Saints & Strangers: la vera storia della festa del ringraziamento

0
868

La rubrica InSordina si pone come al solito l’obiettivo di proporvi serie e film di cui alle nostre latitudini si è sentito poco parlare. È il caso della miniserie, due episodi della durata di 90 minuti, Saints & Strangers, il convincente racconto prodotto da National Geographic dei padri pellegrini stabilitisi in America e della prima festa del ringraziamento. Il tutto partito dallo straziante viaggio sulla Mayflower, una nave mercantile partita dall’Inghilterra e sbarcata a Plymouth nel 1620, terra così battezzata dai coloni. Una traversata atlantica stracolma di sudiciume e scorbuto unitisi ai già presenti orrori del mare, tutti pronti a scuotere fisicamente ed emotivamente la nave, mietendo vittime su vittime.   

Una scia di morte che si protrarrà anche dopo lo sbarco, con i coloni intimoriti dal clima rigido e dalla loro incapacità di coltivare quel tipo di terra. Tanti problemi ingigantiti dai litigi tra la parte cristiana puritana dei coloni (i “Saints” del titolo) e gli avventurieri e marinai più orientati verso il profitto della spedizione. Due gruppi difficili da armonizzare a cui verrà dato un motivo in più per cui litigare, ovvero il come comportarsi con i nativi del territorio invaso.

Un vasto assortimento di tribù di nativi americani che vivevano lungo la costa nord-est, in apprensione per il loro territorio e le intenzioni degli inglesi, ma soprattutto spaventati dalle malattie che dei pescatori europei avevano portato in passato; una piaga capace di decimare la loro popolazione. Proprio i personaggi più interessanti risultano essere i nativi americani; specialmente Massasoit il capo della tribù Pokanoket interpretato da Raoul Trujillo, che stipulerà un’alleanza con i nuovi arrivati, e Tatanka Means nei panni di Hobbamock, un grande guerriero Pokanoket. Le scene riguardanti il loro mondo non sono prive di alcuni stereotipi ormai triti e ritriti, ma perlomeno vediamo dei personaggi discutere il possibile andamento degli eventi, con la stessa attenzione e consapevolezza degli inglesi. Indiani ben interpretati da una parte del cast che si è trovato davanti la sfida di dover imparare una lingua estinta chiamata Western Abenaki. Una scelta considerevolmente appropriata proprio perchè in questa storia la barriera linguistica tra le due fazioni è tutto quello che conta. La vera storia di due culture completamente opposte in rotta di collisione.

Al centro di questa collisione vi è Kalani Queypo nei panni di Squanto, un prezioso ponte tra i due mondi poiché, inizialmente, è l’unico in grado di parlare entrambe le lingue. Storicamente visto come la persona che aiutò i colonizzatori a superare il loro primo inverno e mediò una convivenza pacifica, collaborando con i coloni, Squanto fu anche testimone degli orrori che portò la colonizzazione del 17esimo secolo. La serie cerca di donargli una natura ancora più complicata mostrandolo come un prezioso alleato, ma molto attento al suo interesse personale. Grazie ai sottotitoli lo vediamo deliberatamente tradurre in maniera impropria le mediazioni tra indiani e inglesi, a volte in maniera innocua e altre no. Una serie in cui il racconto del ringraziamento diviene una storia di linguaggio e della sua manipolazione, con tutte le difficoltà che ne conseguono. Uno spirito della serie che l’indiano dei Patuxet, Squanto, incarna perfettamente

Alla serie hanno lavorato più sceneggiatori, ma questa riesce comunque a rimanere fedele agli eventi, anche se questi non siano particolarmente adatti per uno script; molti personaggi muoiono presto e con elevata frequenza, senza che gli venga fornita la preparazione drammatica che ci si aspetta da una serie. Ma la vita reale era questa. Il dipingere in maniera storicamente accurata i cristiani puritani, facendo sì che il pubblico odierno li apprezzi, rimane comunque un’impresa impossibile; essendo i padri pellegrini quelli che oggi definiremmo dei fanatici religiosi. Unico personaggio a mantenere, seppur solo in parte, questi aspetti intatti è William Bradford, colui che diventerà il governatore della colonia. Interpretato da Vincent Kartheiser (Mad Men) il personaggio viene messo in opposizione a Ray Stevenson (Roma) nei panni di Stephen Hopkins, un uomo molto più pragmatico e burbero ma dalla velata bontà d’animo.

La serie cerca con buoni risultati di correggere il costrutto mitologico che si è creato attorno a quella che rimane la più importante festa americana. Uno show che raggiunge le sue vette più alte ed originali quando racconta intelligentemente il punto di vista dei nativi americani, ritrovatisi a confrontare un nuovo problema proprio durante una lotta di potere tra le tribù. Il tutto su uno sfondo costruito magistralmente grazie ad una scenografia e dei costumi in grado di rendere realistico un primo insediamento americano. Allo stesso modo la rappresentazione delle culture dei nativi americani è ben pensata e dettagliata. Tenendo fede al suo nome la National Geographic ha creato una serie che esplora seriamente lo scontro tra culture, credenze e tecnologie che influenzò la fondazione di una nazione. Allo stesso tempo un racconto che non vuole sminuire l’aggressione, la cooperazione e il tradimento che si incastonarono, a partire dal 1620, nel DNA della vita americana. Proprio il finale ricorda quello che la storia già ci racconta: le alleanze ebbero vita fino a quando ne ebbe William Bradford, lasciando poi spazio, alla sua morte, a dei veri e propri massacri. Una serie dal sapore storico che verrà apprezzata dagli appassionati, ma anche da chi non ha mai conosciuto la vera storia della festa del ringraziamento.

Per lo scorso articolo della rubrica In Sordina – Serie TV, potete dare un’occhiata qui

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here