confronti, quanto un sentimento paterno, quasi a volerla proteggere e tutelare nella oscura foresta che è diventato il mondo.

L’odore del noir si respira in ogni angolo di strada, anche grazie alla fenomenale fotografia di Roger Deakins, ottenuta tramite una desaturazione della pellicola a colori, che con le sue luci ed ombre affascina gli occhi facendoci spesso restare ad ammirare le immagini, quasi dimenticandoci della storia. Registicamente Joel Coen è come sempre molto pulito, scegliendo qui uno stile molto classico, con rari sprazzi di virtuosismo. Uno stile che non fa altro che valorizzare le grandi prestazioni degli attori, dimostrando una maturità registica pienamente raggiunta.
Anche la scelta della colonna sonora, composta principalmente da musica classica (e in particolare dalla Sonata al chiaro di luna di Beethoven), non è affatto casuale. Quella stessa musica suonata da Birdy e che spesso entra in scena grazie al suo pianoforte non fa altro che sottolineare il contrasto tra l’oscurità dei personaggi e la luce rappresentata dalla giovane ragazza.

L’uomo che non c’era, nonostante il suo insuccesso al botteghino, è stato ben recepito dalla critica. Sebbene agli Oscar non abbia ottenuto nemmeno una candidatura, è riuscito a vincere il Prix de la mise en scène a Cannes, ex equo con David Lynch per Mulholland Drive.
Un film che merita decisamente più diffusione e che, speriamo, possiate conoscere ed amare dopo aver letto questa recensione.

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